giovedì, 24 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Ucraina, una guerra per procura
Pubblicato il 21-02-2015


crisi russiaSalvini e Berlusconi continuano a non piacerci. E la loro ammirazione per Putin è sgradevole. Ma il loro giudizio sulla crisi ucraina è perfettamente condivisibile. Ed è suffragato da qualsiasi analisi spassionata: delle origini della crisi; della gestione della medesima; e, infine, delle sue conseguenze. Sul primo punto, basta richiamarsi alle dichiarazioni del vicepresidente Biden in occasione dell’incontro di Monaco sulla cooperazione e la sicurezza europea. Sicurezza e cooperazione che, a suo modo di vedere, dovevano basarsi su tre principi fondamentali: inammissibilità delle “sfere d’influenza”, “inviolabilità delle frontiere”, “diritto per ogni Stato di aderire ad un’alleanza”. Applicato al nostro caso (come, del resto, intendeva essere…) ciò significava: primo che si negava alla Russia lo status di potenza regionale (con l’annessa facoltà di dire la sua su quanto avveniva lungo le sue frontiere); secondo che il mutamento dei confini, accettato anzi promosso dall’Occidente nel caso, che so, del Kosovo, veniva considerato inaccettabile nel caso della Crimea; terzo e ultimo, che l’Ucraina aveva tutto il diritto di chiedere e ottenere l’adesione alla Nato

Un approccio comunque discutibile, ma in ogni caso del tutto inaccettabile per qualsiasi governo russo degno di questo nome. Nel merito, lo stesso Putin apre, e in modo rozzo e brutale, una crisi che non è in grado di controllare; e però i suoi obbiettivi (avere alle sue frontiere uno stato che sia parte dell’Occidente, ma non della Nato; assicurare un’autonomia significativa alle popolazioni dell’est del paese) sono più che ragionevoli.

Si dirà che la crisi oggi in atto conferisce un potere di interdizione agli esponenti irresponsabili del separatismo russofono. Ed è vero. Ma è altrettanto vero che di analogo potere godono, con l’avallo di Washington e specificamente di un Congresso tra i più criminalmente irresponsabili della storia, gli estremisti di Leopoli e di Kiev che sono parte importante dell’attuale coalizione di governo. Qui si esigono armi, presenza della Nato e delle sue forze, punizioni per i “terroristi” dell’Est; evocando Monaco e una nuova guerra mondiale alle porte; mentre Poroshenko è acclamato dallo stesso Congresso come difensore del mondo libero.

Il fatto è che, con il permanere della crisi, l’Opa dell’Ucraina sulla politica Usa si rafforza giorno dopo giorno. Avvicinando il momento della sua integrazione nel dispositivo militare Nato; e trasformando le sanzioni economiche da momentaneo strumento di pressione negoziale in meccanismo permanente di punizione del Reprobo (con la contemporanea promozione a Buono del suo avversario, a partire dalla idealizzazione dei movimenti di piazza che ne hanno segnato la nascita).

In tale contesto, la stessa impostazione della trattativa la vota in partenza al fallimento. Non si vuole una discussione politica che coinvolga, nella soluzione dei problemi, Europa e Stati Uniti. E, per altro verso, si nega ogni soggettività politica alle popolazioni dell’Est i cui rappresentanti (in realtà schegge impazzite) vengono considerati semplici pedine del Cremlino.

Così il dialogo si riduce a supplica,accompagnata da minaccia. La Merkel, accompagnata da Hollande, telefona e va a Mosca, senza avere nulla da offrire; si implora Putin perché si comporti bene; altrimenti… In tale contesto l’esito del dialogo è affidato a chi ha tutto l’interesse a vederlo fallire. Parliamo, in primo luogo, del governo di Kiev e dei separatisti che giuocano le loro carte sulla permanenza del conflitto. Ma anche di Washington pronta a cogliere l’occasione della guerra per procura per “rimettere al suo posto” Mosca e, insieme, per ristabilire la sua leadership, economica e militare sull’Europa. E dello stesso Putin che vede nella crisi l’opportunità per consolidare, nel consenso, il suo regime autoritario.

Calcoli, tutti, miopi. Ma tant’è. A pagare, in prospettiva, molti altri. Certamente le popolazioni: drammaticamente quella dell’Ucraina orientale; ma anche quella controllata dal governo legale e quella russa. Certamente l’Europa: oggi come autonomo disegno internazionale, domani come modello economico-sociale. Altrettanto certamente la Germania, come potenza leader dell’Europa baltica. La sua leadership si basava sulla sua capacità di guidare l’espansione dell’occidente ad Est; ma a condizioni accettabili per la Russia, suo partner economico essenziale. Oggi i paesi dell’Europa baltica, a partire dalla Polonia, hanno come loro punto di riferimento gli Stati Uniti; mentre i rapporti con Mosca, a partire da quelli commerciali, rischiano di logorarsi in modo drammatico.

Per finire in casa nostra, la crisi peserà drammaticamente su di un’Europa mediterranea già emarginata politicamente di suo. E questo perché la frattura ucraina pregiudicherà, e in modo drammatico, qualsiasi possibilità di gestione concordata e razionale delle crisi mediorientali; e perché pagheremo, in prima persona, le conseguenze di questa procurata impotenza. Si dirà che non siamo ancora caduti nel baratro. Ragion di più per stare attenti ai nostri passi.

Alberto Benzoni

 

 

 

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