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Opinioni e commenti
 

Black out e terrorismo scuotono la Turchia
Pubblicato il 31-03-2015


Turchia_terrorismo

Il magistrato, Mehmet Selim Kiraz, sequestrato dal ‘Fronte-Partito di liberazione del popolo della Turchia’ (Dhpk-C)

In una Turchia senza energia elettrica per il più grande black out degli ultimi 15 anni, dalle origini ancora misteriose, è tornato sulla ribalta il terrorismo di estrema sinistra con il sequestro di un magistrato all’interno del Tribunale di Istanbul.

Il gruppo che ha sequestrato il magistrato, Mehmet Selim Kiraz, appartiene al ‘Fronte-Partito di liberazione del popolo della Turchia’ (Dhpk-C), e in cambio della liberazione dell’ostaggio ha chiesto l’arresto del poliziotto ritenuto responsabile della morte del quattordicenne Berkin Elvan durante le manifestazioni di Gezi Park, nel 2013. Berkin Elvan, venne colpito da un candelotto lacrimogeno alla testa, in occasione degli scontri con la polizia che voleva sgombrare l’area verde destinata a un programma edilizio, per morire dopo 9 mesi di coma, divenendo uno dei simboli della feroce repressione del regime di Erdogan mentre l’ostaggio, Kiraz, non è stato scelto a caso, ma è proprio il responsabile dell’inchiesta che è stata condotta sulla morte del giovane.

Oltre al processo contro il poliziotto, che dovrebbe finire in un apposito ‘tribunale del popolo’, il gruppo di terroristi chiede che siano archiviate tutte le incriminazioni contro le persone che hanno organizzato le proteste di solidarietà per Elvan.

Turchia_forze_polizia_terrorismoMa a tenere col fiato sospeso i turchi non c’è solo il braccio di ferro tra i terroristi e le forze speciali che assediano il tribunale di Istanbul c’è anche il grande black out che ha lasciato senza energia elettrica almeno 44 province e tra le ipotesi non c’è solo il guasto tecnico, ma anche quello di un’azione terroristica.

Il gruppo armato Dhkp-c è inserito nella lista nera dei terroristi condivisa dalla Turchia con l’Ue e gli Stati Uniti. Fondato nel 1978 con il nome di ‘Sinistra rivoluzionaria’, è un movimento di ispirazione marxista-leninista. Nel 1994 ha preso l’attuale nome di ‘Fronte-Partito di liberazione del popolo rivoluzionario’. Dagli anni ‘70 a oggi ha compiuto e rivendicato diversi azioni armate finite nel sangue e numerosi attentati. L’ultimo risale allo scorso 6 gennaio, quando una donna kamikaze si è fatta esplodere in una stazione di polizia a Istanbul, uccidendo un agente e ferendone gravemente un altro. Già in quell’occasione, il gruppo rivendicò l’azione in nome della giovane vittima di Gezi Park, per “punire gli assassini di Berkin Elvan”.

Un altro attacco kamikaze avvenne nel febbraio del 2013 all’ambasciata americana ad Ankara e provocò la morte di una guardia della sicurezza mentre nel settembre 2001, un’altra donna kamikaze si fece esplodere davanti alla sede della polizia nella centrale piazza Taksim, ad Istanbul, uccidendo tre persone e ferendone almeno 20.

L’attacco di oggi, e forse lo stesso black out, possono trovare una spiegazione con l’approssimarsi del voto politico del 7 giugno mentre la maggioranza parlamentare espressa dall’Akp, il ‘Partito Islamico per la Giustizia e lo Sviluppo’, che governa il Paese dal 2002, ha appena approvato due leggi che limitano fortemente la libertà di manifestazione e di espressione nel Paese. Turchia_polizia_terrorismoUna delle due leggi accresce i poteri delle forze di polizia che ora sono autorizzate ad usare le armi durante le manifestazioni, a perquisire, intercettare le comunicazione e detenere in stato di arresto sospetti, fino a 48 ore, senza che intervenga l’autorità giudiziaria. Con questa legge anche i governatori provinciali hanno la facoltà di ordinare arresti, di intervenire nelle procedure giudiziarie e di dichiarare lo stato di emergenza.

L’altro provvedimento riguarda il web e fa seguito a quella approvata nel settembre 2014. La nuova legge consentirà di bloccare arbitrariamente, senza l’intervento del giudice, siti giudicati ‘pericolosi per la sicurezza nazionale’. Un ulteriore giro di vite dopo i fatti di Gezi Park, che si unisce a una repressione feroce e capillare contro ogni forma di opposizione politica e che ha costretto decine di giornalisti, anche fra le firme più note, a cambiare testata o lavoro: in 227 giorni sono state contate 236 querele per offesa del Capo dello Stato.

Youtube e Twitter sono già stati bloccati in passato ed Erdogan, l’ex premier che nel frattempo è diventato presidente della Repubblica, ha più volte minacciato di chiudere anche Facebook. Al momento le pagine bloccate in Turchia sono 67mila.

L’opposizione ha annunciato che prima della scadenza elettorale si rivolgerà alla presenterà alla Corte Costituzionale per far annullare le due leggi.

Tutto però dipenderà dall’esito del voto. Se l’Akp supererà i due terzi dei deputati, avrà la strada spianata per una riforma in senso presidenziale della Costituzione.

Alvaro Steamer

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