lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Elezioni in Israele,
la posta in gioco
Pubblicato il 04-03-2015


Un manifesto elettorale del premier Benjamin Netanyahu

Un manifesto elettorale del premier Benjamin Netanyahu

La lista di centro-sinistra (laburisti e centro laico) che si contrappone al Likud di Netanyahu nelle elezioni di metà marzo si chiama Blocco sionista. Una scelta che ha una motivazione insieme tattica e strategica. Tatticamente ci si contrappone al calcolo elettorale dello stesso Netanyahu: far vedere gli oppositori della sua politica come forze marginali, estremiste, poco sensibili agli interessi del paese, in particolare sulle questioni di sicurezza.

Definirsi sionisti è, da questo punto di vista, una risposta definitiva ed efficace. Sia che si guardi al passato, sia che si consideri lo stato di cose presente. Nel passato, il sionismo, e cioè la convinzione che il riscatto del popolo ebraico avesse bisogno della costruzione collettiva di uno stato e di una collettività è stato alla base del progetto che ha portato alla nascita di Israele e che ne ha guidato gli sviluppi lungo i primi decenni. Nello stato di cose presente, fanno capo a questa lista o, comunque, ne condividono le proposte politici ed esponenti degli apparati di sicurezza che in materia di difesa degli interessi nazionali non hanno nulla da imparare da nessuno.

Strategicamente, e cioè in prospettiva, definirsi sionisti significa richiamarsi ad un modello di società che è oggi sotto attacco; e da parte di un vasto arco di forze che ha trovato in Netanyahu il suo punto di riferimento. Sotto attacco la laicità. Che non è, nel nostro caso, negazione della dimensione pubblica del fenomeno religioso (non lo è mai stata, né poteva esserlo), ma piuttosto diritto a non essere governati, e come cittadini e come stato, dalle sue leggi e dalla sua visione del mondo. Per chiarire quest’ultimo aspetto, “laicità”vuol dire che lo stato d’Israele è chiamato a realizzare- e oggi a difendere- il sogno di Herzl e il progetto di Ben-Gurion e degli altri suoi grandi fondatori; mentre non ha niente a che fare con il concetto di popolo eletto e con le missioni derivanti dall’Antico testamento.

Una visione incontrastata sino alla guerra dei sei giorni. Imposta ad Israele dalla azione irresponsabile dei dirigenti arabi, ma che lo ha reso padrone delle terre della Bibbia. Portando sul proscenio forze, visioni, interessi che vedevano, appunto, nel controllo di quelle terre, la manifestazione e il coronamento del destino della nazione ebraica. Una combinazione micidiale di nazionalismo e religione, in cui la colonizzazione è una specie di atto dovuto e che si rafforza sempre più con l’andare del tempo.

Sotto attacco il socialismo. Per carità, non stiamo parlando della dottrina. Piuttosto della “socialdemocrazia reale”: spesa pubblica redistributiva, ruolo dei sindacati, valore dell’uguaglianza. Oggi, proprio sotto l’egida di Netanyahu, il paese si è profondamente americanizzato. E, spesso, nel modo peggiore, a partire dalla crescita drammatica delle disuguaglianze, mentre le istituzioni pubbliche cresciute con lo sforzo di decenni stanno andando in rovina.

Sotto attacco, l’identità internazionale. Per un verso, come disponibilità alla pace con i palestinesi e con il mondo arabo (pace i cui aspetti essenziali sono noti e formalmente fatti propri anche dalle due parti in causa). Per altro verso, e soprattutto, come consapevolezza che Israele, unico stato al mondo nato con una decisione della collettività internazionale, ha sì il diritto di avere tutta la solidarietà internazionale, ma anche tutto il dovere di ricercarla, ponendosi perciò nelle condizioni per ottenerla. Mentre oggi, l’unica solidarietà che basta e avanza al premier israeliano è quella della destra repubblicana americana. Il tutto attraverso un atto formale – andare al Congresso, su invito del G.o.p., per attaccare Obama – di una scorrettezza formale e di una volgarità senza precedenti nella storia.

Sotto attacco, infine, la democrazia. E qui basterà ricordare che la crisi lacerante della vecchia coalizione di governo è stata dovuta alla pretesa (contestata dallo stesso presidente della repubblica, tra l’altro appartenente al Likud) di trasformare lo stato “insieme ebraico e democratico”, proclamato da Ben-Gurion nel giorno della sua fondazione, in “stato ebraico”e basta.

Il Blocco sionista è, in definitiva, una risposta a questa minaccia; il tentativo di bloccare un processo che, per varie ragioni, non è stato, sino a oggi, adeguatamente contrastato e che rischia quindi, di diventare irreversibile, e con conseguenze imprevedibili, ma sicuramente negative per Israele e per la stessa situazione mediorientale.

I dirigenti politici che hanno formato la lista (attualmente testa a testa con il Likud nei sondaggi) non sono dei colossi. Ma non sono degli avventurieri, e conoscono il valore della moderazione. E, per l’istante, tanto basta. Non si tratta qui e oggi, di andare verso il Meglio ma di bloccare la corsa verso il peggio. Di tornare ad una accettabile normalità. Il che significa, per quanto riguarda i palestinesi, non la pace alla porta, ma il ritorno di una ragionevole coesistenza. A beneficio di entrambe le parti.

Alberto Benzoni 

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