martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

“Birdman”. Sincronia
tra macchina da presa
e “flusso di coscienza”
Pubblicato il 12-03-2015


Michael Keaton in una scena del film "Birdman"

Michael Keaton in una scena del film “Birdman”

“Birdman”, vincitore di Oscar a profusione (nella recente edizione 2015 miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura originale) è opera del talentuoso Alejandro González Iñárritu, regista, produttore cinematografico, compositore e montatore. Primo regista messicano a ricevere una nomination come miglior regista, ad aver vinto il premio per la miglior regia al Festival di Cannes, nella sua brillante filmografia conta i film “Amores Perros” (2000), “21 Grammi” (2003), e “Babel” (2006): opere complesse nella loro bella originalità, che hanno raccolto complessivamente ventuno nomination agli Oscar.

Un regista, dunque, che ha dato prova di virtuosismo e di idee, già in passato. Il protagonista di questa pellicola è Riggan Thompson (un sempre-verde Michael Keaton), una ex star che ha raggiunto il successo indossando la maschera alata di “Birdman”. Il passato ormai non fa più cassa, ne resta un poster in camerino che parla e che sembra una sorta di “Coscienza” di Riggan, il cui vero cruccio è quello di essere apprezzato come attore di talento. Così si mette a sfidare gli dei di Broadway, mettendo in scena l’adattamento del racconto di Raymond Carver: “What We Talk About When We Talk About Love”. Nell’impresa vengono coinvolti la figlia ribelle Sam (Emma Stone, nomination Oscar miglior attrice non protagonista) – tossicodipendente sempre sull’orlo del suicidio – l’amante Laura (Andrea Risebourgh), l’amico produttore Jake (Zach Galifianakis) e l’antagonista-collega attore, Mike Shiner, uno scintillante Edward Norton, in versione mefistofelica. È come se tutto avvenisse in un’unica interminabile giornata, fatta di tanti passaggi, che raccontano un tempo molto più lungo di quello” percepito”: le prove, fatti e misfatti, liti tra Riggan e Shiner, gettati a terra come ragazzini nella lavanderia, le anteprime, una di seguito all’altra, la continua tensione tra Riggan e la sua maschera parlante, la “Coscienza” che lo vorrebbe di nuovo block-buster. Riggan non regge la pressione: prima distrugge il camerino cercando di zittire Birdman, poi, dopo aver avuto una discussione animata con la più importante critica letteraria del New York Times, Tabitha Dickinson (Lindsay Duncan), che gli ha anticipato – in modo brutale – che stroncherà lo spettacolo, si ubriaca e passa la notte per strada. Al risveglio, Riggan è convinto di avere davvero i poteri del suo Birdman, che si materializza svolazzandogli alle spalle, come se la sua “Coscienza” fosse fuoriuscita dalla propria sede.

Ora tutto è possibile, l’attore, forse mediocre, ha preso coraggio. Quando finalmente va in scena la prima la sua interpretazione getta in visibilio il pubblico, ma in un eccesso di “sincerità” mette a rischio la propria vita. Durante tutto il film oltre a Birdman e il suo spettro, aleggia la satira del mito hollywoodiano, che non rende mai l’effetto drammatico fino in fondo: l’attore “vero” è sull’orlo della bancarotta, e invece di parlare con uno psichiatra delle sue manie, si rivolge alla sua “Coscienza” in formato poster, una “Coscienza” dimessa, che evoca fasti lontani, quelli di un super-eroe rockeggiante a metà strada tra il grande personaggio (il Fantasma Winslow Leach del celebre e bellissimo “Phanthom of Paradise” di Brian De Palma) e il nulla.

Zach Galifianakis, Naomi Watts e Michael Keaton

Zach Galifianakis, Naomi Watts e Michael Keaton

Tale indizio di citazione del regista messicano è avvalorato dall’inquadratura insistita dei palazzi di fronte dove, in un teatro, va in scena l’opera ”Il Fantasma dell’Opera” con la maschera del vendicatore in bella vista.

Dunque una trama ben concepita e strutturata, si snoda in maniera fluida in un lunghissimo piano sequenza, senza stacchi, che sembra un vero e proprio “flusso di Coscienza”, affetto dalla sindrome del reality show: la macchina da presa e il “flusso di Coscienza” sono in sincrono, ora il flusso osserva, ora è dentro. La recitazione degli interpreti è sempre impeccabile, il ritmo vertiginoso. La macchina da presa riprende il teatro nei suoi spazi sacri e segreti, nei camerini, e nei momenti in cui gli attori escono di scena, e si sfogano. Si svelano i trucchi del mestiere, si mettono a nudo le fragilità e le scenate miserabili, si violano le regole della scena ,dove una pistola finta deve sembrare vera e invece il carismatico Mike, antagonista di Rigg, vuol rendere “vero” tutto, anche quello che in teatro è “finzione” per definizione.

I personaggi- attori fanno a gara tra loro, recitano nella recita e ci si diverte, le luci calde, blu della scena, ci fanno soffrire con loro, li perdoniamo, poi rigettiamo nel fango per esaltarli. La recita a “soggetto” ha il finale volutamente aperto, e ci mancherebbe. Nell’era dei social network si può scegliere un finale adatto al film e provare ad incastrarlo con il “flusso di Coscienza”. È che, nel film “Birdman” si dà alla macchina da presa e ai suoi linguaggi, libertà d’azione, pur mantenendo un legame con una certa tradizione narrativa che vuole, il protagonista Riggan, al centro di tutto. Egli è l’ “ecce homo”. Ma il tempo passa sulla sua testa. Unico e, quasi, irripetibile. Chi vede, vede chi non vede forse perde, per sempre.

Maria Chiara D’Apote

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