Turchia. Tutti morti nel blitz, ostaggio e terroristi

Turchia_terrorismoSi è concluso con un blitz delle forze speciali, la morte dei due terroristi e dell’ostaggio, l’attacco al tribunale di Istanbul.
L’attacco è avvenuto lo stesso giorno in cui la Turchia restava senza energia elettrica per il più grande black out degli ultimi 15 anni.
Le notizie, ancora frammentarie, sono state riprese da alcuni social media perché il governo ha imposto il silenzio stampa e di fatto impedisce di conoscere lo svolgimento dei fatti. Nel blitz per liberarlo, il magistrato è stato ferito ed è morto successivamente durante l’intervento chirurgico a cui era stato sottoposto nel tentativo di salvargli la vita.

I terroristi autori del sequestro del magistrato, Mehmet Selim Kiraz, facevano parte del Fronte-Partito di liberazione del popolo della Turchia’ (Dhpk-C), e in cambio della liberazione dell’ostaggio chiedevano l’arresto del poliziotto ritenuto responsabile della morte del quattordicenne Berkin Elvan durante le manifestazioni di Gezi Park, nel 2013. Berkin Elvan, venne colpito da un candelotto lacrimogeno alla testa, in occasione degli scontri con la polizia che voleva sgombrare l’area verde destinata a un programma edilizio, per morire dopo 9 mesi di coma, divenendo uno dei simboli della feroce repressione del regime di Erdogan mentre l’ostaggio, Kiraz, non era stato scelto a caso, perché è il magistrato che ha condotto l’inchiesta sulla morte del giovane.Turchia_forze_polizia_terrorismo

Oltre al processo contro il poliziotto, che sarebbe dovuto finire in un apposito ‘tribunale del popolo’, il gruppo di terroristi chiedeva l’archiviazione di tutte le incriminazioni contro le persone che hanno organizzato le proteste di solidarietà per Elvan.

Ma a tenere col fiato sospeso i turchi non c’è stato solo il braccio di ferro tra i terroristi e le forze speciali che assediano il tribunale di Istanbul ma anche il grande black out che ha lasciato senza energia elettrica almeno 44 province. Tra le ipotesi non solo il guasto tecnico, ma anche quello di un’azione terroristica.

Quanto al gruppo armato che ha organizzato e portato a termine l’assalto al Tribunale, il Dhkp-c, è inserito nella lista nera dei terroristi condivisa dalla Turchia con l’Ue e gli Stati Uniti. Fondato nel 1978 con il nome di ‘Sinistra rivoluzionaria’, è un movimento di ispirazione marxista-leninista. Nel 1994 ha preso l’attuale nome di ‘Fronte-Partito di liberazione del popolo rivoluzionario’. Dagli anni ‘70 a oggi ha compiuto e rivendicato diversi azioni armate finite nel sangue e numerosi attentati. L’ultimo risale allo scorso 6 gennaio, quando una donna kamikaze si è fatta esplodere in una stazione di polizia a Istanbul, uccidendo un agente e ferendone gravemente un altro. Già in quell’occasione, il gruppo rivendicò l’azione in nome della giovane vittima di Gezi Park, per “punire gli assassini di Berkin Elvan”.

Un altro attacco kamikaze avvenne nel febbraio del 2013 all’ambasciata americana ad Ankara e provocò la morte di una guardia della sicurezza mentre nel settembre 2001, un’altra donna kamikaze si fece esplodere davanti alla sede della polizia nella centrale piazza Taksim, ad Istanbul, uccidendo tre persone e ferendone almeno 20.

L’attacco al Tribunale, e forse lo stesso black out, possono trovare una spiegazione con l’approssimarsi del voto politico del 7 giugno mentre la maggioranza parlamentare espressa dall’Akp, il ‘Partito Islamico per la Giustizia e lo Sviluppo’, che governa il Paese dal 2002, ha appena approvato due leggi che limitano fortemente la libertà di manifestazione e di espressione nel Paese. Turchia_polizia_terrorismoUna delle due leggi accresce i poteri delle forze di polizia che ora sono autorizzate ad usare le armi durante le manifestazioni, a perquisire, intercettare le comunicazione e detenere in stato di arresto sospetti, fino a 48 ore, senza che intervenga l’autorità giudiziaria. Con questa legge anche i governatori provinciali hanno la facoltà di ordinare arresti, di intervenire nelle procedure giudiziarie e di dichiarare lo stato di emergenza.

L’altro provvedimento riguarda il web e fa seguito a quella approvata nel settembre 2014. La nuova legge consentirà di bloccare arbitrariamente, senza l’intervento del giudice, siti giudicati ‘pericolosi per la sicurezza nazionale’. Un ulteriore giro di vite dopo i fatti di Gezi Park, che si unisce a una repressione feroce e capillare contro ogni forma di opposizione politica e che ha costretto decine di giornalisti, anche fra le firme più note, a cambiare testata o lavoro: in 227 giorni sono state contate 236 querele per offesa del Capo dello Stato.

Youtube e Twitter sono già stati bloccati in passato ed Erdogan, l’ex premier che nel frattempo è diventato presidente della Repubblica, ha più volte minacciato di chiudere anche Facebook. Al momento le pagine bloccate in Turchia sono 67mila.

L’opposizione ha annunciato che prima della scadenza elettorale si rivolgerà alla presenterà alla Corte Costituzionale per far annullare le due leggi.

Tutto però dipenderà dall’esito del voto. Se l’Akp supererà i due terzi dei deputati, avrà la strada spianata per una riforma in senso presidenziale della Costituzione.

Alvaro Steamer

DATI BALLERINI

Disoccupazione

Continua l’altalena delle cifre e dei dati Istat. Appena ieri l’Istituto di statistica rilevava la crescita di fiducia dei consumatori, portando alle stelle gli umori di quanti vedono la luce in fondo al tunnel di una crisi che non vuole cessare. Oggi i dati Istat sulla disoccupazione riportano a terra gli umori di quanti, avevano visto nei dati di ieri una prospettiva di netto miglioramento.

Secondo l’Istat, infatti, il tasso di disoccupazione continua a tenere l’indice alto, tornando a salire al 12,7% a febbraio, mese in cui il numero di occupati è calato di 44mila unità, tutto questo dopo che la disoccupazione aveva visto un “forte calo” di dicembre e l’ulteriore diminuzione di gennaio. Febbraio segna quindi un passo indietro per la situazione lavorativa italiana: rispetto a gennaio gli occupati sono diminuiti dello 0,2% (-44.000), i disoccupati sono aumentati dello 0,7% (+23.000), mentre il numero di inattivi cresce dello 0,1% (+9.000) nel confronto con gennaio. Sembra che l’istat in questi giorni stia dando i numeri, ma se si analizzano ancora i dati risulta come la situazione, così come calcolato dalla Reuters, sia di fatto stagnante.

Nel periodo dicembre-febbraio, infatti, l’occupazione è rimasta sostanzialmente stabile sui tre mesi precedenti, mentre il tasso di disoccupazione è diminuito di 0,4 punti percentuali, sebbene in larga misura per la risalita del tasso di inattività (+0,3 punti).
Eppure in questi giorni l’esecutivo aveva cantato vittoria sulla crisi, portando come merito le misure del Jobs act e gli agravi fiscali, proprio ieri il ministro Poletti aveva annunciato un “numerone” per quanto riguarda l’occupazione, sostenendo la disposizione quest’anno per le assunzioni di “1,9 miliardi di sgravi” e quindi “fino a un milione di posti di lavoro”. Il Governo ha forse cantato vittoria troppo presto, ma Poletti cercando di tenere la stessa posizione di ieri ha ribadito oggi che “in coda ad una crisi le cose tendono a non essere stabilizzate ed è immaginabile che ad una fase positiva possa seguire una flessione. Questa situazione non contraddice i segnali positivi come il consolidamento della ripresa della fiducia da parte di imprese e consumatori”.
A preoccupare però resta il futuro lavorativo di giovani e donne, perché i dati Istat evidenziano soprattutto delle cifre paurose tanto che la disoccupazione giovanile arriva a toccare il 42,6%.
Il tasso di disoccupazione giovanile (ovvero quello che riguarda gli italiani tra i 15 e i 24 anni) tocca il 42,6% a febbraio, con un aumento di 1,3 punti rispetto al mese precedente e di 0,1 punti rispetto all’anno precedente, a fronte di una crescita del numero di inattivi (+0,8 pari a +35mila). In media negli ultimi tre mesi, si osserva un calo dell’occupazione e della disoccupazione giovanile e una crescita dell’inattività.
Il nostro Paese continua ad ansimare e per di più il rallentamento va a toccare l’occupazione femminile, il calo dell’occupazione a febbraio infatti è dovuto esclusivamente alla diminuzione delle lavoratrici. L’Istat sottolinea che gli occupati di sesso maschile sono “sostanzialmente stabili” mentre quelli di sesso femminile diminuiscono in un mese di 42mila unità. Anche il tasso di disoccupazione cresce al 14,1% per le donne (+0,3 punti su mese e +0,9 punti su anno) mentre per gli uomini è all’11,7% (invariato sul mese e in calo di 0,3 punti nell’anno).

Una discriminante così forte da portare il Presidente della Camera, Laura Boldrini a intervenire: “Colpiscono e preoccupano i dati diffusi dall’Istat sul calo dell’occupazione a febbraio. Ad essere espulse dal mercato del lavoro sono le donne, soltanto le donne: 42.000 di loro hanno perso il posto e sono rimaste a casa, mentre l’occupazione maschile rimane sostanzialmente stabile”. Lauda Boldrini sottolinea che “la crisi è dura per tutti, ma per le donne lo è ancora di più, evidentemente. Ma il prezzo lo paga un’intera società, non solo un genere. Un tasso di occupazione femminile tra i più bassi d’Europa – aggiunge – è un freno alla ripresa di tutta l’economia italiana. Come ha ricordato recentemente Christine Lagarde, direttrice operativa del Fondo Monetario Internazionale, a causa delle discriminazioni contro le donne l’Italia disperde il 15% del Pil potenziale. Questi dati sono un campanello d’allarme che suona per tutti”.

La Portavoce del Psi, Maria Pisani, ha espresso forte preoccupazione: “Non stupiscono, ma colpiscono, i dati diffusi dall’Istat sul calo dell’occupazione a febbraio. Ancora una volta ad essere escluse dal mondo del lavoro sono le donne, sempre più discriminate. Non è il problema di un genere”.
“C’è ancora – aggiunge la portavoce socialista – per troppe donne, un soffitto di vetro difficile da sfondare”.
“Non possiamo accontentarci più di provvedimenti neutri – sottolinea Pisani – occorrono misure che tengano conto delle differenze di genere anche nel mercato del lavoro per impedire che venga ancora preclusa loro anche la sola opportunità di competere per valorizzare le proprie competenze professionali”.

L’Italia sconta un’occupazione femminile ai minimi rispetto al resto d’Europa ma anche una disoccupazione che continua a crescere nonostante nel Vecchio Continente sia diminuita. A febbraio infatti il tasso di disoccupazione dell’Eurozona si è attestato all’11,3%, mentre a gennaio era a 11,4% e nel febbraio 2014 a 11,8%, il dato migliore da maggio 2012, secondo i dati dell’Eurostat. Nella Ue a 28 la disoccupazione è al 9,8% (9,9% a gennaio e 10,5% 12 mesi prima) e a febbraio i senza lavoro sono 23,8 milioni, mentre nell’Eurozona sono 18,2 milioni. L’Ufficio statisrico europeo evidenzia come la disoccupazione italiana sia la sesta più alta della Ue dopo Grecia, Spagna (23,2%), Ungheria (18,5%), Cipro (16,3%) e Portogallo (14,1%).

Ma l’istat sempre oggi, nel giorno in cui viene evidenziato il rallentamento del mercato lavorativo, parla di un deciso miglioramento per l’economia italiana e per il Pil. L’Istituto di statistica ha segnalato nella nota mensile che “l’indicatore anticipatore dell’economia permane su livelli positivi, supportando l’ipotesi di un miglioramento dell’attività nel primo trimestre”. Allo stesso tempo però, l’Istituto di statistica evidenzia anche “segnali contrastanti sul lavoro”.

Nei primi mesi dell’anno “si rafforzano i primi segnali positivi per l’economia italiana, all’interno di un quadro ancora eterogeneo”. L’Istat poi tiene a precisare, dopo gli annunci di ieri, che “il continuo miglioramento delle opinioni di consumatori e imprese non trova un pieno riscontro nelle informazioni sui volumi produttivi”.

Maria Teresa Olivieri

Legge elettorale, continuano le polemiche

legge elettorale

Dall’8 aprile la legge elettorale sarà in Commissione Affari costituzionali della Camera. Lo ha deciso l’Ufficio di presidenza, secondo quanto ha riferito il presidente della Commissione, Francesco Paolo Sisto. Il relatore al provvedimento sarà Sisto. “Ci siamo dati qualche giorno di tempo – ha spiegato Sisto – per dare modo ai partiti di giungere in Commissione con delle proposte operative, visto che il testo che ci ha mandato il Senato è completamente diverso da quello che avevamo approvato in prima lettura un anno fa”. Alla domanda se la Commissione riuscirà a concludere l’esame dell’Italicum entro il 27 aprile (giorno in cui il testo è calendarizzato in Aula), Sisto ha replicato: “Certo che ce la faremo. Con me non ci sono problemi, a costo di far lavorare la Commissione notte su notte”.

Dopo la giornata di ieri le acque in casa Pd sono ancora agitate. La decisione a maggioranza imposta da Renzi non è stata digerita da tutti, soprattutto se si aggiunge la ventilata ipotesi, solo sfiorata, di porre la questione di fiducia.  Ieri la minoranza del partito non ha votato lasciando la Direzione e quindi la proposta di Renzi è stata approvata all’unanimità dalla sola maggioranza del Nazareno. Il tentativo della minoranza è quello di non rompere in mondo definitivo per cercare di trovare un accordo prima dell’approvazione finale come ha detto il capogruppo Speranza nel corso dei lavori e ripetuto anche oggi: “Ieri alla Direzione ognuno si è espresso, e ognuno ha potuto conoscere le posizioni. Ora lasciamo posare le polveri”. Speranza ha poi detto che subito dopo Pasqua ci sarà una riunione del gruppo alla Camera.

Più duro Alfredo D’Attorre della minoranza Pd che intervenendo a Omnibus su La7 e parlando della ventilata minaccia di elezioni ha detto che “se io devo consentire una cattiva riforma elettorale e una cattiva riforma costituzionale meglio andare al voto con il sistema proporzionale”. Per D’Attorre quella delle elezioni è una minaccia “con una pistola ad acqua” perché Renzi “non tornerebbe più” al governo. “Renzi – spiega – verrà a ricattare il gruppo parlamentare dicendo ‘o mi approvate l’Italicum senza modifiche e si va al voto’: è una minaccia con una pistola ad acqua perché chi ha tutto da perdere con il Consultellum è Renzi che non tornerebbe mai più a Palazzo Chigi e si troverebbe un Parlamento eletto interamente con le preferenze e dove il 99% dei renziani non rimetterebbe piede in Parlamento”.

Stefano Fassina ha confermato il suo no all’Italicum. “Il governo non è in discussione” ha detto, “non mi aspetto conseguenze politiche né in un caso né nell’altro sulla stabilità del governo. Per quanto mi riguarda il governo non è in discussione”. “Il sottoscritto non voterà questa legge elettorale – ha ribadito Fassina -. Poi vi sono altri del Pd che non la voteranno, lo hanno detto anche nei giorni scorsi, lo hanno ripetuto in Direzione”. Sui numeri del ‘fronte del no’ Fassina non si è sbilanciato: “Ci sarà una riunione del gruppo dopo Pasqua – annuncia -, lì vedremo quanti saremo. Stiamo discutendo di un intervento che ha rilievo costituzionale, che costituisce un arretramento della nostra democrazia e i numeri li vedremo. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Parliamo di una legge elettorale che è un pezzo della Costituzione materiale del Paese e credo che su questo si debba tenere conto dell’autonomia dei singoli parlamentari”.

Dalla minoranza ha parlato anche Gotor per il quale “è importante adesso, nel mese che abbiamo davanti, in Parlamento, fare di tutto per non interrompere il percorso delle riforme istituzionali e, per non interromperlo, è necessario che il segretario del Pd lavori a ricercare una intesa e una unità nel partito”. E ancora: “Ieri durante la direzione nazionale, questa intesa si è scelto di non trovarla, anzi, non si è neppure voluto cercarla. Ma adesso le leggi elettorali si fanno in Parlamento, non nelle direzioni di un partito”, sottolinea. Per Gotor, “Renzi non è peggio di Berlusconi” ma “lo scenario che si sta definendo, in cui presidente del Consiglio sceglie i suoi nemici e mentre li sceglie li trasforma in personaggi, sia lo scenario peggiore per il buon funzionamento della democrazia italiana perché porterà inevitabilmente il Partito Democratico a trasformarsi in forza neocentrista, una palude neocentrista con ai margini tante opposizioni frammentate, identitarie e urlanti. Noi in questi giorni stiamo svendendo una cosa preziosa che si chiama la democrazia dell’alternanza”.

Pippo Civati, sempre della minoranza, ricorda che “il Pd ha sempre detto di non volere leggi elettorali votate a maggioranza. E così faremo, invece, smentendo puntualmente le premesse. Che ci hanno condotto fin qui, ma ora le premesse non servono più. L’Italicum assomiglia superficialmente a quello che viene raccontato dallo stesso segretario del Pd, ma nella sostanza è molto lontano dagli esempi con cui viene descritto. I ‘collegi’ non sono collegi uninominali. Il doppio turno è nazionale e non di collegio. Il ‘maggioritario’ non è un maggioritario ma un premio di maggioranza tipo Porcellum (che c’è praticamente) solo in Italia), assegnato a chi supera il 40% fin dal primo turno”, spiga l’esponente della minoranza Dem, secondo il quale “sarà impossibile individuare gli eletti, soprattutto per chi non vince (Renzi ha detto ieri che sarà costretto a presentarsi in dieci collegi diversi per sperare di essere eletto: bello, vero?), per via della ripartizione dei seggi che non è diretta – collegio per collegio”.

“E non è nemmeno la legge dei sindaci: per prima cosa perché la lista che può beneficiare del premio è unica (cosa che la legge dei sindaci non prevede affatto) e non è previsto l’apparentamento, come per i sindaci. Da ultimo, la legge dei sindaci prevede che il premio vada a chi ha superato il 50% dei voti al primo turno, non il 40%”, sottolinea Civati.

Intanto si riaffaccia Corrado Passera leader di Italia Unica che in una conferenza stampa indetta a Montecitorio per richiamare le ragioni dell’appello lanciato per arginare “la pericolosa deriva che accompagna la nuova legge elettorale”. Per Passera “l’Italicum rischia di essere una scelta senza ritorno: per questo la ‘resistenza’ a questa riforma può essere un momento di aggregazione tra diverse forze politiche. Sui valori della democrazia, del bipolarismo, dell’alternanza ci si può ritrovare insieme e in tanti”. Tra i tanti probabilmente anche i Radicali dopo l’appello che Passera ha rivolto a deputati e senatori contro l’Italicum e a cui ha risposto Rita Bernardini, segretario del partito Radicale. “L’appello diffuso da Italia Unica – ha detto il segretario radicale – è convergente con la nostra analisi sulle contro-riforme proposte dal Governo Renzi. Le questioni sollevate da Italia Unica – l’abnorme premio di maggioranza, la forte presenza di parlamentari nominati e non eletti, la non elettività popolare del Senato – rappresentano non un rischio, ma una certezza di ulteriore involuzione anti-democratica della vita istituzionale italiana, già connotata dalla totale illegalità del sistema giustizia”. “Come è sempre stato nostro metodo – ha detto ancora – siamo pronti a percorrere tratti di strada con chi è accomunato dai nostri stessi obiettivi, sapendo che il primo e più grande ostacolo è quello di poter affermare il diritto dei cittadini italiani a conoscere vere proposte alternative a quelle espresse dalle varianti del renzismo e dell’antirenzismo ufficiali, entrambi volti a mantenere il potere delle burocrazie politiche italiane”.

Redazione Avanti!

Addio alle quote latte, ma i problemi restano

Quote latte-Onestina

Il settore lattiero-caseario italiano, che rappresenta la voce più importante dell’agroalimentare versa in una profonda difficoltà e “questa situazione rischia di aggravarsi con la fine del regime delle quote latte” che determinerà il ritorno al libero mercato. A lanciare l’allarme è il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo durante la mobilitazione degli allevatori svoltasi a Roma in cui è stato presentato il “Dossier sull’attuazione delle quote latte in Italia”. Coldiretti chiede aiuto al governo contro la fine del regime lattiero: si teme l’invasione straniera e il crollo dei prezzi. Per il ministro Martina si tratta di una stagione nuova in cui bisogna “ripartire dalla qualità e tipicità italiane”. Per l’Ue si apre una nuova era. Continua a leggere

La lezione del voto francese

La Francia ha sempre aspirato al ruolo di modello. E, per quanto ci riguarda, lo è stato e da due punti di vista. Primo, come modello politico. Un sistema bipolare, introiettato nell’immaginario collettivo sin dai tempi della grande rivoluzione. E diventato sostanzialmente bipartitico, verso la fine del secolo scorso, dopo un’infinità di vicissitudini che non è qui il caso di ricordare.

Secondo, come modello sociale ed economico. Basato sul ruolo centrale dello stato nel processo di sviluppo e di redistribuzione del reddito e su di una sovrastruttura ideologica fondata sulla contestazione pregiudiziale delle culture liberiste e liberali. Ora, gli eventi di questi ultimi anni e i loro riflessi sul piano elettorale ci insegnano che anche il più solido, sperimentato e partecipato dei modelli non è in grado di resistere alla forza della globalizzazione; trascinando con sé anche quella sinistra che ne era, almeno a parole, il più rigido interprete.
I socialisti francesi si erano illusi di poterlo esorcizzare il fenomeno, semplicemente ignorandolo. Sono caduti così nella spirale negativa di tanta sinistra tradizionale: intransigente a parole quanto cedevole e compromissoria nei comportamenti quotidiani. Hanno posato a difensori intransigenti della “via francese”mentre, di fatto, hanno assistito passivamente alla sua liquidazione. Quando non hanno accompagnato il processo con questa o quella misura legislativa. Hanno inveito, nelle campagne elettorali, contro le derive dell’austerity imposta dall’Europa; ma si sono successivamente accodate alla Merkel (esattamente come aveva fatto Sarkozy.
La premessa del disastro elettorale (il secondo dopo quello delle europee) che ha portato la sinistra francese (gruppi radicali, tra di loro divisi e ampiamente pervasi di spirito settario compresi) ad un livello di poco superiore al 30%, tra i più bassi della quinta repubblica, è tutta lì. Sta nel lento ma totale distacco del popolo di sinistra dai suoi tradizionali punti di riferimento e nel suo massiccio trasferimento sotto le bandiere del Fronte nazionale. Sta nella progressiva trasformazione della sinistra stessa da sinistra sociale in sinistra politica, sempre più impegnata sul tema dei diritti civili (matrimoni gay, leggi sul fine vita) a scapito, diciamo così, di quelli economici e sociali; e sempre più simile, in questo (anche per quanto riguarda il radicamento elettorale) ai vecchi partiti radicali della terza repubblica (quelli che, per intenderci, avevano il cuore a sinistra e il portafoglio a destra).
Di qui la crisi e del modello bipolare e della sinistra storica che ne era stata la principale beneficiaria. Crisi del modello bipolare con il passaggio dell’elettorato popolare verso un partito- quello della Le Pen- in costante crescita in termini di voti (diciamo tra il 25 e il 30%, forse con margini più alti in occasione delle p elezioni regionali del prossimo dicembre, desinate a svolgersi con il sistema proporzionale); ma del tutto incapace di tradurre questo consenso in termini di seggi e ancor più di accesso al potere centrale. Crisi della sinistra storica che, anche per l’incapacità sopravvenuta dei socialisti a contrarre alleanze (al centro per le già ricordate rigidità ideologiche; a sinistra per le già ricordate pratiche compromissorie) sarebbe, oggi come oggi, condannata a rimanere fuori dal ballottaggio nelle elezioni presidenziali.
Come uscire dall’angolo?
Le vie teoricamente percorribili sono quattro. La prima è quella indicata da Renzi: fare del Psf il partito della modernità, in rappresentanza di quel mondo industriale che dovrebbe esserne il punto di riferimento, e in concorrenza virtuosa con la destra. È il percorso indicato dal primo ministro Valls, che ha il fisico e le convinzioni (“amo l’impresa”) per portarlo avanti. Ma è un percorso chiuso in partenza: perché Hollande e lo stesso Psf non sono guide credibili; e soprattutto perché, a differenza di quanto accade in Italia, destra e centro sono aree forti e ampiamente presidiate.
La seconda è la “grande coalizione”. A partire da un accordo chiaro e politicamente garantito di desistenza reciproca per “sbarrare la strada”alla destra. Oggi Sarkozy, tutto intento a preparare la sua rivincita, di questo accordo non ne vuole proprio sapere. Ma non è detto che sarà lui il candidato. Mentre il suo antagonista Juppè – grande figura di tecnocrate illuminato e di europeista – non farebbe, invece, difficoltà. L’accordo avrebbe molti vantaggi in termini di stabilizzazione politica; e però, a renderlo difficilmente accettabile per i socialisti, sta il fatto che sancirebbe la fine del sistema bipolare e del loro ruolo all’interno del medesimo.
Terza ipotesi, il rilancio del Psf come forza di sinistra. Ma qui non basterebbero le parole le formule. Si tratterebbe di conoscere realmente il proprio avversario (il capitalismo internazionalizzato); per governarlo e non solo per denunciarlo; e di acquisire, soprattutto a livello europeo, gli strumenti politici e culturali necessari alla bisogna. “Vaste programme” avrebbe detto De Gaulle. Noi diciamo “troppo vaste”.
Quarta ipotesi, non fare nulla. Insomma, continuare così, con qualche adattamento. È l’ipotesi peggiore. E, quindi, la più probabile.

Alberto Benzoni

 

Black out e terrorismo scuotono la Turchia

Turchia_terrorismo

Il magistrato, Mehmet Selim Kiraz, sequestrato dal ‘Fronte-Partito di liberazione del popolo della Turchia’ (Dhpk-C)

In una Turchia senza energia elettrica per il più grande black out degli ultimi 15 anni, dalle origini ancora misteriose, è tornato sulla ribalta il terrorismo di estrema sinistra con il sequestro di un magistrato all’interno del Tribunale di Istanbul.

Il gruppo che ha sequestrato il magistrato, Mehmet Selim Kiraz, appartiene al ‘Fronte-Partito di liberazione del popolo della Turchia’ (Dhpk-C), e in cambio della liberazione dell’ostaggio ha chiesto l’arresto del poliziotto ritenuto responsabile della morte del quattordicenne Berkin Elvan durante le manifestazioni di Gezi Park, nel 2013. Berkin Elvan, venne colpito da un candelotto lacrimogeno alla testa, in occasione degli scontri con la polizia che voleva sgombrare l’area verde destinata a un programma edilizio, per morire dopo 9 mesi di coma, divenendo uno dei simboli della feroce repressione del regime di Erdogan mentre l’ostaggio, Kiraz, non è stato scelto a caso, ma è proprio il responsabile dell’inchiesta che è stata condotta sulla morte del giovane.

Oltre al processo contro il poliziotto, che dovrebbe finire in un apposito ‘tribunale del popolo’, il gruppo di terroristi chiede che siano archiviate tutte le incriminazioni contro le persone che hanno organizzato le proteste di solidarietà per Elvan.

Turchia_forze_polizia_terrorismoMa a tenere col fiato sospeso i turchi non c’è solo il braccio di ferro tra i terroristi e le forze speciali che assediano il tribunale di Istanbul c’è anche il grande black out che ha lasciato senza energia elettrica almeno 44 province e tra le ipotesi non c’è solo il guasto tecnico, ma anche quello di un’azione terroristica.

Il gruppo armato Dhkp-c è inserito nella lista nera dei terroristi condivisa dalla Turchia con l’Ue e gli Stati Uniti. Fondato nel 1978 con il nome di ‘Sinistra rivoluzionaria’, è un movimento di ispirazione marxista-leninista. Nel 1994 ha preso l’attuale nome di ‘Fronte-Partito di liberazione del popolo rivoluzionario’. Dagli anni ‘70 a oggi ha compiuto e rivendicato diversi azioni armate finite nel sangue e numerosi attentati. L’ultimo risale allo scorso 6 gennaio, quando una donna kamikaze si è fatta esplodere in una stazione di polizia a Istanbul, uccidendo un agente e ferendone gravemente un altro. Già in quell’occasione, il gruppo rivendicò l’azione in nome della giovane vittima di Gezi Park, per “punire gli assassini di Berkin Elvan”.

Un altro attacco kamikaze avvenne nel febbraio del 2013 all’ambasciata americana ad Ankara e provocò la morte di una guardia della sicurezza mentre nel settembre 2001, un’altra donna kamikaze si fece esplodere davanti alla sede della polizia nella centrale piazza Taksim, ad Istanbul, uccidendo tre persone e ferendone almeno 20.

L’attacco di oggi, e forse lo stesso black out, possono trovare una spiegazione con l’approssimarsi del voto politico del 7 giugno mentre la maggioranza parlamentare espressa dall’Akp, il ‘Partito Islamico per la Giustizia e lo Sviluppo’, che governa il Paese dal 2002, ha appena approvato due leggi che limitano fortemente la libertà di manifestazione e di espressione nel Paese. Turchia_polizia_terrorismoUna delle due leggi accresce i poteri delle forze di polizia che ora sono autorizzate ad usare le armi durante le manifestazioni, a perquisire, intercettare le comunicazione e detenere in stato di arresto sospetti, fino a 48 ore, senza che intervenga l’autorità giudiziaria. Con questa legge anche i governatori provinciali hanno la facoltà di ordinare arresti, di intervenire nelle procedure giudiziarie e di dichiarare lo stato di emergenza.

L’altro provvedimento riguarda il web e fa seguito a quella approvata nel settembre 2014. La nuova legge consentirà di bloccare arbitrariamente, senza l’intervento del giudice, siti giudicati ‘pericolosi per la sicurezza nazionale’. Un ulteriore giro di vite dopo i fatti di Gezi Park, che si unisce a una repressione feroce e capillare contro ogni forma di opposizione politica e che ha costretto decine di giornalisti, anche fra le firme più note, a cambiare testata o lavoro: in 227 giorni sono state contate 236 querele per offesa del Capo dello Stato.

Youtube e Twitter sono già stati bloccati in passato ed Erdogan, l’ex premier che nel frattempo è diventato presidente della Repubblica, ha più volte minacciato di chiudere anche Facebook. Al momento le pagine bloccate in Turchia sono 67mila.

L’opposizione ha annunciato che prima della scadenza elettorale si rivolgerà alla presenterà alla Corte Costituzionale per far annullare le due leggi.

Tutto però dipenderà dall’esito del voto. Se l’Akp supererà i due terzi dei deputati, avrà la strada spianata per una riforma in senso presidenziale della Costituzione.

Alvaro Steamer

Mala Vita: il corto
con Argentero e Montanari
sulle carceri italiane

Luca Argentero e Francesco Montanari protagonisti del cortometraggio "Mala Vita"

Luca Argentero e Francesco Montanari protagonisti del cortometraggio “Mala Vita”

Luca Argentero per la prima volta in un cortometraggio. Per parlare di carceri. Proposto in modo innovativo sulla nuova piattaforma web Ray, è arrivato anche in tv. La qualità è sancita dal fatto che ha ricevuto il patrocinio del Ministero della Giustizia, dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, e persino della Presidenza dei Ministri. Realizzato da Rai Fiction, il prodotto ha ricevuto il Premio Goliardia 2013. Si tratta di una storia di vita vera, che va dritta al punto focale della questione, in maniera chiara e semplice, ma non meno efficace. Sfruttando l’importanza di basarsi sul racconto “Pure in galera a da passa’ ‘a nuttata” di Giuseppe Rampello.

Il problema del sovraffollamento delle carceri; le scarse condizioni igienico-sanitarie in cui spesso sono costretti a vivere i detenuti; le infiltrazioni mafiose che arrivano sin dentro i penitenziari, che controllano in maniera dittatoriale, arrivando a minacciare gli altri reclusi, obbligandoli all’obbedienza fedele, sorda e cieca, connivente, fatta di omertà, per salvare i familiari che sono fuori. L’incolumità è a rischio anche per loro. Una normativa se non inadeguata, da rivedere, che molto è cambiata, ma che di altre modifiche ha bisogno. Il 41 bis, ma anche l’accenno ai processi, alle inchieste e alle indagini. Eppure c’è chi ha ancora voglia, nonostante tutto, di lottare per difendere la propria dignità, la propria libertà, ed alza la testa per rivendicare i propri diritti. Forse cambiare si può, una speranza c’è. Basta avere il coraggio di ribellarsi alla rassegnazione, di darsi da fare per far sentire la propria presenza e costruirsi, mentre si è dentro, il futuro per dopo, quando si sarà fuori. Per darsi una seconda opportunità una volta usciti.

Quello che fa Antonio (Luca Argentero), per cui ormai il carcere è casa sua. Non fa che entrare ed uscire di prigione, ma un giorno è costretto a confrontarsi con Rocco (Francesco Montanari): un vero boss che non intende rinunciare alla propria autorità; ma neanche Antonio vuole cedere il proprio spazio “vitale”, in un carcere dove la sopravvivenza passa anche dal sapersi far rispettare. Un po’ come tutelare una boccata d’aria per sè in uno spazio claustrofobico. Con astuzia, ingegno ed intelligenza, riuscirà a ricavarsi il suo posto nel penitenziario. Sin dal titolo il cortometraggio gioca col doppio senso delle parole “Mala Vita”: nel senso di malavita ovvero criminalità, e mala vita cioè cattiva vita; dunque, al contempo, quest’ultima, un’esistenza condotta compiendo atti malvagi, oppure “mala” nel senso di miserabile, sfortunata, poiché il fato, il destino ha voluto giocare un brutto scherzo, e così si vive un’esistenza pessima come quella nelle carceri.

Tra stenti, difficoltà, disagi da sovraffollamento e scarsa igiene. Ma, nonostante si sia reclusi, si può sempre aprire la finestra della propria cella per far entrare il sole che splende fuori. Ed Antonio, steso sul suo letto, nella scena più pregna di significato del film, la spalanca ed osserva il paesaggio all’esterno. Quasi a guardare fuori, al futuro, pensando a quando uscirà, a quando i tempi bui saranno finiti e potrà andare libero in giro. Sin da quando è dentro pensa al suo domani. Ed inizia a cambiare. Incomincia, così, il suo percorso di formazione, di crescita personale, di recupero anche morale ed intellettuale. Mentre l’altro sembra più miope, rimanere accecato quasi dal torpore, dal lato cupo della vita lì dentro. Quasi fosse un destino già scritto. Subito è evidente questo binomio di personalità opposte tra i due protagonisti. Non che Rocco non ricerchi il cambiamento, la libertà, ma non usa i mezzi e gli strumenti giusti.

Troppo ancorato alle carte, a situazioni predestinate, prestabilite da un fato, a tratti anche ingiusto, che fa ricadere su di lui la mala..sorte, per citare il titolo. Il boss crede profondamente alla numerologia delle carte da gioco napoletane, mentre Antonio le ignora (pur imparando ad usarle successivamente). Si fa chiamare “il Camaleonte”, ma pretende che la gente e la realtà si adattino a lui, e non viceversa. Usa le carte da gioco per imporre forzatamente il proprio dominio sugli altri, che non lo stimano né lo rispettano, lo temono soltanto. Non adopera, invece, le carte cioè i documenti legali per discolparsi: la sua liberazione la ritiene un atto dovutogli, un obbligo o un dovere, non un diritto che va guadagnato, ricercato, faticato, sudato, conquistato in una parola.

Luca Argentero e Francesco Montanari in una scena di "Mala Vita"

Luca Argentero e Francesco Montanari in una scena di “Mala Vita”

Per questo lui non evolve come Antonio. Quest’ultimo, invece, sembra piano piano imparare a padroneggiare le carte da gioco, che vediamo in una scena finale maneggiare egregiamente. Quasi fossero, metaforicamente, appunto le prove, i documenti a sua difesa, da consegnare per scagionarsi, per crearsi una seconda opportunità.

Poche battute, dialoghi serrati, lunghezza breve del cortometraggio, mimica facciale ridotta al minimo, priva di tensione quasi a causa dell’ambientazione in un carcere alienante. Eppure l’incisività è massima. Ci riporta bruscamente alla realtà, meglio quasi di un documentario. Non possiamo, infatti, non ritornare con la memoria al rapporto Antigone sulle carceri italiane (illustrato dal quotidiano Avanti!), che ben evidenziava un “sistema penitenziario al limite della decenza”. Nonostante, infatti, risultasse in calo il numero dei detenuti negli ultimi due anni, il problema del sovraffollamento si faceva notare stare divenendo sempre più consistente.

Molte strutture penitenziarie sono fatiscenti e da ristrutturare. E rischia di fare scuola il caso esploso di recente di quello di Sollicciano, in provincia di Firenze: per la prima volta qui, un giudice del Tribunale di Sorveglianza ha accolto il ricorso di un carcerato perché la sua detenzione avrebbe violato la Convenzione Europea dei Diritti Umani. L’uomo è stato scarcerato con 40 giorni di anticipo e risarcito per quasi 4 mila euro dallo Stato. Le celle sarebbero state costituite da spazi inferiori ai 4 metri quadri per ciascun recluso: “una detenzione inumana e degradante”, ha pertanto motivato nella sentenza il giudice. Sicuramente investire di più nelle carceri è un dovere, sensibilizzare sul tema un obbligo soprattutto da parte dei media. Poiché è, innanzitutto, una questione di civiltà e di umanità. Anche un cortometraggio come “Mala Vita” vuole e può dare il suo valido contributo. Soprattutto con il sostegno di due attori del calibro di Argentero e Montanari, che sono andati a girare intere scene dentro un penitenziario e si sono documentati, vivendo il carcere per un po’ di tempo a stretto contatto con chi vi è finito per davvero.

Barbara Conti 

Scrive Alessio Caperna:
Perché aderire al Psi

Ho aderito al Psi perché sono socialista, perché sono per il pluralismo, trovo giusto che non vi siano idee dominanti su altre, trovo giusto che vi sia un’ampia possibilità di scegliere come vivere, cosa fare, a che scuola andare, e se confessionale la scuola privata deve essere senza oneri per lo stato.

Ho aderito al Psi perché è un partito eretico, che è da sempre dalla parte dei lavoratori, delle fasce deboli, perché è un partito plurale, ove vi è ampia libertà di manifestare le proprie idee, perché il Psi è l’unico nel panorama politico, che propone il vero riformismo, che propone la cogestione delle imprese, è un Partito che celebra i congressi nazionali, regionali, provinciali e sezionali, con regole democratiche, precise e puntuali.

Ho aderito al Psi, perché ha ed è nel suo stesso esistere una storia di libertà, che persegue una società più giusta, più umana, più solidale, più equa, più bella. Ho aderito al Psi, perché amo i principi promananti dalla Rivoluzione francese di libertà eguaglianza e fratellanza e dalla Comune di Parigi.

Ho aderito al Psi perché credo, da marxista libertario e bakuniano, che le ingerenze statuali nella vita delle persone siano orribili, alienanti e figlie di una concezione statale ottocentesca, hegeliana etico gentiliana. Ho aderito al Psi, perché preferisco il diritto all’eresia di Turati alla visione leninista rielaborata da Antonio Gramsci.

Ho aderito al Psi perché è l’unico partito politico che voleva salvare Aldo Moro. Ho aderito al Psi perché è il partito che ha una perfetta sintesi d’idee tra l’anarchismo, il liberalismo sociale, il marxismo riformista turatiano e saragattiano. Ho aderito al Psi perché il Psi è più per l’individuo che per lo Stato (astrazione, finzione  giuridica, diretta proiezione del capitale).

Ho aderito al Psi perché penso che i diritti civili di terza generazione siano indispensabili, quindi sì al matrimonio di e tra tutte le diverse forme di sessualità, sì ad una Legge sul fine vita, sì alla facilitazione dell’aborto ( vi sono regioni in Italia ove la obiezione di coscienza supera il 90 %, ed in tal modo si vanifica, di fatto, la legge sull’aborto, lo si rende un Diritto sulla carta).

Ho aderito al Psi perché era il Partito di Pietro Gori, di Andrea Costa, di Filippo Turati, di Anna Kulisciov, di Sandro Pertini, di Matteotti, di Raniero Panzieri, di Pietro Nenni, di Giuseppe Saragat, di Riccardo Lombardi, di Bettino Craxi. Ho aderito al Psi perché sono garantista, perché credo che vi sia urgente bisogno di una riforma della giustizia che davvero renda pari l’accusa e la difesa, che separi le carriere dei magistrati con due distinti CSM, che demandi le decisioni sulla libertà delle persone non più a giudici monocratici ma a un collegio giudicante.

Ho aderito al Psi perché vuole estendere i diritti a chi ne è privo. Ho aderito al Psi perché non mi sono mai piaciuti i populismi, identitari e irrazionali.

Perciò ho aderito all’attuale Psi, fondato nel 1892 ed è Avanti da più di 123 anni.

Alessio Andrej Caperna                                             

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    

 

       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    

 

Efficienza del sistema
bancario e crescita locale

soldi-euroI recenti effetti della crisi sul sistema economico hanno riportato con forza al centro del dibattito la discussione sulla relazione tra sviluppo del sistema finanziario e crescita dell’economia locale. Molti studi empirici hanno individuato l’esistenza di una relazione positiva tra il livello di sviluppo raggiunto dal sistema bancario, da un lato, e i tassi di crescita del PIL pro-capite, dall’altro. La debolezza principale della stima di questa relazione sta, per alcuni, nelle variabili utilizzate per stimare il grado di sviluppo del sistema bancario; queste variabili riguardano normalmente l’ammontare complessivo dei finanziamenti intermediati dalle banche. Tutte le stime così effettuate hanno generato problemi interpretativi, perché solo in parte è stato colto il ruolo che le banche svolgono nello sviluppo economico locale.

Innanzitutto, perché l’ammontare del credito erogato è fortemente determinato dal livello di sviluppo raggiunto dall’area di riferimento; fatto, questo, che potrebbe indicare una relazione causale di tipo inverso tra sistema finanziario e crescita economica, nel senso che è la crescita a determinare l’espansione dell’attività finanziaria, e non viceversa. In secondo luogo perché la misurazione della relazione esistente tra sviluppo del sistema finanziario e crescita in funzione del credito erogato, riferita ad aree vaste (di solito, aree sulla quali insistono interi sistemi economici nazionali), non considera aspetti specifici locali ad alto impatto sulla relazione oggetto di stima. In conseguenza di tutto ciò, l’ammontare del credito erogato considerato a livello di aree vaste può al più essere assunto come elemento di previsione della crescita, nel senso che sono le previsioni di una crescita futura a determinare l’espansione dell’attività finanziaria.

Le previsioni dello sviluppo del sistema bancario fondate sulla crescita futura di una data area trova una giustificazione nel fatto che la produzione è finanziata in anticipo rispetto alla crescita; perciò le banche, nel concedere credito, devono poter prevedere la crescita futura dell’economia reale. Ciò, per molti critici della stima dell’impatto sulla crescita effettuata in funzione del credito intermediato, può solo significare che lo sviluppo dell’attività finanziaria è solo un indicatore di previsione piuttosto che un fattore causale della crescita.

Un altro limite delle ricerche empiriche volte a misurare la relazione esistente tra sviluppo elle attività bancarie e crescita è quello di enfatizzare il ruolo che le banche hanno riguardo all’accumulazione di capitale. La letteratura economica ha, però, chiarito che il ruolo specifico che le banche svolgono nel sistema economico non è quello di intermediare il risparmio o di stimolare l’accumulazione, ma quello di certificare la qualità degli imprenditori.

Da quest’ultimo punto di vista, le banche sono essenziali ai fini della crescita in quanto rappresentano un meccanismo di selezione degli imprenditori e delle forme d’impiego delle risorse disponibili. Se questa è allora la funzione principale delle banche nel processo di crescita, è su di essa che gli indicatori dello sviluppo del sistema bancario dovrebbero essere basati, e non sull’ammontare complessivo di risorse intermediate.

Per i motivi esposti, alcuni ricercatori propongono un nuovo approccio al problema della misurazione del contributo del livello di sviluppo raggiunto dal sistema bancario alla crescita di un’area; in particolare, suggeriscono di correlare il flusso dei finanziamenti erogati nell’area con l’efficienza microeconomica stimata in funzione dei costi di funzionamento delle banche che operano in quella stessa area, e di utilizzare questa correlazione per misurare la capacità delle banche di selezionare i prenditori migliori per supportare l’economia reale nel processo di crescita.

L’efficienza delle banche, infatti, è un indice che in sé sembra più adatto a stimare la causalità esistente tra finanza e crescita, nel senso che l’efficienza delle banche può meglio contribuire ad esprimere il ruolo che può avere il sistema creditizio nella crescita economica delle aree locali, soprattutto in quelle che ancora, come le regioni del Sud dell’Italia, accusano ritardi sulla via della crescita. Ciò significa considerare fondamentale, all’interno di tali aree locali, il ruolo delle banche nella promozione della crescita economica locale, in quanto svolgano principalmente una funzione di selezione degli imprenditori, attraverso l’esercizio efficiente in termini di costi della loro attività.

In questo modo, per capire come le banche locali possono meglio contribuire a supportare la crescita, occorre tener conto, non solo dell’entità dei finanziamenti erogati, ma anche della qualità dei prenditori e dell’efficienza microeconomica delle banche, secondo l’ipotesi che la considerazione dell’insieme di questi indicatori può contribuire ad una stima del contributo della banche al sostegno della crescita locale migliore di quella resa possibile con l’impiego degli indicatori tradizionali ai quali normalmente si fa riferimento.

I risultati conseguiti da specifiche ricerche condotte sul campo nelle regioni italiane, come risulta da quella condotta da Cristian Barra (“Lo sviluppo finanziario locale e la crescita economica: prospettive su dati territoriali italiani”, in Rivista Economica del Mezzogiorno n. 1-2/2014) confermano l’impatto positivo dell’efficienza microeconomica delle banche sulla crescita ed evidenziano anche un aspetto sinora poco considerato, ovvero che le banche operanti nelle regioni del Nord, pur essendo più efficienti rispetto a quelle operanti nelle regioni meridionali in termini di costi, quelle del Sud sono più efficienti rispetto a quelle del Nord in termini di profitti.

Questo aspetto delle banche operanti nelle regioni del Sud, più che essere positivo dal punto di vista del loro sostegno della crescita, si rivela invece essere negativo, in quanto la maggiore efficienza in termini di profitti è tendenzialmente dovuta alla maggiore concentrazione (territoriale e funzionale) nelle regioni meridionali degli istituti di credito (soprattutto se di dimensioni medio-piccole); in altri termini, le banche operanti nelle regioni del Sud dell’Italia, concentrate territorialmente e funzionalmente, operando nelle sub-aree più avanzate e avendo pochi concorrenti, possono disporre di una maggior quota di mercato, massimizzando i loro profitti, ma con un basso contributo alla crescita, in quanto poco efficienti in termini di costi e poco diffuse nel territorio.

In conclusione, alla crescita delle regioni meridionali potrà contribuire, non tanto il volume dei finanziamenti intermediati dagli istituti di credito, com’è accaduto nel passato, quanto da una combinazione di diversi elementi, includenti, oltre al volume dei finanziamenti intermediati, l’efficienza degli istituti di credito in termini di costi e non di profitti e, dunque, da una loro maggiore presenza e diffusione nel territorio, oltre che da una politica pubblica volta a dotare le aree locali di possibili opportunità future di crescita.

Gianfranco Sabattini

 

Quel che penso dell’Italicum e di noi

Le mie critiche all’impostazione della nuova legge elettorale sono note, almeno nella nostra piccola comunità. Sono stato, con Mucciolo, fautore di un documento approvato dal Consiglio nazionale, in cui si chiedeva ai nostri senatori di non votare la legge. È vero che, rispetto alla prima stesura, quella sottoposta a dure critiche nel testo approvato praticamente all’unanimità dal Consiglio, la nuova legge è stata sottoposta a emendamenti anche sostanziali, quali l’abbassamento dello sbarramento elettorale per il conseguimento di seggi, l’innalzamento al 40 per cento della soglia per conquistare il premio di maggioranza al primo turno, l’introduzione delle preferenze coi soli capilista bloccati.

Restano però le critiche sul taglio generale della legge. La prima è quella che viene presentata come un vanto dal premier come se le elezioni fossero il Giro d’Italia, con un vincitore per forza, che in un sistema parlamentare significa promuovere una lista che ottenga la maggioranza assoluta al primo o al secondo turno. Dove sta scritto che gli elettori debbano decretare un vincitore? In Inghilterra, col più secco dei maggioritari, non è scaturito alcun vincitore alle ultime elezioni tanto che conservatori e liberali hanno dovuto comporre un’alleanza per governare. In Francia è accaduto diverse volte che nessun partito abbia ottenuto la maggioranza assoluta, nonostante il sistema maggioritario a due turni di collegio. Perfino in Grecia Tsipras ha dovuto implorare una singolare alleanza con un micro partito di destra. Le elezioni per il Parlamento devono fotografare le tendenze elettorali e non eleggere un governo.

Noi decretiamo per legge un vincitore, poi lo adorniamo di corona d’alloro, con medaglia d’oro olimpica. Anche in Francia vince uno solo. Ma alle presidenziali. E da qui discende la seconda conseguente obiezione. Noi usiamo una legge elettorale che dovrebbe servire per eleggere la Camera dei deputati come se si dovesse procedere all’elezione del presidente. Siamo però una Repubblica parlamentare e anziché procedere alla sua opportuna trasformazione in presidenziale usiamo la legge elettorale, anziché la riforma costituzionale, per renderla tale “de facto”. Non da oggi, per la verità. Quante volte abbiamo sentito sbraitare che Monti, Letta e Renzi non sono stati eletti? Ma quando mai un presidente del Consiglio lo è stato in Italia?

Le due obiezioni di fondo, che penso possano essere risolte solo da un referendum popolare sulla forma di Stato e poi dall’elezione di un’Assemblea costituente, si accrescono di alcune obiezioni particolari. Prendiamo la questione dei capilista bloccati. Chi sono mai costoro? Dei candidati che appartengono all’aristocrazia politica, contrapposti ai più popolari che saranno sottoposti al vaglio della scelta degli elettori. Con un piccolo particolare. Se i collegi saranno un centinaio, solo il Pd, e poco altro, sarà oggetto di questa suddivisione tra tutelati e non. Gli altri saranno quasi tutti impermeabilizzati dal loro ruolo di capilista nominati. Si dice: “È’ tutto vero, ma è meglio questa riforma di niente”. Lo stesso Paolo Mieli ieri sera si è schierato col vecchio detto “piuttosto che niente meglio piuttosto”. Non capisco perché. Personalmente ritengo sia meglio il Costituzionatellum. Poi un percorso che parta dalla scelta sulla forma di Stato e dalla elezione di un’Assemblea costituente. Penso che sia meglio niente di un passo falso. Meglio niente che peggio. E naturalmente mi auguro, lo dirò domani alla segreteria, che i socialisti sostengano questa posizione anche alla Camera.