martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il malessere della sinistra
nella ‘coalizione’ di Landini
Pubblicato il 30-03-2015


Terni-acciaierie-scioperoQual è la prospettiva politica e sociali dell’iniziativa di Maurizio Landini dopo la manifestazione in piazza del Popolo a Roma della Fiom-Cgil?

C’è chi lo ha paragonato ad Arthur Scargill, il leader radicale del sindacato dei minatori inglesi, sconfitto dalla “Dama di ferro” Margareth Thatcher, primo Ministro ultraconservatore in quegli anni, nel duro conflitto sociale (la cui intensità sembrava uscire dalle pagine del romanzo di John Steinbeck “La battaglia”) che li vide contrapposti tra il 1984 e il 1985, e che diede il via libera alla “rivoluzione liberista” in Gran Bretagna e alle controriforme sociali, parallelamente a quanto avvenne negli Stati Uniti guidati da Ronald Reagan.

Altri, invece, hanno invocato il pansindacalismo italiano degli anni ’70 del Novecento, il modello sindacale cioè, che in autonomia dai partiti è direttamente impegnato, con forti elementi di conflittualità, a modificare il sistema capitalistico e che fu sostenuto, in particolare, da Pierre Carniti negli anni della sua leadership dei metalmeccanici della Cisl. A Landini non sono state risparmiate critiche di segno opposto, di suggestioni populiste e peroniste.

In verità, le rivendicazioni del segretario della Fiom, ad esempio quelle di un Welfare State davvero universale e inclusivo o della difesa dello Statuto dei lavoratori, riecheggiano un modello sindacale più che antagonista o, peggio, populista, nel solco della tradizione del riformismo sociale.

Si deve ricordare che nell’Inghilterra di fine ‘800 le Trade Unions, per sostenere le proprie richieste in favore di una legislazione sociale, promossero la nascita del Labour Party, quale “cinghia di trasmissione” riformista del sindacato, ribaltando il modello di rapporti tra il partito e il sindacalismo operai di ispirazione marxista-leninista, ma presente anche nella tradizione socialdemocratica. E in Italia, il leader della prefascista Confederazione Generale del Lavoro (Cgdl) Rinaldo Rigola, pur vicino alle posizioni del leader del riformismo socialista italiano Filippo Turati, sostenne l’ipotesi di un “partito del lavoro” autonomo dal partito socialista, poi ripresa nel dopoguerra dal primo segretario della Uil Italo Viglianesi (non senza polemiche con la socialdemocrazia di Giuseppe Saragat con cui l’Unione del Lavoro era collegata) e ravvisabile nel modello del “sindacato dei cittadini” di Giorgio Benvenuto.

Si tratta della teorizzazione di un sindacalismo “soggetto politico”, che si confronta con le Istituzioni e i partiti sugli interessi dei lavoratori e dei pensionati e che in Europa e in Italia ha avuto nella concertazione, il cosiddetto “neocorporativismo” basato sugli accordi triangolari tra governi, sindacati e associazioni datoriali, il paradigma, senza dimenticare che le esigenze di partecipazione alle scelte pubbliche sono patrimonio di tutto il filone riformatore del sindacalismo italiano, del quale fanno parte a pieno titolo leader come Giuseppe Di Vittorio, Fernando Santi, Luciano Lama, Bruno Trentin.

Oggi a livello europeo, anche il Partito socialista europeo preferisce sostenere una partecipazione meno invasiva, definita “dialogo sociale”, dei sindacati, ma certamente, al contrario di Renzi in Italia, non pensa di fare a meno della mediazione sociale dei soggetti collettivi.

D’altronde, a onta di etichette stereotipate, gli stessi movimenti impropriamente qualificati antagonisti, come Podemos in Spagna, definito “socialdemocratico” dall’ex premier socialista di quel Paese José Luis Zapatero, e Syriza in Grecia (in cui è confluito buona parte dell’elettorato del Pasok, il partito socialista ellenico), esprimono istanze e rivendicazioni di stampo riformista, contro l’austerity monetarista in Europa e per nuove protezioni sociali con salari più alti.

A tal proposito tornano alla memoria le parole di uno dei leader più prestigiosi e amati del socialismo europeo, Olaf Palme, premier svedese ucciso da una mano rimasta ignota: “Il socialismo democratico è un processo di liberazione dell’uomo”, una bellissima frase da ricordare in un tempo in cui il socialismo europeo talvolta sembra smarrire se stesso, perso nelle nebbie di improbabili “Terze vie” con derive social-liberiste.

Maurizio Ballistreri

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