giovedì, 14 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Crescita della Sardegna
e governo regionale
Pubblicato il 27-03-2015


Nei giorni scorsi, “L’Unione Sarda” ha ospitato un articolo di fondo di Paolo Savona, dal titolo “Come rilanciare il Mezzogiorno” e, recitava l’”occhiello”, “Sfuggire al sottosviluppo”. Savona, dopo aver riportato la notizia che a Napoli si è tenuto un incontro con Yoram Gutgeld, il “guru” economico di fiducia di Renzi, e un “gruppo spontaneo di iniziativa meridionale per discutere su quale possa essere un programma di interventi per togliere il Mezzogiorno dalla depressione”, sottolineava che la discussione è stata imperniata sulle proposte avanzate, dopo essere state sottoposte dal gruppo promotore a un sondaggio presso “opinion leader” delle otto regioni meridionali.

Savona aggiungeva che la tesi di fondo emersa dall’incontro è stata “che il Mezzogiorno ha bisogno di iniziative altamente innovative, senza però cessare di gestire meglio gli interventi ordinari italiani ed europei finché queste non sono operative per evitare che si perda un certo con promessa di un incerto”.

Le proposte del gruppo di iniziativa volte a garantire il “certo” contro l’“incerto” delle “iniziative altamente innovative”, dovrebbero concretizzarsi nei seguenti otto interventi:
1. istituzione di una “Scuola di formazione della classe dirigente meridionale”;
2. fondazione di una “Scuola di management turistico e culturale”;
3. creazione di “navi di conoscenza” ai fini di un’azione di educazione, istruzione e formazione diffusa per via informatica;
4. perseguimento di una “tolleranza zero” nei confronti della microcriminalità;
5. elaborazione di un “Parco progetti” per chiudere in rete tutti i servizi del Mezzogiorno con quelli del resto dell’Italia e dell’Europa;
6. creazione di un’Agenzia diretta da un Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, per inquadrare il “Parco progetti” nell’ambito della nuova politica monetaria della Banca Centrale Europea (BCE);
7. attivazione dello “Sportello unico”, che non funga però da passacarte delle domande indirizzate ai poteri decisionali;
8. istituzione di un “Centro di analisi del buon funzionamento del credito bancario finalizzato al sostegno delle attività produttive nel Mezzogiorno.

Se fossero attuate tutte le proposte indicate, è stato calcolato che il Mezzogiorno potrebbe “godere” di un “diritto di tiraggio” presso la BCE per circa 76 miliardi di euro nei diciannove mesi di vigenza della politica monetaria non convenzionale inaugurata da Draghi con il “quantitative easing”. Secondo Savona, l’attuazione dell’intero programma non dovrebbe trovare ostacoli finanziari, ma solo organizzativi; ostacoli, questi ultimi, costituenti il vero punto debole di tutto il Mezzogiorno, soprattutto alla vigilia, stando alle affermazioni di Gutgeld, del varo di un piano governativo di investimenti a valere sui fondi europei e destinati a supportare la crescita delle regioni del Sud dell’Italia.

IL futuro impegno del governo, perciò, dovrebbe portare in prima linea, nell’agenda di governi regionali, in particolare – sottolineava Savona – di quello attuale della Sardegna, i problemi organizzativi, considerando che sono proprio questi a condizionare l’azione delle regioni nella redazione e nella realizzazione dei loro programmi di crescita e sviluppo. Per rimediare a questa situazione, Savona, condividendo un’indicazione di Gutgeld, sottolineava che devono essere le singole realtà del Mezzogiorno a proporre autonomamente le soluzioni più idonee; ciò significa che il governo potrà dare una mano nel fornire risorse nei limiti del possibile, risorse e nel costruire le infrastrutture necessarie, ma alla fine le regioni meridionali non potranno che fare affidamento sugli operatori pubblici e privati locali.

Chi, al pari di Paolo Savona, abbia seguito le vicende regionali che si sono succedute nel tempo in fatto di elaborazione e attuazione delle politiche di crescita e sviluppo, non può che restare basito di fronte della formulazione dell’ennesimo “menù” di iniziative idonee a rilanciare la crescita e lo sviluppo delle Sardegna; ciò che manca nell’insieme delle proposte avanzate dal “gruppo spontaneo di iniziativa meridionale”, promotore dell’incontro di Napoli, è la soluzione, ai fini della formulazione e dell’attuazione di un’autonoma politica di sviluppo delle regioni meridionali, del problema organizzativo istituzionale.

Savona, nel suo articolo, pareva indicare che i problemi organizzativi da risolvere siano limitati a quelli strettamente operativi, “a partire dalle scelte da fare, alla redazione di programmi ambiziosi e innovatori e alla loro realizzazione”. Troppo poco! Oltre agli aspetti di tipo esecutivo, occorre considerare anche quelli istituzionali, riguardanti la generalità delle regioni meridionali, ma soprattutto la Sardegna; quest’ultima , infatti, dacché dispone di un’autonomia speciale, ha visto la sua classe politica unicamente impegnata a ritagliare il proprio modello organizzativo istituzionale su quello centralistico nazionale; in tal modo, la Sardegna ha sempre evitato di realizzare le condizioni utili a favorire la partecipazione alle scelte politiche di fondo da parte della generalità delle componenti sociali insistenti all’interno delle articolazioni territoriali della regione.

Quali che siano le iniziative innovative che si vorranno proporre per elaborare una nuova e autonoma politica di crescita e di sviluppo dell’Isola, la loro realizzazione sarà del tutto improbabile, se non saranno sorrette dal consenso di gran parte delle forze politiche e da quello dell’intera società civile regionale. Il consenso sulla nuova politica, oltre a dare “forza sociale” alla sua attuazione, dovrà servire anche a dare continuità al rispetto degli obiettivi da perseguire, per evitare che il futuro della Sardegna non sia più realizzato sulla base di scelte sottoposte a continui cambiamenti da parte delle maggioranze politiche di volta in volta emergenti: potranno cambiare le forme con cui saranno attuati i singoli interventi, ma questi dovranno essere sempre vincolati al perseguimento degli obiettivi fissati sulla base della decisioni partecipate, precedentemente assunte.

In altre parole, la conservazione dell’organizzazione istituzionale del passato potrà solo consentire un autonomismo decisionale sterile, destinato a riproporre un’“autonomia querula”, secondo la definizione datane da Renzo Laconi; ovvero, un autonomismo orientato unicamente a “catturare” risorse presso lo Stato centrale e l’Europa, ma sganciato da ogni forma di reale modernizzazione dell’economia e della società regionali.

La riforma dell’organizzazione istituzionale dovrà anche essere diretta ad assicurare il perseguimento dell’obiettivo di ridurre la distanza tra istituzioni e società civile, per migliorare la gestione delle risorse pubbliche, attraverso la “responsabilizzazione” delle comunità locali. Ciò potrà accadere solo se sarà data una risposta a due esigenze connesse tra loro: la prima riguarda la realizzazione di uno stretto ed efficiente legame tra spese ed entrate (a livello regionale e sub-regionale), attraverso un sistema adeguato di “trasferimenti perequativi”, che permetta alle aree sub-regionali più deboli una capacità di funzionamento, se non uguale, quanto meno tale da consentire di migliorare la loro organizzazione istituzionale complessiva; la seconda esigenza concerne la rimozione (a livello regionale e sub-regionale) della divaricazione deresponsabilizzante tra capacità impositiva dell’Istituto regionale e capacità di spesa delle comunità locali. Se le due esigenze rimanessero insoddisfatte, sarebbe impedita, a livello regionale e sub-regionale, la possibilità per tutti di valutare il comportamento di ogni segmento della società politica nella gestione delle risorse disponibili, con la conseguente conservazione del distacco da esso della società civile e del perdurare dello stato di stagnazione di una Sardegna senza futuro.

Su tutto ciò, il governo attuale dell’Isola non sta “battendo un colpo”; pare, invece, unicamente impegnato a ottenere trasferimenti di risorse, senza l’elaborazione di una linea politica che risulti aperta a qualcuna delle proposte formulate nell’incontro di Napoli; così facendo, esso sta dimostrando di sapersi solo rivolgere al governo centrale per la soluzione delle ricorrenti emergenze regionali. Da un simile governo, sa dire Savona quali soluzioni, per il bene dell’Isola, possono provenire, riguardo ai problemi organizzativi ai quali egli stesso fa riferimento?

Gianfranco Sabattini

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