lunedì, 10 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Sicilia, abolire la casta
per salvare l’autonomia
Pubblicato il 16-02-2015


È in corso una rinnovata polemica contro lo Statuto speciale siciliano, che ha preso le mosse dall’inadeguatezza che nella nostra Regione sta segnando anche l’esperienza dell’attuale governo isolano.

Non serve contestare la strumentalità delle polemiche che, ad esempio, sono state innescate dalla grande stampa del Nord, Corriere della Sera in testa, poiché bisognerebbe ricordare che L’Autonomia siciliana costituisce una risposta ai temi del rapporto tra globale e locale, proponendo un autogoverno amministrativo coordinato, e quindi non contrastante, con l’intero ordinamento nazionale: un vero contemperamento fra la sovranità dello Stato, esercitata attraverso le funzioni attribuite al Governo e al Parlamento centrali e l’autonomia locale affidata alla Regione attraverso una sorta di autogoverno nell’ambito delle materie attribuite. Un autogoverno che, purtroppo, la classe dirigente siciliana non è stata storicamente in grado di realizzare, poiché l’uso distorto e clientelare, vera e propria fonte di privilegi di casta a danno del popolo siciliano, ha mortificato lo Speciale Statuto d’Autonomia.

E per difendere sprechi di risorse pubbliche e mantenimento dei privilegi maturati all’ombra della specialità autonomistica, si adopera sovente, da destra come da sinistra dello scacchiere politico siciliano, la cortina fumogena del sicilianismo buona per tutte le stagioni, diradata la quale si sono disvelati tutti i vizi del ceto politico isolano, nei quali si appalesa l’uso del potere al solo scopo di costruire carriere che dalla Sicilia arrivano sino alla Capitale d’Italia, da Palazzo dei Normanni e da quello d’Orleans a quelli del potere romano.

Per cambiare quella che non è una valutazione politica di parte, ma una constatazione oggettiva dei fatti avvenuti e in essere, il Parlamento siciliano dovrebbe porsi il problema della concreta attuazione dello Statuto speciale, le cui potenzialità per lo sviluppo civile, sociale ed economico della nostra Regione non sono mai state colte appieno. Al contrario, l’Autonomia speciale continua a subire vulnus, l’ultimo, gravissimo, il commissariamento della Sicilia deciso dal governo Renzi in materia di fondi per i depuratori. Un vulnus pari a quello provocato dalla caducazione operata dalla Corte costituzionale nel 1957, con la sentenza n.38, (che storicamente ha innescato una giurisprudenza nient’affatto disponibile ad accogliere le eccezioni mosse dai governi della Sicilia nei confronti dei provvedimenti del Parlamento e del Governo nazionali lesivi dell’Autonomia Siciliana) l’Alta Corte, che lo Statuto speciale prevede quale organo giurisdizionale competente in caso di controversie tra Stato e Regione Siciliana.

Per invertire la tendenza c’è bisogno che la politica siciliana batta un colpo, anzi due: abolire i privilegi dei dipendenti regionali, applicando ad essi la disciplina dei lavoratori della pubblica amministrazione del resto del Paese; abolire vitalizi e fringe benefits per i deputati, assessori ed amministratori regionali, prevedendo emolumenti entro il tetto dei parlamentari europei.

Così si possono difendere i diritti costituzionali del popolo siciliano e, con essi, lo Statuto speciale e la sua natura di patto tra lo Stato centrale e la “Nazione siciliana” del 1946, evitando una “normalizzazione” basata sulla soppressione di fatto dell’Autonomia speciale, ultimo atto dello “Statuto tradito”, che paradossalmente inibirebbe in via definitiva le opportunità di crescita per la nostra Isola al di fuori della gabbia centralistica ed eurocratica, senza intaccare i privilegi della “casta”.

Maurizio Ballistreri

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