lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Alberto Beneduce
e lo Stato imprenditore
Pubblicato il 06-03-2015


albertobeneduceAlberto Beneduce è stato un economista italiano prestato alla politica, amministratore di importanti imprese pubbliche nell’Italia liberale e artefice della creazione, nel 1931, dell’Istituto Mobiliare Italiano (IMI) e, nel 1933, dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI). L’idea che egli ha avuto del ruolo dello Stato nel governo del sistema economico italiano è stata quella di poter realizzare, dopo il primo conflitto mondiale, attraverso l’intervento pubblico, un nuovo assetto dei settori industriale e creditizio in crisi; tale idea trova riscontro oggi in molte proposte che vengono avanzate per il superamento della crisi economica dei cui effetti negativi sta soffrendo l’Italia. Quella di Beneduce è stata un’anticipazione delle concezione social-riformista dell’intervento statale nell’economia, che s’imporrà all’interno delle economie di mercato, soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale.

Dopo la prima guerra mondiale, lo Stato aveva acquisito un ruolo attivo nel governo dell’economia italiana, dando origine ad un sistema di economia mista, finalizzato al sostegno dello sviluppo industriale e alla salvaguardia della stabilità finanziaria. Il modello che allora ha preso forma si è conservato, sia pure con finalità diverse da quelle originarie, fino agli anni Novanta del secolo scorso.

Nell’approccio beneduciano ai “mali” dell’economia italiana, uscita malconcia dalla guerra 1915/1918, l’intervento dello Stato è sempre stato contenuto nei limiti di un controllo del processo di formazione delle risorse finanziarie necessarie a finanziare la crescita, da un lato, e di una difesa della formazione del risparmio, dall’altro. L’intervento pubblico non è mai stato esteso ai compiti di programmazione e di gestione delle attività produttive, considerando sempre necessario il contributo dei gruppi privati allo stabile funzionamento del sistema economico.

Il ruolo di Beneduce è stato soprattutto essenziale nella riorganizzazione del settore bancario italiano; la forma dell’intervento che egli ha sostenuto è stata diretta al superamento della “banca mista” e alla netta separazione tra le banche finanziatrici e le attività industriali, con la partecipazione dello Stato al capitale di controllo delle imprese in crisi. Le imprese pubbliche sono rimaste comunque società per azioni, che hanno potuto associare, in posizione di minoranza, il capitale privato. Infatti, in luogo della nazionalizzazione, è stata realizzata con l’IMI una serie di interventi finalizzati al salvataggio e al sostegno finanziario di singole imprese, per provvedere al loro rilancio, dopo il risanamento gestionale, attraverso la costituzione dell’IRI.

Obiettivo dell’azione di Alberto Beneduce sul piano finanziario è stato quello di creare circuiti di impiego del risparmio indipendenti dalle deboli istituzioni finanziarie allora attive in Italia, inidonee a mobilitare efficacemente il risparmio in funzione del risanamento e del sostegno della crescita dell’economia nazionale. In questo senso deve essere intesa l’autonomia decisionale su cui Beneduce ha informato tutta la sua azione di “grand commis” dello Stato, ma attraverso, come viene detto, uno “Stato fuori dallo Stato”, oppure con la creazione di uno “Stato altro da sé”.

La sua attività non è stata scevra da critiche; alcuni l’hanno accusato di opportunismo politico, che gli avrebbe permesso di passare dalla sua militanza socialista al servizio del fascismo. Per un giudizio obiettivo è necessario tuttavia rammentare che Beneduce non ha mai appoggiato apertamente il fascismo, mai ha preso la tessera del partito e mai ha rinnegato le sue idee; fatti, questi, che hanno suscitato, piuttosto, il sospetto e l’opposizione alla sua persona di molti “sansepolcristi” che, come confermano documenti ritrovati dopo la seconda guerra mondiale, ne chiedevano l’allontanamento.

Si può dire che l’azione di Beneduce abbracci l’intero periodo che va dalla fine del primo conflitto mondiale alla fine degli anni Ottanta. Se si considera che egli è stato maestro e suocero di Enrico Cuccia (il futuro capo di Mediobanca, giovane funzionario all’IRI che, frequentando la casa di Beneduce, si è innamorato della figlia Idea Nuova Socialista, sposata nel 1939), il vincolo parentale è valso ad accreditare la tendenza a rinvenire nel rapporto tra il suocero ed il genero una sorta di continuità, nella comune convinzione della necessità che l’economia mista italiana fosse governata attraverso la compartecipazione e la collaborazione tra il settore pubblico e quello privato.

La presunta adesione al fascismo di Beneduce (o al mussolinismo, come a volte viene detto, o anche al fascismo “movimentista” delle origini) trova una giustificazione nell’idea patriottica che egli, appartenente alla generazione post-risorgimentale, ha sempre manifestato nel voler servire il proprio Paese; idea, questa, con un’intrinseca natura social-riformista, che Beneduce è riuscito a conservare, mantenendo ferma la distinzione fra finalità politica e finalità economica del suo impegno pubblico. Questa distinzione gli ha consentito di valutare percorribile la strada di una sua collaborazione col regime mussoliniano, senza però contaminarla con una sua esplicita adesione politica al regime stesso.

Beneduce è morto prima della liberazione di Roma, ma il sistema di economia mista da lui creato, metà privato e metà pubblico, è sopravvissuto al fascismo ed ha fornito un impulso determinante al decollo economico del secondo dopoguerra. Un modello, quello dello Stato imprenditore beneduciano che, stravolto dal suo impiego per finalità extraeconomiche, ha attirato sul suo creatore molte critiche, dopo che il gruppo di tecnocrati cresciuti al suo fianco e che ne avevano ereditato il “senso della missione”, indispensabile per realizzare una proficua collaborazione tra il settore pubblico e quello privato, è stato totalmente disciolto, non solo per ragioni anagrafiche.

Il discredito al quale è stato esposto, dopo gli anni Sessanta del secolo scorso, il modello di economia mista è servito ai neoliberisti “duri e puri” per “spianare” la strada alle cosiddette liberalizzazioni e porre così rimedio, a loro dire, alla degenerazione di un rapporto tra Stato e imprenditori privati che in Italia aveva radici lontane e la cui responsabilità veniva fatta risalire appunto ad Alberto Benduce.

In un’epoca, come quella attuale, in cui viene riproposta la validità dell’idea dello Stato imprenditore, è moralmente doveroso reintegrare nella memoria dell’immaginario collettivo e fuori dalle facili ed interessate strumentalizzazioni ideologiche, il ruolo di quanti nella storia recente dell’Italia hanno svolto una funzione innovativa nel favorire e sostenere la modernizzazione dell’economia e della società. Il ricordo del loro contributo e le modalità con cui essi l’hanno effettuato costituisce un importante capitolo della storia economica del Paese, sino a diventare, come afferma Amedeo Lepore in un recente articolo su Alberto Benduce, pubblicato sul n. 1-2/2014 della “Rivista Economica del Mezzogiorno”, uno “strumento di analisi di grande efficacia”, per studiare, ai fini della comprensione dei fatti, i collegamenti tra l’evoluzione dei fenomeni economici e il contesto in cui si sono verificati; ma anche, si può aggiungere, per capire le risposte più idonee da dare ai problemi sul tipo di quelli che caratterizzano l’Italia odierna.

A titolo di smentita delle critiche dei neoliberisti nostrani circa la validità e desiderabilità sociale del “modello Benduce”, può valere quanto Donato Menichella, collaboratore di Beneduce e Governatore della Banca d’Italia dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ha avuto modo di pronunciare, in occasione del saluto di commiato di Beneduce dalla presidenza dell’IRI nel 1939; con un linguaggio che era proprio del clima culturale e politico dell’epoca, Menichella ha proferito le seguenti parole che, lette oggi, fanno giustizia dell’ipocrita rimozione dalla memoria collettiva del nome di un uomo al quale l’Italia deve molto: “Voi avete spezzato le catene che legavano le banche all’industria, connubio innaturale, specialmente in una nazione e in un regime che pongono alla base dell’azione dello Stato non le astruserie di teorie individualistiche liberali, bensì la tutela del patrimonio dei cittadini indifesi contro gli assalti agguerriti di privilegiati pronti a sfruttare le raffinatezze della tecnica capitalistica per convogliare a loro profitto il sudore e il risparmio della povera gente”.

La citazione, riportata da Lepore nel suo articolo, è stata tratta da “La liberalizzazione finanziaria: teoria e storia” di Marcello De Cecco (2008). E’ possibile trovare oggi tra i “grand commis” dello Stato espressi dall’attuale classe politica italiana il nome di un personaggio che riassuma in sé le motivazioni e le qualità tecniche e professionali paragonabili a quelle che sono state proprie di Alberto Beneduce? C’è da dubitare, considerando che gli attuali servitori dello Stato, salvo rare eccezioni, sembrano sul piano tecnico-professionale per lo più dei “nani” superpagati al guinzaglio dei loro referenti politici, incapaci perciò di librarsi sulle spalle dei “giganti” che li hanno preceduti, per trarre utili insegnamenti ai fini dello svolgimento delle mansioni che dovrebbero esercitare nell’esclusivo interesse di tutti gli italiani.

Gianfranco Sabattini

 

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Commenti all'articolo
  1. Credo che il cd benessere economico Italiano degli anni 50/80 sia da attribuire principalmente all’intervento dello Stato nell’economia, anche per il ruolo di supplenza da esso svolto in termini di politica industriale. Credo, quindi, che anche oggi sarebbe necessario non una politica di tale responsabilita, certamente dentro una rinnovata etica civica.

  2. Beneduce il solo che poteva entrare nell’ufficio di Mussolini senza farsi annunciare.
    Indubbiamente fù un grande servitore dell’Italia e di fronte alla sua statura, discutere se sia stato fascista o non fascista è puerile., era un socialista che aveva a cuore i destini dell’economia del paese.
    Svolse la sua azione in un momento cruciale di riconversione dall’economia di guerra a quella di pace,e al superamento della crisi del 29 ,riusciendo ad evitare che il tessuto industriale e bancario venisse travolto. che sparisse dagli orizzonti dell’economia.
    Non siamo ora in un dopo guerra, ma in quanto a disastri ci siamo molto vicino, il 30% del nostro settore manifatturiero è saltato, ai salari e di conseguenza ai consumi , viene distribuito il 10% in meno del prodotto nazionale lordo rispetto a 10 anni fà , gli scandali la corruzione stanno spargendo metastasi di in cancro mortale per la tenuta democratica del paese, le istituzioni finanziarie e bancarie ,anche con secoli di storia, si stanno dimostrando sempre di più covo e cenacoli riservati a pochi che con favoritisni anche fuori legge , stanno facendo danni emormi alla collettività.
    Ciò nonostante alcuni settori quando non alcune aziende medio grandi, affrontano con successo un mercato ormai globale, la stessa produzione del baco da seta da lungo tempo abbandonata ,si sta riavviando con buone prospettive, la parte più attiva della nostra societa , che opera nei campi più disparati, ma unita dal comune intento di non arrendersi al degrato , morale , sociale, culturale ed economico stà dando, pur trà mille difficoltà buoni frutti. ora in tutto questo dovè il nostro Psi ??.
    Purtroppo il nostro Psi è appiattito tutto teso al soppravvive confondendo la soppravvivenza con la soppravvvenza politica di vari capi e capetti nei diversi livelli della struttura dello stato, essi hanno i soli meriti di una base elettorale propria e di ciò che il marchio Psi può ancora portare.
    Io penso che la maggioranza di noi , comprenda che non possiamo andare anvanti in questo modo , non ha nessun senso continuare ad essere marginali all’attuale politica italiana, quando Dio solo sà quanto ci sarebbe bisogno di una politica lungimirante, noi dobbiamo e possiamo essere i rappresentati di quegli italiani che non si riconoscono in questo ,che non esito definire degrado, se siamo il Psi il Psi dobbiamo fare tornare ad essere la parte la parte più attiva e più moderna della nostra societa , rappresentare i settori della più avanzati del paese, difendere chi più ha patito di questa situazione , come seppe fare il altri momenti il Psi, se ciò non faremo, non possiamo più agire in nome del Psi , il continuare ad utilizzarne il marchio ci varrà , culturalmente , l’accusa di appropriazione indebità e senza che ciò ci salvi da un mortale declino.
    Compagno Maurizio Molinari – consigliere nazionale off.molinari@libero.it

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