venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Sandro D’Agostino:
Tre leggi
che ci scippano la democrazia
Pubblicato il 25-02-2015


Caro direttore,

c’era una volta la democrazia. Le favole che si raccontano ai bambini spesso iniziano con “c’era una volta”, questa però non è una favola, ma una triste realtà. L’Italia è una Repubblica parlamentare, cioè la Costituzione attribuisce al Parlamento la funzione più alta attraverso la quale si forma la volontà popolare: quella di discutere ed approvare le leggi. Il Parlamento, idealmente, dovrebbe essere la casa di tutti gli italiani, il luogo in cui le sensibilità, le speranze, le opinioni dei cittadini dovrebbero trovare spazio e dignità. Queste considerazioni ci fanno intuire l’importanza somma che dovrebbe attribuirsi alla legge elettorale nella nostra democrazia. La legge elettorale è preposta a fissare le regole basilari della partecipazione del popolo alla vita democratica del Paese e, proprio per questo, essa non dovrebbe in alcun modo debordare dalla strada maestra tracciata dalla Costituzione.

Purtroppo in questi ultimi vent’anni è accaduto l’esatto contrario. La demonizzazione della Prima Repubblica, attuata a mezzo di una violenta campagna giudiziaria e mediatica, ha persuaso gli italiani della necessità di andare oltre, di archiviare quell’esperienza al fine di proiettare l’Italia in una nuova stagione. Dopo un ventennio è non solo possibile, ma anche necessario ed opportuno, tracciare un bilancio di quanto è accaduto, anche per comprendere a fondo se oggi ci ritroviamo con un’Italia migliore o peggiore di quella che avevamo deciso di lasciarci alle spalle.

Ci sono alcuni fatti che ritengo possano considerarsi incontestabili. Innanzitutto il primo aspetto, quello che reputo più importante, è quello relativo al livello di partecipazione democratica e civile nel nostro Paese. Nella Prima Repubblica, complice una legge elettorale proporzionale con preferenze, la partecipazione dei cittadini alla vita della Nazione era molto più viva. Anche l’appartenenza all’uno o all’altro partito era vissuta con maggior fervore e ciò stimolava una sana competizione tra le forze politiche ed una selezione delle classi dirigenti molto più informata a criteri meritocratici. I partiti della Prima Repubblica dovevano conquistare il consenso sul campo, nelle piazze, sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università e ciò li obbligava a puntare su personalità dotate di capacità e carisma non comuni. A quel tempo non bastava un’iride cerulea ed un corpo da velina per approdare a Montecitorio, figuriamoci a Palazzo Chigi. La legge elettorale con preferenze obbligava alla trasposizione in politica del principio darwiniano della selezione naturale, altrimenti il tuo nome difficilmente sarebbe stato scritto da qualcuno sulla scheda elettorale.

Ovviamente, poi, c’erano le distorsioni: la corruzione, il voto di scambio, il malaffare. C’era lo sperpero di denaro pubblico che ha fatto crescere esponenzialmente il nostro debito pubblico. Il problema è che queste cose non sono venute meno con la Seconda Repubblica! Le inchieste che si sono susseguite in questi anni, che sarebbe anche impossibile enumerare, ci dicono, senza tema di smentita, che la corruzione non è scomparsa, ma si è addirittura rafforzata. Ove ve ne fosse bisogno, dimostrazione ne è il fatto che si è reso necessario istituire addirittura un’Autorità anti corruzione, affidata al valente magistrato Raffaele Cantone. E il debito pubblico? Anch’esso si è gonfiato a dismisura, toccando livelli ben più allarmanti rispetto a quelli registrati nel periodo della Prima Repubblica.

D’altro canto, pur con le già ricordate critiche che potevano muoversi alla Prima Repubblica, a mio avviso non si può sottacere che l’azione di quella classe politica ha fatto sì che l’Italia entrasse nel novero delle Nazioni più influenti e rispettate del pianeta. L’azione politica di quegli anni ha creato le condizioni perché l’Italia entrasse nel G7, arrivando addirittura a superare la Gran Bretagna in termini di prodotto interno lordo. Se si aggiunge la fortissima differenza di partecipazione democratica rispetto all’Italia di oggi, si capisce quanti passi indietro abbia fatto il nostro Paese in questi anni.

La situazione attuale è figlia di un piano perverso, che ha inteso allontanare sempre più i cittadini dalla politica. Prima le demonizzazione dei Partiti, poi la retorica del “privato è bello” finalizzata a smantellare quanto di eccezionale lo Stato Italiano aveva costruito in quarant’anni di lavoro. Poi le leggi elettorali: il Mattarellum, il Porcellum ed oggi l’Italicum. Queste tre leggi elettorali scippano ai cittadini il diritto di decidere chi deve entrare in Parlamento. A nulla vale la difesa che taluni vogliono fare del Mattarellum, una legge elettorale ad impianto per lo più uninominale in cui la libertà di scelta del cittadino si limitava a mettere una croce sull’uno o sull’altro nome imposto dalle segreterie dei partiti (eccettuata la piccola quota proporzionale). Queste leggi sono state costruite per far sì che la Casta possa autoperpetuare impunemente il suo potere. La gestione della cosa pubblica viene demandata ad una ristretta oligarchia, libera di fare il bello ed il cattivo tempo.

Tutto ciò, comunque, è stato sancito dalla stessa Corte Costituzionale che si è espressa chiaramente in merito all’incostituzionalità del Porcellum. Così siamo arrivati al paradosso che un Parlamento eletto con una legge incostituzionale vuole approvare una nuova legge elettorale (l’Italicum) recante in seno lo stesso vizio di incostituzionalità della precedente. Ma non solo! Un Parlamento siffatto avrebbe addirittura la pretesa di modificare la Costituzione, peraltro a colpi di maggioranza per compiacere l’ex sindaco di Firenze, trovatosi, non si sa come,Presidente del Consiglio! E sempre un Parlamento siffatto ha eletto anche taluni membri della Consulta ed addirittura il Presidente della Repubblica. Così facendo il corto circuito istituzionale si è compiuto. Forse è giunto davvero il momento di difendere la Costituzione, a partire dall’Articolo 1 che recita che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e che la sovranità appartiene al popolo. Ebbene questi due fondamentali principi sono oggi gravemente disattesi. Oggi gli italiani sono chiamati a vigilare contro una sempre possibile deriva autoritaria… prima che sia troppo tardi. Non rispondere a questa chiamata, per indifferenza o per ignoranza delle questioni sul tappeto, equivale a mettere una pesante ipoteca sul futuro della Nazione.

Noi socialisti dovremmo avvertire il dovere di vigilare sulla Costituzione ancor di più di altri partiti. Il rifuggire da ogni forma di populismo e demagogia è impresso nel nostro DNA e, proprio per questo, dovremmo impiegare ogni energia per opporci a logiche perverse dell’uomo solo al comando, ma anche a semplificazioni eccessive del confronto democratico, ivi incluse quelle cui condurrebbe un bipolarismo spinto ed artefatto. Venendo per un attimo al tema che sta tenendo banco in questi giorni, osservo che sarebbero sufficienti già queste ragioni per farci girare al largo dal PD, se poi aggiungiamo le trivelle dello “Sblocca Italia”, l’elargizione di prebende all’uno o all’altra lobby o corporazione, i finanziamenti alla scuola privata, l’esclusione dei pensionati dal bonus degli 80 Euro, la dichiarata preferenza di Renzi per Berlinguer piuttosto che per Craxi…
Fraterni saluti
Sandro D’Agostino

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