martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La lezione del voto francese
Pubblicato il 31-03-2015


La Francia ha sempre aspirato al ruolo di modello. E, per quanto ci riguarda, lo è stato e da due punti di vista. Primo, come modello politico. Un sistema bipolare, introiettato nell’immaginario collettivo sin dai tempi della grande rivoluzione. E diventato sostanzialmente bipartitico, verso la fine del secolo scorso, dopo un’infinità di vicissitudini che non è qui il caso di ricordare.

Secondo, come modello sociale ed economico. Basato sul ruolo centrale dello stato nel processo di sviluppo e di redistribuzione del reddito e su di una sovrastruttura ideologica fondata sulla contestazione pregiudiziale delle culture liberiste e liberali. Ora, gli eventi di questi ultimi anni e i loro riflessi sul piano elettorale ci insegnano che anche il più solido, sperimentato e partecipato dei modelli non è in grado di resistere alla forza della globalizzazione; trascinando con sé anche quella sinistra che ne era, almeno a parole, il più rigido interprete.
I socialisti francesi si erano illusi di poterlo esorcizzare il fenomeno, semplicemente ignorandolo. Sono caduti così nella spirale negativa di tanta sinistra tradizionale: intransigente a parole quanto cedevole e compromissoria nei comportamenti quotidiani. Hanno posato a difensori intransigenti della “via francese”mentre, di fatto, hanno assistito passivamente alla sua liquidazione. Quando non hanno accompagnato il processo con questa o quella misura legislativa. Hanno inveito, nelle campagne elettorali, contro le derive dell’austerity imposta dall’Europa; ma si sono successivamente accodate alla Merkel (esattamente come aveva fatto Sarkozy.
La premessa del disastro elettorale (il secondo dopo quello delle europee) che ha portato la sinistra francese (gruppi radicali, tra di loro divisi e ampiamente pervasi di spirito settario compresi) ad un livello di poco superiore al 30%, tra i più bassi della quinta repubblica, è tutta lì. Sta nel lento ma totale distacco del popolo di sinistra dai suoi tradizionali punti di riferimento e nel suo massiccio trasferimento sotto le bandiere del Fronte nazionale. Sta nella progressiva trasformazione della sinistra stessa da sinistra sociale in sinistra politica, sempre più impegnata sul tema dei diritti civili (matrimoni gay, leggi sul fine vita) a scapito, diciamo così, di quelli economici e sociali; e sempre più simile, in questo (anche per quanto riguarda il radicamento elettorale) ai vecchi partiti radicali della terza repubblica (quelli che, per intenderci, avevano il cuore a sinistra e il portafoglio a destra).
Di qui la crisi e del modello bipolare e della sinistra storica che ne era stata la principale beneficiaria. Crisi del modello bipolare con il passaggio dell’elettorato popolare verso un partito- quello della Le Pen- in costante crescita in termini di voti (diciamo tra il 25 e il 30%, forse con margini più alti in occasione delle p elezioni regionali del prossimo dicembre, desinate a svolgersi con il sistema proporzionale); ma del tutto incapace di tradurre questo consenso in termini di seggi e ancor più di accesso al potere centrale. Crisi della sinistra storica che, anche per l’incapacità sopravvenuta dei socialisti a contrarre alleanze (al centro per le già ricordate rigidità ideologiche; a sinistra per le già ricordate pratiche compromissorie) sarebbe, oggi come oggi, condannata a rimanere fuori dal ballottaggio nelle elezioni presidenziali.
Come uscire dall’angolo?
Le vie teoricamente percorribili sono quattro. La prima è quella indicata da Renzi: fare del Psf il partito della modernità, in rappresentanza di quel mondo industriale che dovrebbe esserne il punto di riferimento, e in concorrenza virtuosa con la destra. È il percorso indicato dal primo ministro Valls, che ha il fisico e le convinzioni (“amo l’impresa”) per portarlo avanti. Ma è un percorso chiuso in partenza: perché Hollande e lo stesso Psf non sono guide credibili; e soprattutto perché, a differenza di quanto accade in Italia, destra e centro sono aree forti e ampiamente presidiate.
La seconda è la “grande coalizione”. A partire da un accordo chiaro e politicamente garantito di desistenza reciproca per “sbarrare la strada”alla destra. Oggi Sarkozy, tutto intento a preparare la sua rivincita, di questo accordo non ne vuole proprio sapere. Ma non è detto che sarà lui il candidato. Mentre il suo antagonista Juppè – grande figura di tecnocrate illuminato e di europeista – non farebbe, invece, difficoltà. L’accordo avrebbe molti vantaggi in termini di stabilizzazione politica; e però, a renderlo difficilmente accettabile per i socialisti, sta il fatto che sancirebbe la fine del sistema bipolare e del loro ruolo all’interno del medesimo.
Terza ipotesi, il rilancio del Psf come forza di sinistra. Ma qui non basterebbero le parole le formule. Si tratterebbe di conoscere realmente il proprio avversario (il capitalismo internazionalizzato); per governarlo e non solo per denunciarlo; e di acquisire, soprattutto a livello europeo, gli strumenti politici e culturali necessari alla bisogna. “Vaste programme” avrebbe detto De Gaulle. Noi diciamo “troppo vaste”.
Quarta ipotesi, non fare nulla. Insomma, continuare così, con qualche adattamento. È l’ipotesi peggiore. E, quindi, la più probabile.

Alberto Benzoni

 

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