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Opinioni e commenti
 

Libia, Haftar affonda l’ONU e chiede armi all’Italia
Pubblicato il 10-03-2015


Libia-HaftarRiprendono domani 11 marzo a Rabat, in Marocco, i negoziati mediati dalle Nazioni Unite tramite l’inviato Bernardino León che per mettere fine al caso in Libia riproporrà ai due schieramenti politici – i ‘laici’ del governo di Beida guidato da Abdullah Al Thinni e gli islamisti di Tripoli rappresentati dall’esecutivo di Omar Al Hassi – un accordo per la formazione di un governo di unità nazionale. La soluzione diplomatica non appare però a portata di mano, anzi. Da Tobruk il generale Khalifa Haftar, nominato nuovo comandante in capo delle forze armate, ha dettato la linea ufficiale del governo di Beida: niente accordo col governo di Tripoli, appoggio armato dell’Egitto e dei Paesi della Lega Araba e fine dell’embargo ONU sulle armi.

Il generale Haftar
In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa ANSA, Haftar si rivolge direttamente al presidente del consiglio, Matteo Renzi, perché finisca l’embargo sulle armi e l’Italia lo aiuti a combattere l’Isis.

“Stiamo combattendo anche per voi e se dovessimo fallire – dice il generale – il prossimo obiettivo dei terroristi sarebbe l’Italia” poi accusa “Qatar, Turchia e il Sudan” di aiutare “gli estremisti, con armi e finanziamenti. Anche se siamo sicuri che siano pilotati da altre potenze straniere. È importante che si sappia che voltata questa pagina ci ricorderemo molto bene chi ci è stato vicino e chi invece si è voltato dall’altra parte”. “La Libia – aggiunge chiarendo i termini di un possibile accordo -è un Paese ricco di risorse e in base a quanto accadrà e a chi sosterrà il governo eletto democraticamente, decideremo noi con chi condividere questa ricchezza”. Ma il punto più doloroso dell’intervista e lo stop alla mediazione di Leon. “L’Onu e l’Europa non ci possono obbligare a sederci al tavolo con terroristi ed estremisti” perché oggi in Libia esistono “un governo e un parlamento eletti democraticamente sotto l’egida e il controllo dell’Onu e riconosciuto ufficialmente dalla comunità internazionale (il suo ndr)” e non ha dunque senso proporre come fa l’ONu la formazione di “un governo di unità” che “equivarrebbe a rendere vano ogni tentativo di mantenere la Libia un Paese democratico”.
Haftar aggiunge poi una parentesi sul tema dolorosissimo dell’emigrazione clandestina spiegando che il suo governo vorrebbe “che venissero rispettati e rinvigoriti i vecchi accordi ora in disuso, ma perché accada serve l’intervento rapido della comunità internazionale a sostegno del governo legittimo di Tobruk”.

Il blocco navale
All’esterno intanto è un fiorire di ipotesi su come intervenire. Secondo Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato, l’Italia dovrebbe impegnare il suo naviglio in un “blocco navale sotto l’egida dell’Onu” da accompagnare a un “blocco delle importazioni di petrolio come spinta verso una soluzione politica”. In un’intervista a il Messaggero spiega che “il blocco è cosa diversa da Mare Nostrum o Frontex e servirebbe contro l’afflusso di altre armi leggere e pesanti in Libia. Solo l’arsenale dei gruppi di Misurata è stimato in 800 carri armati per 40mila uomini, più le forze islamiste di Tripoli e quelle di Tobruk: una ‘bomba atomica nel deserto, davanti alle nostre coste”. La nostra strategia, aggiunge, “dev’essere il dialogo politico con una mano e il blocco navale con l’altra, a supporto del dialogo e quanto meno, dovremmo minacciare di bloccare le importazioni. Il petrolio libico non è indispensabile come prima. I blocchi, navale ed energetico, possono contribuire a far camminare la mediazione”.

Romano Prodi in un’intervista al Corriere della Sera assegna invece ancora qualche speranza alla mediazione in corso. “Spero – dice – che in Libia la forza della disperazione faccia il miracolo: se sono tutti a Rabat è perché sono disperati. L’Isis è diventato tragico fattore unificante nella politica mondiale”. Secondo l’ex presidente della Commissione UE è insensata la proposta di un intervento militare e “c’è per fortuna la convinzione generale che un intervento esterno sul terreno sia impossibile, per la natura frammentata dello scontro e perché avrebbe l’effetto di unire tutti contro l’invasore. Rischieremmo un secondo Iraq”.

Egitto e Francia
Nel frattempo però ci sono due Paesi che stanno intervenendo militarmente da tempo contro l’Isis, l’Egitto (come rappresaglia per la strage di lavoratori copti, ndr) e la Francia. Gli aerei egiziani e francesi hanno bombardato a ripetizione le posizioni dei jihadisti, ma finora si è trattato di azioni senza copertura diplomatica. La Lega araba potrebbe decidere di sostenere il Cairo, ma dovrebbe vincere l’opposizione almeno di Qatar e Sudan – per non dire del ruolo ambiguo della Turchia – che sostengono l’espansionismo aggressivo del Califfato sunnita.

Dal punto di vista giuridico manca una richiesta d’intervento da parte del governo libico anche perché l’esecutivo riconosciuto ufficialmente dalla comunità internazionale è quello di Tobruk del generale Haftar, ma questo potrebbe voler dire rompere completamente con il governo islamico di Tripoli. La comunità internazionale, in mancanza di un accordo con questi, potrebbe decidere di agire ugualmente sulla base del principio della responsabilità di proteggere una popolazione oggetto di minacce da parte del proprio governo, oppure la necessità di intervenire quando da un territorio possano partire minacce ai vicini. Mentre la prima fattispecie è difficilmente sostenibile, la seconda è proprio quella che ha utilizzato fino a oggi invece l’Egitto con i bombardamenti contro l’Isis in Cirenaica.

Per ora dunque mentre l’Europa continua a non avere nessuna voce in capitolo (Mogherini, chi l’ha vista?), gli unici a muoversi sono gli egiziani col sostegno francese e senza che via siano state grandi resistenze da parte di Mosca e Pechino dove non manca la preoccupazione per la diffusione dell’infezione islamista, che potrebbe attecchire nel Caucaso, nelle aree musulmane della Russia asiatica e nello Xinjiang cinese, abitato dalla minoranza uigura.

L’Italia
Una parentesi a parte andrebbe poi aperta per l’inesistenza di una linea specifica della politica italiana su un problema strategico per il nostro Paese. Dopo la prima brutta figura del ministro degli Esteri Gentiloni che aveva preannunciato il possibile intervento militare italiano, il sostegno del ministro della Difesa Pinotti con tanto di quantificazione dell’impegno in uomini, è arrivata la correzione del Presidente del Consiglio il quale ha spiegato sostanzialmente che l’Italia non farà un bel nulla in attesa di un miracolo diplomatico dell’ONU. Se poi il miracolo non dovesse esserci – come lascia presagire oggi l’intervista ad Haftar – altri, come già avvenne con l’intervento voluto dai cugini d’Oltralpe contro Gheddafi e contro l’Italia, imporranno le loro scelte, giuste o sbagliate che siano, ma non certo a sostegno dei nostri interessi.

Armando Marchio

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Commenti all'articolo
  1. Dunque come sempre l’Italia dei cerchiobbottisti, un p’ò di quà e un p’ò di là, senza il coraggio delle proprie idee, ma è la storia che si ripete, cominciamo la guerra con alcuni alleati e la finiamo alleati con chi prima era nemico, e poi speriamo che ci diano fiducia!

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