lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Europa, Cina, Russia
e la guerra del dollaro
Pubblicato il 13-03-2015


geopolitica_scacchiDopo il crollo del Muro di Berlino e il procedere dell’integrazione mondiale delle economie nazionali, molti analisti e soprattutto molti corrispondenti esteri di autorevoli testate giornalistiche erano soliti affermare (e continuano ancora ora ad affermare) la prossima fine dell’egemonia del dollaro. Sennonché, pur con la comparsa sulla scena mondiale di nuovi sistemi produttivi dotati di un’alta capacità di crescita, che lasciava presagire, se non la fine dell’egemonia del biglietto verde, almeno un suo ridimensionamento, la centralità del dollaro si è conservata, rivelandosi destinata a durare a lungo.

Incrociando le analisi contenute in alcuni articoli apparsi sul n. 2/2015 di “Limes” di Marcello De Cecco e Fabrizio Maronta (“Il dollaro non teme rivali”), di Gian Carlo Caselli (“Mosca prova a fare a meno del dollaro”) e di Francesco Sisci (“Pechino non è pronta a insidiare il dollaro”), è possibile farsi un’idea del perché il “biglietto verde rimane la moneta di intermediazione mondiale per eccellenza”; una condizione, questa, che lo “pone in una situazione di grande vantaggio”, sia nei confronti dei potenziali concorrenti, che nei confronti dei progetti finalizzati a rimuoverne la centralità.
La posizione egemone del dollaro nel mercato internazionale discende dalla “potenza economica e politica” che il suo emittente è stato, e continua ad essere, in grado di esprimere, ma anche dall’uso che ne ha fatto e continua a farne; a riprova di ciò, De Cecco e Maronta evocano la storia dello svolgimento del rapporto tra dollaro e sterlina a cavallo tra il periodo anteriore al 1914 e quello successivo. Fino al 1914 Londra ha usato la sterlina come mezzo d’intermediazione dei rapporti economici che si svolgevano a livello internazionale, ridistribuendo i surplus commerciali delle sue colonie, in particolare di quelli dell’India. I surplus non erano investiti nelle economie locali che li originavano, ma, tramite le City di Londra, venivano ridistribuiti sotto forma di investimenti interni ed esteri, a vantaggio soprattutto della nascente potenza economica americana.

Il circuito economico e finanziario, con il suo centro a Londra e il suo “veicolo” nella sterlina, aveva – osservano De Cecco e Maronta – un’impostazione prettamente coloniale di stampo ottocentesco, nel senso che il Regno Unito sfruttava le sue colonie “per finanziare a interesse la sua principale ex colonia”. Quando l’America è divenuta, durante e dopo la prima guerra mondiale, “il grande creditore mondiale” e Londra ha perso progressivamente, soprattutto dopo il 1945, con la perdita dell’Impero, la sua condizione di potenza economica e finanziaria, il dollaro ha sostituito la sterlina come mezzo d’intermediazione monetaria nei rapporti economici internazionali. Il biglietto verde, pero, ha cambiato la natura del circuito economico e finanziario proprio della sterlina, in quanto non è stato impiegato “per travasare ricchezze da una regione ad un’altra, esigendo una ‘tassa’ di transito nella veste degli interessi pagati alle grandi banche londinesi”; esso è stato invece impiegato, soprattutto dopo il 1945, per assicurare la liquidità internazionale alle crescenti esigenze del ricostituito mercato mondiale, in crescente espansione.

L’impiego a tale scopo del dollaro ha avuto come contropartita il crescente indebitamento degli USA verso l’estero, conseguente alle loro crescenti importazioni dal resto del mondo. Nonostante l’indebitamento, il ruolo di banchiere internazionale ha assicurato alla moneta dell’America un’indiscussa centralità, pagata al prezzo di un alto deficit commerciale, che la centralità ha reso sostenibile, malgrado il relativo ridimensionamento politico ed economico dell’America prodotto dall’irruzione nel mercato mondiale di altre aree economiche potenzialmente dotate della forza, anche se solo virtuale, per divenire degli effettivi competitori valutari, quali L’Unione Europea, la Russia e la Cina.

Oggi, l’Unione Europea, pur essendo un’area valutaria vasta, dispone di una moneta, l’euro, la cui incidenza fuori dai confini dell’Unione è inferiore rispetto al dollaro, in quanto gli scambi denominati in euro sono per lo più contenuti entro i confini degli Stati che la compongono. La primazia del dollaro rispetto all’euro è garantita dal fatto che la forza di quest’ultimo è strettamente connessa a quella dell’economia della Germania. Una moneta che aspiri a divenire il fulcro intorno a cui ruota la validità di un’area valutaria globale deve essere dotata di un centro che crei e ridistribuisca risorse monetarie ai Paesi che compongono l’intera area attraverso due canali: i prestiti e i deficit commerciali.

L’America, soprattutto dopo il 1945, li ha alimentati entrambi; non così la Germania che, soprattutto dopo la crisi del 2007/2008, ha preferito restare fedele alla sua tradizionale ideologia ordoliberista, una singolare commistione di rigore politico e liberismo economico, che l’ha condotta a preferire l’adozione di politiche di austerità in luogo di politiche monetarie permissive, valutate strutturalmente incompatibili con la conservazione dell’ordine nei propri conti con l’estero. Ciò è valso a salvaguardare l’intangibilità della centralità del dollaro dalla possibile concorrenza dell’euro, anche in considerazione del fatto che le esportazioni, unico motore della crescita della Germania, rappresentano un “problema più per i concorrenti europei della Bundesrepublik […] che per i produttori a stelle e strisce, date le diverse specializzazioni produttive e le capacità di assorbimento del grande mercato statunitense”.

Stante la non minaccia dell’euro nei confronti della supremazia del dollaro, l’attenzione dell’America si è spostata sulla Russia e sulla Cina; ma anche nei confronti delle aree economiche che fanno capo a questi due grandi Paesi, la posizione del dollaro, fatte salve le dovute differenze, ricalca sostanzialmente quella che esso ha acquisto a costo zero nei confronti dell’eurozona. La pressione del mondo occidentale sulla Russia spinge Putin ad adoperarsi per ridurre il ruolo del dollaro come moneta di intermediazione nei traffici economici internazionali, “sullo sfondo – afferma Caselli – di un progressivo indebolimento dell’egemonia americana, cui comunque non è ancora seguita l’affermazione di una nuova superpotenza né di un nuovo sistema multipolare di governo dei processi economici e politici mondiali”.

Di fronte al rifiuto dell’America di voler riformare le istituzioni del sistema monetario globale (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale), la Russia si è fatta sostenitrice della fondazione di nuove istituzioni monetarie internazionali, per diminuire la sua dipendenza dai mercati finanziari, considerata un limite inaccettabile alla sovranità del Paese. Le scelte che la Russia sta compiendo tendono, con il coinvolgimento degli altri Paesi contrassegnati a livello internazionale con l’acronimo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), ma soprattutto della Cina, a cambiare le relazioni economiche e monetarie internazionali.

Tuttavia, la “strategia di de-dollarizzazione” della Russia incontra – secondo Caselli – “notevoli problemi di riallineamento da parte della classe imprenditoriale e dell’oligarchia”; ciò perché “una particolarità della grande borghesia russa è quella di essere un’élite offshore, cioè di tenere la propria ricchezza all’estero in vesti giuridiche non russe”. Ma il coinvolgimento dei BRICS può essere coronato da successo solo se la Cina potrà realizzare la convertibilità dello yuan/renminbi e la formazione di una grande area valutaria con titoli denominati in moneta cinese, in grado di rivaleggiare con l’area valutaria del dollaro; entrambe le condizioni sono però di là da venire, ne si può prevedere il quando, dato che nessuna moneta (incluso lo yuan/renminbi) ha un’area valutaria grande e dotata di liquidità come quella del dollaro. Allo Stato attuale, perciò, anche la politica monetaria internazionale perseguita dalla Russia non è tale da prefigurare una qualche minaccia a breve per il dollaro.

Riguardo alla Cina, considerando quanto appena osservato con riferimento alla convertibilità dello yuan/renminbi e alla non disponibilità a realizzare un’area valutaria alternativa a quella della moneta americana, il dollaro può dormire “sonni tranquilli”. Ciò perché Pechino – come osserva Sisci – dovrebbe essere disposta a mettere in circolazione una grande quantità di moneta nazionale; fatto, questo, che “potrebbe avvenire solo accettando di avere per molti anni un deficit commerciale con l’estero, dunque un indebitamento netto col resto del mondo simile a quello che ha oggi l’America”.

Ma l’indebitamento sarebbe per Pechino sostenibile solo avendo “a disposizione un sistema finanziario e politico molto sofisticato, in grado di gestire una situazione complessa e rischiosa”; ciò in considerazione del fatto che un debito netto con l’estero significherebbe anche poter disporre di un’opzione militare in grado di ricomporre l’ordine all’interno dell’area valutaria, quando il regolare svolgersi dei rapporti economici e finanziari fosse interrotto da disordini regionali. Inoltre, in questo momento, il rischio connesso ad un indebitamento netto sull’estero prolungato nel tempo è fondatamente considerato non sostenibile dalla Cina, essendo Pechino impegnata a realizzare il progetto della “Grande Cina”, con l’impiego di gran parte della sua capacità produttiva nella rimozione degli squilibri interni; impegno questo che, considerando la vastità del territorio cinese a la consistenza della sua popolazione, comprimerà per un tempo lungo i tassi di crescita del passato e, dunque, anche la liberazione delle risorse che sarebbero necessarie per la creazione di un’area valutaria alternativa a quella del dollaro.

Se, da un lato, le difficoltà che caratterizzano le aree economiche in grado di rappresentare un potenziale pericolo per la centralità del dollaro non consentono al presente che l’insidia di una sua destabilizzazione si concretizzi, da un altro lato, non valgono a nascondere che tale centralità sia in buona parte anacronistica e, perciò, meritevole d’essere riformata. La riforma, ove gli Stati Uniti decidessero di affrontarla, richiederà molto tempo; essa sarà sicuramente difficile, accidentata e probabilmente ricca di tensioni, considerato che “è difficile immaginare una potenza egemone che rinunci al suo ruolo senza opporre resistenza”. Il futuro riserverà all’intera umanità anni ricchi di pericoli; ciò che al presente ci si può solo augurare è che le difficoltà da superate non implichino lo scoppio di insopportabili guerre e un ritorno alla corsa agli armamenti che servirebbero solo a distrarre risorse suscettibili d’essere destinate a ben più utili impieghi.

 Gianfranco Sabattini

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