martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Crimea, una cappa di silenzio
sulla ‘conquista’ di Zar Putin
Pubblicato il 16-03-2015


Crimea_cartinaLa Crimea è sempre stata una penisola (o una quasi-isola) strategica. Geograficamente essa fa parte del bacino del mar Nero ed è associata senza quasi soluzioni di continuità alle steppe ucraine meridionali. Il legame storico, geografico e commerciale della Crimea con l’Ucraina è sempre stato fortissimo. Anzi, sembra che Kyiv sia stata fondata proprio come piazza di transito del traffico commerciale verso il mar Nero e di quello carovaniero verso l’Asia centrale. Le due rotte, percorse da un gran numero di carovane, erano denominate, rispettivamente, la Via Greca, che dai porti del Mar Nero proseguiva via nave (cabotaggio) per Bisanzio, e la Via Zaloznyj (“la via dietro i salici”), che correva lungo il Dnipro, attraverso il Mar d’Azov, verso il Medio Oriente. La parte terrestre della via Greca, come spiega Hruševs’kyj (il più grande storico ucraino) «legava la Crimea e il Dnipro, attraverso Perekop. Nella prima metà del XVI secolo ci si riferisce ad essa come “la strada utilizzata da sempre, da tempo immemorabile” e come “la strada antica”. Correva da Perekop al Dnipro, passando per Tavan, non lontano da Oleššja, e da lì verso Čerkasy, Kaniv e Kyiv» (Storia dell’Ucraina-Rus’, vol. VI, 1906). Perekop si trova proprio nell’unica striscia di terra che lega la Crimea al continente, la quale è anche un istmo che divide il Mar d’Azov dal Mar Nero; Oleššja era un porto fluviale posto alla foce del Dnipro, nei pressi dell’attuale Cherson (Ucraina meridionale): quindi la strada non puntava a nord-est verso il disabitato Donbas, ma piegava verso nord-ovest e poi seguiva il corso inclinato del Dnipro.

Anche politicamente i legami tra la Crimea e l’antico Stato della Rus’ di Kyiv erano molto forti; anzi, le cronache riferiscono che il battesimo della Rus’, cioè la conversione del principe (kniaz’) Volodymyr al cristianesimo greco sia avvenuta anche in virtù della cessione territoriale da parte dei bizantini di Sebastopoli (!), Chersonesus in latino, cioè della più russificata delle località della Crimea odierna, in virtù della bisecolare presenza dei marinai e degli ufficiali della flotta russa del Mar Nero.

Mosca e la Russia sono comunque lontanissime, storicamente e geograficamente, dalla Crimea; la Moscovia ha costituito per secoli il lontano nord del mondo slavo orientale, isolato e orbitante fino al XV secolo attorno all’Impero mongolo. Ancora oggi, per gli ucraini, i russi sono dei settentrionali che abitano in luoghi freddissimi, e, al converso, per i russi, gli ucraini sono dei meridionali che abitano regioni belle e solari. Una serie di circostanze storiche ha favorito in epoca moderna una continua espansione della Moscovia verso sud-est, fino alla conquista – dopo aver preso buona parte dell’Ucraina – della Crimea nel 1783, che era da secoli uno Stato tataro. Con il crollo dell’impero zarista ci fu la proclamazione nel 1918 di un’indipendente Repubblica ucraina, che ottenne di federarsi per breve tempo con l’autonoma repubblica della Crimea e con quella del Kuban’, prima che l’aggressione bolscevica ponesse fine a questa breve esperienza.

Si tenga anche conto che la parte di Russia attuale che si affaccia da est sul mar d’Azov è assai poco russa: sia la regione costiera orientale, con la città natale di Čecov, Taganrog, sia la grande penisola meridionale del Kuban’, fino agli anni Trenta del Novecento erano abitate quasi unicamente da ucraini. Il genocidio per fame (Holodomor) che falcidiò il Kuban’ quanto e più di altre regioni ucraine, flussi migratori di russi favoriti dagli zar e dai sovietici, cessioni territoriali forzose della Repubblica socialista ucraina in favore di quella russa, fecero di queste zone delle terre “russe”.

Rimane il fatto che non c’è, neanche oggi, un legame geografico tra esse e la Crimea; e questo è uno dei motivi che spinge Putin a muovere guerra verso Mariupol, il porto del Donbas posto sul mar d’Azov; egli spera poi di prendersi le decine di chilometri di fascia costiera che, attraverso l’altro porto e centro industriale di Berdjans’k, connetterebbero finalmente, per la prima volta nella storia, la Russia alla Crimea.

Da quanto detto, risultano prive di senso le pretese russe a una “eterna appartenenza” della Crimea alla Russia, come base ideologica dell’atto annessionista del 2014 (condannato da una schiacciante maggioranza all’Assemblea generale dell’Onu). Sarebbe come dire che l’Algeria (conquistata nel 1830) è francese. Anche la demografia crimeana attuale non è per nulla naturale: prima dell’annessione del 2014 i russi risultavano essere il 54% degli abitanti della Crimea, con il resto della popolazione diviso tra ucraini e tatari. Ma i Tatari sono uno dei popoli martirizzati dal regime sovietico e da Stalin, che profittò della vittoria nel Secondo conflitto mondiale per deportarli in massa in Uzbekistan: un crimine contro l’umanità poco noto e che cambiò radicalmente la struttura demografica della Crimea. Dopo la fine del comunismo molti tatari poterono tornare in Crimea, di solito confinati nelle province interne della penisola. Il loro leader, il prestigioso dissidente sovietico Mustafa Žemilev, dopo l’annessione russa è stato oggetto di un decreto di espulsione dalla Crimea. Žemilev ha avuto l’occasione di replicare all’attuale presidente ceco, l’imbarazzante Milos Zeman, il quale lo invitava ad accettare il nuovo potere russo in Crimea, che egli si era comportato molto diversamente in passato ed era finito in galera, nel 1968, per aver manifestato proprio contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia.

In ogni caso, anche la Crimea, sebbene a maggioranza russa e russofona, votò nel 1991 per l’indipendenza dell’Ucraina, di cui divenne una Repubblica autonoma, l’unica presente nello Stato ucraino (una sorta di Alto Adige, insomma). La presunta “donazione” della Crimea all’Ucraina da parte di Kruščev nel 1954 è un mito abilmente diffuso dalla propaganda russofila. La Crimea era già una parte effettiva dell’Ucraina sovietica, dal punto di vista infrastrutturale, geografico ed economico. Non a caso, l’approvvigionamento idrico ed elettrico della Crimea continua, ancora oggi, a farsi tramite l’Ucraina. Con il loro “dono”, i membri del Politburo (e non il solo Kruščev, che all’epoca non aveva ancora i pieni poteri) colsero diversi obiettivi: ingraziarsi gli ucraini, in occasione tra l’altro del trecentesimo anniversario dell’accordo di Perejaslav tra i Cosacchi e i Moscoviti, che pose le basi della conquista russa dell’Ucraina; aumentare la quota di abitanti russi dell’Ucraina; scaricare sul bilancio e sulle risorse della repubblica ucraina gli ingenti investimenti necessari alla modernizzazione della penisola che era ancora, all’epoca, ad uno stadio di sviluppo infrastrutturale primitivo. Con ciò aggravando ancor di più lo storno di risorse e capitali d’investimento ucraini che si è verificato per l’intera storia sovietica e che ha visto l’Ucraina svolgere il ruolo di contributore netto dell’economia sovietica.

Questa simbiosi storica ed economico-sociale tra l’Ucraina e la Crimea è stata accresciuta dalla proclamazione dell’indipendenza dell’Ucraina: Secondo un sondaggio condotto nel 2011 dal Centro Razumkov (un centro ucraino di ricerca indipendente, premiato nel 2004 come miglior organizzazione non governativa dell’Europa orientale), il 71,3 per cento degli abitanti della Crimea intervistati dichiarava di considerare Ucraina la propria patria, con un aumento spettacolare rispetto al 39.3 per cento registrato in un medesimo sondaggio del 2008. La percentuale di russi che condividevano questo sentimento era di un significativo 66%. Solo il 18,6% dei crimeani rigettava la propria identità ucraina.

Precisati gli elementi storici e geografici della questione, occorre adesso volgersi alla drammatica attualità. Da poco è stato pubblicato un documentato dossier di denuncia delle violazioni dei diritti umani che hanno avuto luogo in Crimea dopo la sua annessione alla Russia: Andrii Klymenko, Human Rights Abuses in Russian-Occupied Crimea, Freedom House, Washington 2014.

Intanto, il 18 marzo 2014, in spregio a ogni norma di diritto interno e internazionale, tutti i residenti in Crimea hanno ricevuto forzosamente la nazionalità russa. I residenti avevano un mese di tempo per rifiutare, recandosi personalmente presso gli uffici competenti; ma è stata stabilita una quota massima di 5.000 permessi di soggiorno annui per i cittadini ucraini (la Crimea ha 2 milioni e mezzo di abitanti); a tutti gli altri non è permesso risiedere o lavorare in Crimea, dove la loro famiglia magari ha sempre risieduto: cacciati da casa propria, insomma. Per aggirare gli effetti di questo decreto, il governo ucraino ha deciso di disporre un’eccezione alla regola del divieto di doppia cittadinanza in favore dei crimeani; ma la Duma russa ha reagito votando una legge che punisce la doppia cittadinanza non dichiarata. Anche 4.500 orfani minorenni sono stati forzosamente nazionalizzati, violando la Carta dell’Onu sui Diritti dei minori.

Tutti i funzionari di alto rango e i dirigenti d’azienda della Crimea sono stati rimpiazzati da personale proveniente dalla Russia. Gli internet provider ucraini e le società ucraine di telefonia mobile sono stati disabilitati, mentre è stata negata la registrazione a praticamente tutti i mezzi di comunicazione e stampa indipendenti, anche i blog e le pubblicazioni online, che in Russia sono soggetti a restrizioni. La legge russa obbliga poi i provider a conservare per sei mesi ogni informazione e a disabilitare qualsiasi sito, se richiesto dai servizi di sicurezza (FSB). Dichiarare di preferire il ritorno della Crimea all’Ucraina è diventato un reato penale grave. È diventato pericoloso finanche usare in pubblico le parole “Crimea”, “Russia”, “Ucraina”.

Il citato rapporto denuncia anche l’azione repressiva illegale condotta congiuntamente da polizia, FSB e gruppi paramilitari, che usa come mezzo le minacce, le aggressioni fisiche e la persecuzione di persone sospettate di essere filo-ucraine, anche solo perché ucraine oppure di origine polacca o bielorussa, perché fedeli della Chiesa ortodossa autocefala ucraina, tatari (specialmente se membri del Consiglio dei Tatari di Crimea o Mejlis), giornalisti, attivisti dei diritti civili, membri di organizzazioni non governative.

Lo studio dell’ucraino è stato reso ufficialmente opzionale (e di fatto scoraggiato) nelle scuole della Crimea, dove vivono almeno 600mila ucraini. Per cui, non c’è più nessuna scuola ucraina in Crimea: la cosa ha dell’incredibile se si considera che i filorussi e il Cremlino invocavano una pretesa discriminazione a danno dei russofoni, nell’Ucraina post-Majdan. Molti docenti ucraini sono stati quindi licenziati.

Tre sacerdoti delle cinque parrocchie greco-cattoliche di Crimea sono stati sequestrati e tenuti prigionieri per alcune settimane da gruppi paramilitari; vengono denunciati singoli episodi d’intimidazione e brevi arresti illegali compiuti anche da parte di membri dei servizi russi. Altri attacchi sono stati segnalati contro chiese e religiosi di molte confessioni, mentre il rabbino dell’Ebraismo riformista ha abbandonato la Crimea. Una svastica era stata disegnata sul muro della sua sinagoga, mentre il monumento che ricorda l’eccidio nazista degli ebrei di Crimea è stato oggetto di atti vandalici. Nel giugno 2014 è stata lanciata una bomba molotov contro la facciata di una sinagoga di Simferopoli e una svastica è stata disegnata sul muro della moschea della stessa città.

I tatari sono stati oggetto di molteplici attacchi e oltraggi: uccisione di militanti, distruzioni di monumenti, è stata chiusa la sede del Consiglio dei tatari di Crimea, mentre il procuratore generale ha chiesto la messa fuori legge del Mejlis. Le tradizionali manifestazioni pubbliche della comunità tatara (compresa la celebrazione dell’anniversario della loro deportazione) sono state tutte vietate, poiché veniva asserito che avrebbero violato i diritti degli altri cittadini.

Innumerevoli sono state le intimidazioni, gli arresti temporanei, le minacce a giornalisti e attivisti politici. Il regista Oleg Sencov è stato arrestato dai servizi russi ed è tuttora detenuto, nonostante una campagna internazionale di protesta che ne chiede la liberazione; il suo avvocato ha dichiarato che il regista ha subito torture in carcere per estorcerne la confessione. Si segnalano diversi casi individuali di sparizioni di militanti pro-ucraini, mentre il 6 aprile un ragazzo di sedici anni è morto in seguito alle percosse della polizia causate dal fatto che parlava per strada in ucraino.

Le proprietà statali ucraini e quattrocento società pubbliche sono state confiscate; lo stesso è accaduto per importanti aziende private.

In generale, sulla Crimea è calata quella cappa di autoritarismo e rassegnazione che era stato il cemento del potere sovietico dei decenni passati e che la Russia putiniana sta nuovamente imponendo ai suoi cittadini. Una strategia di coartazione “ibrida” dei diritti umani, assai simile alla guerra “ibrida” condotta dalla Russia nel Donbas, che è basata su propaganda, menzogne e negazione della realtà. Allo stesso modo, il nuovo potere russo della Crimea spera di piegare la penisola al proprio dominio attraverso l’ottimizzazione (massimo risultato, minimo sforzo) dell’uso di mezzi repressivi evidenti.

Giuseppe Perri

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