lunedì, 11 dicembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Come essere Antirenziani
(Parte II)
Pubblicato il 02-03-2015


Matteo-renzi-antirenzianiChi mi legge (grazie!) ricorderà che nella diciamo così parte prima facevo riferimento alla possibilità, per gli antirenziani di “vivere felici”. Oggi però questo obiettivo sembra più lontano che mai.

Mentre l’antirenzismo, come pratica individuale o di gruppo, sta diventando una vera e propria droga: momenti fugaci di eccitazione e sempre più lunghi periodi di depressione. Ci aspettano l’internamento in una clinica per malattie nervose, la panchina riservata nei giardinetti o magari l’esibizione in una mostra di gufi.

Per salvarci, dobbiamo imparare a fare gli antirenziani in modo del tutto diverso. Inquadrando le nostre pratiche individuali e di gruppo in un disegno collettivo.
Il tema è stato posto, e con urgenza, da Maurizio Landini; uno che, a differenza della maggior parte degli a.r. (d’ora in poi, sta per antirenziani) sa ascoltare e farsi capire dal suo popolo. Il Nostro ha lasciato volutamente impregiudicata la questione dello strumento (partito? movimento? rete?) per concentrarsi, invece, sull’obiettivo: quello di garantire al popolo della sinistra ( “della sinistra” non “di sinistra”, N.d.r.) oggi alla sbando l’esistenza di un suo comune sentire e gli strumenti per praticarlo nella realtà che ci circonda.

Ora, il comune sentire ha bisogno di un comune punto di riferimento.
È per questo motivo che la presenza degli a.r. all’interno del Pd non ha oramai alcun senso; anzi diventa, oggettivamente, sempre più controproducente. È, infatti, una presenza che si traduce in una serie di battaglie e di prese di posizione magari meritorie ma inutili e talora controproducenti Mentre impedisce di farne altre, assai più rilevanti e positive.

“Lottare all’interno” ha senso solo se si ritiene di poter riconquistare il partito. O, magari, se si vede lo stesso Renzi come un ragazzo che deve ancora sapere cosa farà da grande; e che è quindi disponibile, se opportunamente sollecitato, a cambiare rotta. Non pare che questo sia il caso. E, ammettendo che lo sia, allora l’opposizione dovrebbe assumere un atteggiamento fiducioso e collaborativo, senza lanciare maledizioni ideologiche un giorno sì e l’altro pure. Insomma, delle due l’una: o si ritiene (ad avviso di chi scrive, correttamente) che il Nostro sia la reincarnazione, riveduta e corretta, del thatcherismo e del berlusconismo, e allora non ha senso fare la battaglia degli emendamenti. Se, invece, si crede e si auspica che il suo percorso possa essere corretto occorre allora collaborare senza riserve mentali.

Si dirà che, liberando l’ex sindaco di Firenze dalla nostra presenza, gli facciamo un favore. Non credo. Penso, invece, che, liberandoci da Renzi, facciamo un grande favore a noi stessi. Non saremo più costretti a seguirlo passo dopo passo, nella veste di grilli parlanti e/o di profeti di sventure, dedicando le nostre energie alle cose che interessano a lui e non a quelle che interessano alla nostra gente.

Soprattutto non correremo più il rischio, fatale nell’Italia di oggi, di apparire come pessimisti congeniti, difensori dell’esistente, oppositori a prescindere delle proposte altrui perché incapaci di averne delle proprie. Un’accusa, diciamolo brutalmente, che, con l’andar del tempo rischia di essere sempre più fondata.
La libertà, la libertà di essere noi stessi, contiene in sé grandi rischi ma anche grandi opportunità.

La prima, e più immediata, sarà quella di poter presentare nostre strategie per uscire dalla crisi, contestando quelle del governo non in base ad un processo alle intenzioni ma per lo loro inefficacia. E, nel contempo, contestando al presidente del consiglio non perché è troppo riformista ma perché non lo è abbastanza. La seconda,più ardua da cogliere ma assolutamente decisiva, sarà quelle di ritornare alle nostre radici, non, come ora, in veste di reduci nostalgici ma piuttosto nell’esperienza quotidiana e nella costruzione del futuro.
Renzi, cari amici, non è un alieno piombato tra noi e vittorioso solo grazie a un’aberrazione momentanea. Renzi è la risultante della catastrofe che ci ha colpiti. E in cui abbiamo perso non solo e non tanto la fiducia nei nostri mezzi ma anche la coscienza dei nostri fini. O, se preferite, del senso comune che ci ha uniti, per secoli, alla nostra gente: dalla critica del capitalismo all’aspirazione all’uguaglianza, dalla solidarietà all’internazionalismo.
Essere noi stessi è la condizione essenziale per poterlo ritrovare. E per dare, contestualmente, al popolo italiano una spiegazione forte e credibile di ciò che è accaduto negli ultimi vent’anni.

Renzi l’ha fatto, barando al gioco; e così, a modo loro, Grillo e Salvini. Partendo dal nulla per occupare, insieme, dal governo e dall’opposizione, la scena.
Una scommessa che possiamo e dobbiamo fare anche noi. Non per passare dal 4 all’8% ma per cambiare la carta politica del paese.

E, male che vada, come diceva Guglielmo il Taciturno, “non c’è bisogno di sperare per intraprendere, né di riuscire per perseverare”.

Alberto Benzoni

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. da vecchio riformista ex PCI e antirenziano condivido.
    Dal 2012 scrivo e mi arrabbio perchè la ex sinistra Pd subisce, perchè il PSI neogovernativo tace, perchè certi craxiani de l’Avanti rifiutano l’obiettivo di una linke riformista per un ulivo 2.0.
    Teniamo duro.

Lascia un commento