lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il Califfatto di al-Baghdadi spaventa l’Occidente
Pubblicato il 10-03-2015


Isis-fightersNel corso del 2014, Abu Bakr al-Baghdadi è stato proclamato Califfo dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria; alcuni giorni dopo si è mostrato in pubblico a Mossul, per chiamare all’obbedienza nei suoi confronti tutti i mussulmani sparsi nel mondo, al fine di realizzare, attraverso il salafismo, l’ideologia che predica la “rivivificazione” dell’Islam attraverso il ritorno alle fonti originarie (Corano e sunna del profeta), e per adattare le norme coraniche alla vita moderna e conseguire l’unità della comunità islamica, superando i particolarismi nazionalisti.

Abu Bakr al-Baghdadi ha denominato Califfato il nuovo Stato, per ora insediato su un vasto territorio formato dalle aree della Siria e dell’Iraq conquistate dalle bande armate che sono alla sua ubbidienza. Il Califfato è una reminiscenza di quello istituito dopo la morte di Maometto nel 632 e terminato nel 1268 con la conquista di Baghdad, che ne era la capitale, da parte dei mongoli. Risorto con l’impero Ottomano, esso ha cessato di nuovo di esistere nel 1924, per mano di Atatürk, il “padre” della moderna Turchia.

Il libro recente di Loretta Napoleoni, descrive la genesi del nuovo Califfato, ma la conclusione dell’autrice riguardo al modo migliore in cui l’Occidente dovrebbe porsi nei confronti dell’espansionismo terroristico del neo movimento salafista non è del tutto rassicurante. Ciò che distinguerebbe l’organizzazione dello Stato Islamico da ogni altro gruppo armato che l’ha preceduta sarebbero la sua “modernità” e il suo “pragmatismo”; connotati, questi, che farebbero apparire agli occhi di molti sunniti il risorto Califfato come “nuova promettente entità politica che sorge dalle ceneri di decenni di guerra e di distruzione”. Sorretta dalla religione e da efficienti bande armate che praticano il terrorismo, l’organizzazione del nuovo Califfato, legittimerebbe la sua azione nella costruzione del nuovo Stato, con la ricerca del consenso popolare attraverso il miglioramento della gestione quotidiana dei villaggi dei territori occupati, sistemando strade, organizzando mense per i meno abbienti e garantendo molti servizi sociali, a volte mai fruiti in passato dalle popolazioni.

Per comprendere il rapido successo dello Stato islamico, secondo la Napoleoni, occorre soprattutto considerare le conseguenze dell’attacco preventivo contro l’Iraq di Saddam Hussein e la guerra civile siriana; i due eventi sono stati l’occasione offerta a Stati interessati (non va mai dimenticata l’importanza strategica sul piano economico e politico dell’area mediorientale) per finanziare gruppi armati insurrezionali presenti in Iraq e in Siria, perché combattessero una “guerra per procura” nel loro esclusivo interesse; a differenza dei gruppi armati insurrezionali, che avrebbero sempre trascurato il coinvolgimento delle popolazioni locali, la mossa vincente di Abu Bakr al-Baghdadi sarebbe consistita nel fatto d’aver considerato il coinvolgimento delle popolazioni locali non meno importante della dedizione alla causa richiesta ai suoi combattenti.

Grazie alle sue scelte vincenti, Abu Bakr al-Baghdadi perseguirebbe, con la costruzione dello Stato Islamico, “obiettivi non meno ambiziosi di quelli dei fondatori degli stati nazionali europei”, basando il suo concetto di stato nazionale sull’organizzazione del territorio come sede esclusiva di una popolazione omogenea dal punto di vista etnico-religioso e sull’istituzione, come uno dei primi compiti, dei tribunali religiosi, impostati sulla Sharia. “Il punto in cui lo Stato Islamico – afferma la Napoleoni – differisce dal moderno stato nazionale è nei mezzi che impiega per realizzare questa costruzione geografica e politica: i mezzi del terrorismo”; mentre per gli stati nazionali della tradizione occidentale “le rivoluzioni sono considerate una fonte accettabile di legittimità per lo stato moderno, il terrorismo non lo è”.

Il problema del terrorismo, perciò, solleva più di un dilemma per il mondo occidentale, che non riesce a stabilire quale debba essere la forma d’intervento migliore per contrastarlo. Ciò perché, un intervento armato, secondo la Napoleoni, non riuscirebbe ad arrestare la destabilizzare della regione mediorientale e forse anche l’”esportazione” del terrorismo ai danni dei Paesi dell’Occidente, che Abu Bakr al-Baghdadi identifica come parti costituenti del “Grande Satana”, ovvero dell’insieme dei Paesi occidentali considerati i responsabili delle sventure dei popoli di religione islamica.

L’impossibilità o la non percorribilità del ricorso alla forza dovrebbe spingere i Paesi dell’Occidente a preferire un approccio alternativo, ricorrendo a strumenti differenti dalla guerra. Quali debbano essere questi strumenti, la Napoleoni non lo dice; si può solo intuire che l’autrice intenda riferirsi alla necessità di un’apertura alle ragioni dei Paesi islamici e alla comprensione delle cause remote e vicine delle loro attuali aspirazioni.

Ma quali dovrebbero essere i contenuti dell’auspicata apertura per una più consapevole comprensione delle aspirazioni che spingono attualmente all’azione i leader dello Stato Islamico? isisPer determinare quei contenuti, l’Occidente non potrà, come osserva Ernesto Galli della Loggia nella sua “Prefazione” al recente libro “Noi e l’Islam”, edito dal “Corriere della Sera”, non fare ricorso alla storia; giusto per ricuperare alla memoria che due sono i grandi motivi del contenzioso che agitano attualmente i rapporti tra l’Islam e l’Occidente.

Il primo ha a che fare col fatto che l’Occidente, e soprattutto l’Europa, ha cercato di contrapporsi con conflitti e invasioni all’”insegna della più assoluta reciprocità”, riguardo alla quale l’Islam “può rivendicare una sorta di primogenitura”, in quanto, a fronte dell’espansionismo islamico alimentato dalla fede religiosa, “le Crociate cristiane fanno la figura di altrettanti tentativi velleitari […], coronati da un complessivo fallimento”.

Il secondo motivo del contenzioso riguarda la responsabilità imputabile al colonialismo europeo nella determinazione dell’arretratezza che ha caratterizzato i Paesi islamici negli ultimi secoli. Una responsabilità che è divenuta schiacciante dopo il 1918, allorché, con la disintegrazione dell’impero Ottomano, le sue province sono state spartite o poste sotto la tutela di Francia e Gran Bretagna. Dall’oppressione europea è nato il cosiddetto “risorgimento islamico” del Novecento: da un lato, esso è consistito nell’apporto della cultura europea, veicolata dalle potenze occupanti, alla diffusione dell’idea di Stato, legata a sua volta a quella di un’identità nazionale; da un altro lato, si è tradotto nella formazione di élite intellettuali, che hanno cercato di trapiantare nei loro Paesi molte delle idee della cultura progressista dei Paesi occidentali. Tali idee, tuttavia, non hanno suscitato nell’insieme del mondo islamico, malgrado la grande abbondanza di risorse, alcun progresso economico e nessun sostanziale miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza delle popolazioni.

Mancando la formazione di una moderna identità in grado di “tenere a bada” le pretese dei Paesi occidentali – conclude Galli della Loggia – il mondo islamico cerca ora un rimedio alle frustrazioni antiche e moderne “nella riscoperta della propria identità religiosa”, dove fede e violenza servono ad alimentare una “guerra santa”, per spegnere la quale non sarà sufficiente alcuna arma, se nel campo islamico non “si leveranno alcune forti voci”, capaci di parlare il linguaggio della critica della tradizione e della razionalità nel perseguimento della modernità dei Paesi che professano l’Islam.

Non è dato prevedere se ciò potrà accadere non è dato prevederlo; ad ogni buon conto, l’Occidente dovrà conservare saldi i fondamenti del proprio pensiero critico, anche se, in quanto critico del proprio passato, esso potrà apparire debole, mentre l’Islam, sempre fedele alla propria tradizione, potrà apparire forte. Ciò che l’Occidente dovrà evitare – come osserva il Nobel Mario Vargas Llosa su “la Repubblica” dei giorni scorsi – è il pericolo che “per prudenza, o anche per convinzione, alcuni governi occidentali comincino a fare delle concessioni, autoimponendosi dei limiti nel campo della libertà di espressione e di critica […]. Se prevalesse questo criterio, i fanatici islamisti avrebbero vinto la partita”, mentre la cultura critica occidentale entrerebbe in un processo che potrebbe culminare nella sua scomparsa.

Se l’Occidente non dovesse risultare fermo nella difesa dei propri valori, i Paesi che lo compongono potrebbero subire l’alterazione del proprio patrimonio culturale; a ricordarlo è Luciano Pellicani (”Avanti! On Line” del 25 febbraio scorso), il quale, richiamando un ammonimento di Nietzsche, ha ricordato che quando si combatte un mostro e non si è fermi nella conservazione della propria identità, il rischio che si corre è quello di diventare un mostro.

Gianfranco Sabattini

 

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