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Opinioni e commenti
 

Una cravatta per Alexis
Pubblicato il 09-02-2015


Non è il titolo di un romanzo di Harmony. O di un noir. Qui i personaggi e le vicende descritte sono reali. Qui si parla di cravatte e anche di cravattari; anzi, nell’ordine, di cravattari e di cravatte. E, beninteso, di chi le regala. Chiamare “cravattari” i creditori della Grecia ? A nessuno sano di mente e dotato di un minimo di educazione verrebbe in mente di equiparare un banchiere a volgari individui dal petto villoso e dai metodi brutali. E però dobbiamo constatare che i pilastri della nostra società e le sue figure borderline hanno, talvolta, le stesse preoccupazione e, quindi, le stesse reazioni.

Potranno, così, pazientare, di fatto e senza gridarlo sui tetti, di fronte ad un debitore “too big to fail” o che comunque confermi la sua volontà di pagare; ma tenderanno a punire pesantemente un “pezzente irresponsabile” (è il giudizio che sulla Grecia da’ l’establishment europeo, leggere i giornali per credere) che rifiuti di pagare; di più che contesti la praticabilità dell’accordo e la legittimità di che ne richiede l’attuazione.

Un atteggiamento più che comprensibile. E’ vero: non concedere nulla alla Grecia, anzi punirla, oggettivamente, non ha senso. Ma lo ha se serve ad ammaestrare eventuali futuri suoi imitatori. “Colpisci uno per educarne cento”. Detto da brigatisti non aveva nessuna logica. Mentre la ha, eccome, se ad applicare questa regola sono le tecnostrutture europee oppure i camorristi di Secondigliano.

Questo per dire che Tsipras non poteva attendersi nulla su questo fronte. Cosa che ha dato per scontata sin dall’inizio; al punto di negare legittimità a interlocutori che con la democrazia, i suoi meccanismi e le sue regole non avevano avuto la minima frequentazione. Proponendo, per converso, un problema tutto politico (leggi l’impossibilità, per la Grecia, non in quanto “sistema paese”, ma piuttosto come collettività nazionale, di continuare ad ingurgitare le medicine prescrittegli); e, perciò, da discutere in sede politica e con interlocutori politici.

Il dramma è che, al dunque – e cioè qui e oggi – questa sede e questi interlocutori o sono del tutto inadeguati – leggi gli Stati – o sono volutamente latitanti – leggi le (si fa per dire) “forze politiche”.

In realtà, l’Europa, che è e rimane un’Europa di Stati, parla con voci radicalmente diverse. Ai due estremi, quella baltica e quella anglosassone. La prima pratica un fuoco di sbarramento, con annessa volontà di punizione (in cui, ahimè, si associano governi e popoli), alimentato da un fortissimo sentimento di superiorità morale e da una buona dose di razzismo culturale. La seconda (che è fuori dall’euro e, quindi, non è parte in causa) può permettersi di dire le cose come sono. Leggi: che la Grecia era già tecnicamente fallita nel 2010, e che è stata tenuta in piedi, con costi assai più alti, solo per garantire le banche creditrici, a sue e nostre spese; che il debito greco non potrà mai essere ripagato; che uccidere il debitore non è il miglior modo per ottenere questo risultato; che quindi pretendere da lui ulteriori sacrifici è politicamente criminale. In mezzo al guado, gli altri paesi dell’Europa mediterranea. E cioè, qui e ora (la Spagna voterà a novembre; e quel voto, per inciso, conterà eccome), l’Italia di Renzi. E la sua cravatta.

In sé e per sé un gesto di sublime cafonaggine. Nelle intenzioni, una innocua presa per i fondelli. Nel suo significato politico, la sintesi, o meglio lo sbocco obbligato della politica europea del premier. Per Renzi, Tsipras non è un alleato. Ma nemmeno un avversario. E’ una pedina. In un gioco che lo porta ad appoggiarsi all’Europa, alle sue richieste e alle sue regole, per regolare i conti con l’opposizione interna; e, nel contempo, ad utilizzare l’opposizione e il disagio interno per ottenere da Bruxelles non già la modifica delle regole, ma una certa flessibilità nella loro interpretazione.

Così tutto si spiega. L’abbraccio iniziale al leader greco (all’insegna di “una faccia una razza”). Il successivo sostegno senza se e senza ma alla linea dura della Bce. E la cravatta finale: un omaggio che si distribuisce, in occasione di qualche ricorrenza, a quelli che hanno la tua stessa età e hanno fatto le tue stesse esperienze e non un regalo che si da’ a un amico o a un compagno.

A proposito di “compagno”, si attendono notizie dal partito socialista europeo. Quello che, per inciso, assistette, senza battere ciglio, qualche anno fa, alla brutale liquidazione del presidente dell’internazionale- e capo del governo greco di allora – Giorgio Papandreu, reo- agli occhi della Merkel e di Sarkozy – di voler sottoporre a referendum il piano proposto dalla Troika. Ma di notizie non ce ne sono. Come non ci sono notizie dell’Europa politica: a Mosca, a trattare con Putin, non ci va la Mogherini (forse perché troppo amica?), bensì la Merkel e Hollande. Troppo presto per dichiararne la morte presunta; quanto basta per preoccuparsi seriamente per la loro sorte. Se neanche Tsipras riesce a trovarli, sono guai. E per tutti.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Quello che, per inciso, assistette, senza battere ciglio, qualche (più di 20) anno fa, alla brutale liquidazione del Segretario del Partito Socialista Italiano ex Presidente del Consiglio e di tutto il Partito Socialista: Ma chi saranno mai? Gli stessi che richiama Benzoni, i cari compagni socialisti europei!! E noi, con Boselli prima e Nencini oggi a parlare di socialismo europeo con quel sottofondo opportunista di vergogna per il socialismo italiano. Meno male che Del Bue e Benzoni ogni tanto alzano la testa. Fuori il garofano compagni!!!

  2. L’Unione europea esiste e non esiste: è il relitto di un percorso nobile e bello, finito dopo la bocciatura del trattato costituzionale.
    Quello che resta è una confederazione e l’area euro ricorda gli accordi a metà ‘800 tra gli staterelli tedeschi prima della riunificazione.

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