mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

FALSA PARTENZA
Pubblicato il 10-03-2015


Calo-produzione-industriale

Nessuna “volta buona”, ma solo una doccia fredda per la ripresa italiana che continua a tardare. Dopo mesi di “annunci” più o meno positivi sul rilancio dell’economia nostrana, l’Istat gela di nuovo le aspettative registrando nuovi segni meno, la produzione industriale, secondo i dati dell’Istituto di statistica, torna in calo a gennaio e diminuisce dello 0,7% rispetto al mese precedente e del 2,2% rispetto a gennaio 2014. Le diminuzioni maggiori si registrano per la metallurgia e la fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-8,1%), per le industrie tessili, l’abbigliamento, le pelli e gli accessori (-5,7%) e la fabbricazione di macchine e attrezzature n.c.a. (-5,0%).

“A parte per la fabbricazione dei mezzi di trasporto, la produzione industriale mantiene andamenti altalenanti e non continui”, osservano i tecnici dell’Istat. L’unico dato confortante resta quello della produzione automobilistica, in particolare quella dei mezzi di trasporto che vola a +16,1%, tanto che i tecnici precisano che “non vale più il detto che se va bene la Fiat va bene l’Italia, almeno non per adesso”. Mentre la Cisl fa notare come l’ottimo risultato della produzione trasporti dimostri come siano gli investimenti a creare lavoro, come nel caso di Fca, la Camusso, durante una conferenza stampa, punta il dito contro un ottimismo di facciata: “Siamo in un momento in cui tutti ci stanno raccontando le straordinarie meraviglie della ripresa, è una gara a chi è più ottimista, ma se il metro di misura è l’occupazione noi siamo tutt’altro che di fronte a segnali di ripresa”. Il segretario generale della Cgil, torna poi indicare la necessità di “una svolta” in favore dell’occupazione.

Ma le brutte notizie non arrivano mai da sole, l’eco della flessione della produzione è arrivato in borsa dove Milano segna un calo (-0,5%) con l’indice Ftse Mib che cede dell’1%. Lo spread BTp-Bund italiano si attesta a 97 punti base (dopo essere anche sceso a quota 95), con il rendimento del decennale italiano all’1,27%, vicino alla parità con quello spagnolo. Anche l’Euro segna un calo e scende sotto quota 1,08 dollari ai minimi dall’aprile 2003 (cambio euro/dollaro e convertitore di valuta), ma a zavorrare i listini europei sono ancora una volta le materie prime, in primo luogo il petrolio.

L’Italia resta ancora una volta tra le ultime della classe sulla produzione industriale, al contrario della Francia che registra una crescita dello 0,4%, superiore alle stime. Ma nella contesa l’Italia supera, al contrario della Francia, un esame importante come quello dell’Ecofin che ha approvato definitivamente la legge di Stabilità italiana, dopo che ieri lo aveva già fatto l’Eurogruppo, e ha dato il via libera al regolamento del Fondo europeo per gli investimenti strategici (Efsi), meglio conosciuto come Piano Juncker. Il ministro Padoan ha annunciato così soddisfatto che il Governo investirà 8 miliardi nel Piano: “L’Italia ha già prodotto una lista di progetti di interesse nazionale e progetti fatti in comune con altri Paesi, di tipo infrastrutturale e di sostegno alle pmi, che sono stati vagliati già durante il semestre italiano e che costituisce già un pacchetto di progetti che nel caso dell’Italia hanno un valore facciale di circa 240 miliardi”.

“L’idea generale – ha spiegato – è di far confluire le risorse in piattaforme di investimento che sono di interesse nazionale, anche se c’è chiarezza sul fatto che i criteri di allocazione dei fondi del piano Juncker non devono essere di tipo geopolitico”. Devono invece rispettare un criterio macroeconomico, “cioè laddove gli investimenti in passato sono caduti”, e un criterio microeconomico, “cioè che si vadano a finanziare progetti meritevoli che però non sono finanziati perché c’è un ‘fallimento di mercato'”.

Tutti plaudono all’Italia che è riuscita ad ottenere dopo mesi di fiato sospeso un beneplacito europeo sulla Legge di stabilità, non molto bene è andata invece per la Francia, il cui rapporto deficit/Pil sfora ampiamente il limite del 3%, anche se la legge di stabilità italiana rispetta per un soffio quel limite. A sedare ulteriormente l’ottimismo italiano ci ha pensato il francese Pierre Moscovici spiegando che “la Commissione ha ritenuto che una procedura non dovesse essere aperta per l’Italia” nonostante il mancato rispetto formale del criterio del debito, ma “è una valutazione che poggia sull’impegno dell’Italia a portare avanti le riforme”, ha detto il commissario Ue agli Affari economici.

L’ottimismo cede quindi alla realtà dove a farne le spese è anche il sistema bancario italiano, che secondo Bankitalia, registra una crescita delle sofferenze. Secondo l’analisi di Bankitalia sulle principali voci dei bilanci bancari, a gennaio il tasso di crescita sui dodici mese delle sofferenze è rimasto sopra quota 15%, attestandosi al 15,4% rispetto al 15,2% di dicembre. A registrare la lenta discesa sono in particolare i finanziamenti alle famiglie complessivamente ancora in calo.

In un mercato dei mutui dove molte banche hanno abbassato spread e costi di acceso, persiste uno scenario generale che fa ancora fatica ad adeguarsi al nuovo corso della politica monetaria europea che dovrebbe portare a un ribasso generalizzato dei tassi.
“I tassi d’interesse, comprensivi delle spese accessorie, sui finanziamenti erogati nel mese alle famiglie per l’acquisto di abitazioni – si legge nel comunicato di Bankitalia – sono stati pari al 3,06% (3,08 nel mese precedente); quelli sulle nuove erogazioni di credito al consumo all’8,71% (8,10% a dicembre)”.

I prestiti al settore privato, corretti per tener conto delle cartolarizzazioni e degli altri crediti ceduti e cancellati dai bilanci bancari, hanno registrato una contrazione su base annua dell’1,8% (-1,6% a dicembre). I prestiti alle famiglie sono calati dello 0,5% sui dodici mesi, come nel mese precedente; quelli alle società non finanziarie sono diminuiti, sempre su base annua, del 2,8% (-2,3 per cento a dicembre).

Davanti a questo scenario l’ottimismo, come la ripresa, sono ancora lontani.

Maria Teresa Olivieri

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