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Opinioni e commenti
 

Todo modo 2015
Pubblicato il 03-02-2015


Gli operatori televisivi oggi da Montecitorio avrebbero potuto tranquillamente trasmettere le immagini della cerimonia del giuramento del nuovo Presidente della repubblica in bianco e nero.

Se non fosse stato per l’entusiasmo dell’Assemblea dei grandi elettori, in alcuni settori dell’emiciclo di Montecitorio apparso smodato ed eccessivo perché chiaramente non sincero, più che ad un giuramento di un Presidente della repubblica oggi, 3 febbraio 2015, è sembrato di assistere ad un rito quaresimale anticipato durante il periodo del Carnevale.

L’unica nota di colore della mattina dell’insediamento presidenziale (ed è tutto dire) era l’improbabile rosso mogano dei capelli di Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato, a cui peraltro, qualcuno dovrebbe suggerire di cambiare parrucchiere.

Per il resto, a parte i soliti atteggiamenti gigioneschi del Presidente del Consiglio che, da buon ex boy scout se non altro ha reso meno mesta la cerimonia, è sembrato di assistere ad un rito penitenziale a cominciare dall’omelia (pardon, discorso) del neo presidente.

In effetti, senza voler apparire irrispettosi, il profilo dell’inquilino del Quirinale è, da sempre, davvero quello di uno dei caratteri di Todo modo, il film che Elio Petri girò traendolo dall’omonima opera di Leonardo Sciascia. Il tono di voce forzato di chi è abituato più che a parlare a sussurrare, l’incedere lento e rigido, non si capisce bene se a causa di un immaginario cilicio, un’ espressione perennemente afflitta, contrappuntata da vani tentativi di esternare sorrisi che sembrano smorfie di dolore, una postura rigida ed impettita, da prelato di origine cistercense abituato ad indossare l’abito talare ed in evidente disagio con il clergyman, al punto di apparire rassicurato dal pesante cappotto indossato come una sorta di piviale, insomma il Presidente Mattarella ha dato di sè un’immagine tristissima, certo il portato di una vita contrappuntata da lutti (la morte violenta del fratello, assassinato dalla mafia e la prematura scomparsa della consorte), sopratutto l’immagine di un democristiano 2.0, un mix abbastanza riuscito tra Aldo Moro e Giulio Andreotti, mostrando peraltro la mestizia del primo ma non certo la corrosiva ironia del secondo.

A fare da ala a Sergio Mattarella le due prime donne della repubblica: la muta presidente pro tempore del Senato con il suo vaso di gerani in testa e la dolente Laura Boldrini con la sua aria perennemente afflitta, l’espressione e la querula voce di una catechista prostrata innanzi alle sacre icone, che sgrana le litanie della settimana santa.

La giornata romana, fredda e piovosa, le strade della capitale deserte, forse non solo per il maltempo, hanno reso il corteo sulla Flaminia presidenziale scoperta, quasi un surreale accompagnamento funebre, diciamo quasi perché fortunatamente Matteo Renzi, in evidente stato di eccitazione dopo aver dovuto esibire la poco credibile faccia contrita all’altare della Patria, ha perso ogni freno inibitore e, salito  a bordo dell’auto felice come un chierichetto a cui è stato consegnato un premio a fine celebrazione, ha cominciato a dimenarsi e a fare smorfie (è mancato solo l’abituale selfie), incurante del plumbeo e severo sguardo di Mattarella che al contrario sembrava stesse salendo sul monte Calvario.

Un conto è volere apparire sobri un altro conto è dare di sé l’immagine di un tetro penitenziere che si appresta a svolgere il proprio ufficio in una cella del Monastero dell’Escurial.

Visto il deprimente prologo odierno sarà impresa ardua per il prossimo consulente d’immagine spiegare al Presidente la differenza.

Emanuele Pecheux

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