martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

‘Encerrados’, il Sud
America raccontato
attraverso le sue carceri
Pubblicato il 13-03-2015


encerrados-valerio-bispuriNella sua più famosa commedia, lo scrittore latino Publio Terenzio Afro affida alle parole di Cremete la celebre formula “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, che letteralmente significa: “sono un essere umano, non ritengo a me estraneo nulla di umano”. Ed è proprio questo autentico e spudorato interesse “dell’uomo per l’uomo” che percorre, come un impulso elettrico lungo le fibre nervose di un corpo, Encerrados, intenso lavoro del fotografo romano Valerio Bispuri, raccolto nell’omonimo libro edito da “Contrasto”. Nato quasi per caso nel 2002, questo progetto, lungo dieci anni, nasce dal tentativo di raccontare il continente sudamericano e la sua gente attraverso un aspetto, quello delle 74 carceri visitate dall’autore, che, seppur unico nelle sue specificità, si presenta come fattore aggregante di varie realtà.

Scorrendo le pagine di Encerrados si è come proiettati fuori dal tempo e dallo spazio, sensazione rafforzata dalla scelta dei toni del bianco e del nero. Ma questa violenta atemporalità e aspazialità permette la completa identificazione con il soggetto, la totale compenetrazione tra lo spettatore e una realtà popolata da ombre rabbiose e primitive, ma anche da donne vestite a festa e di uomini che si scambiano palleggi; una realtà intrisa dell’odore di corpi nudi e di latrina, dell’odore metallico delle lame dei coltelli e di quello secco delle siringhe.

Bolivia, Perù, Ecuador, Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Colombia e Venezuela si specchiano in una quotidianità, quella degli “encerrados”, che suona quasi come un paradosso, perché, nonostante le condizioni inumane delle carceri, la percentuale dei suicidi è quasi nulla se rapportata ai numeri di suicidi nelle prigioni europee e statunitensi. Complice un rovesciamento in cui la vera vita sembra essere “dentro”, in quelle carceri in cui è la logica delle gang che, specularmente a quanto avviene “fuori”, continua a far da padrona, in cui non si può parlare propriamente di perdita della libertà, perché questa è tanto inesistente “fuori” quanto “dentro”. Come dannati dell’Inferno dantesco, i detenuti continuano a conservare atteggiamenti e abitudini della loro vita precedente, a testimonianza di un feroce e ostinato attaccamento alla vita. Una fame di vita e di riscatto che si scontra con un vivere mollemente rassegnato e  dal sapore nostalgico.

Melissa Aglietti 

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