lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il messaggio delle elezioni francesi
Pubblicato il 09-03-2015


Elezioni-Francia-LePen-HollandeIl 15 e il 22 marzo, i francesi voteranno per l’elezione dei loro consigli provinciali. In sé, un appuntamento di non grande rilevanza. Ma il cui esito, se rapportato ai suoi precedenti e visto in una prospettiva europea, sarà oggettivamente preoccupante.

Avremo, infatti, con ragionevole certezza, insieme un alto livello di astensioni e la divisione dei votanti in tre blocchi di consistenza sostanzialmente uguale. Destra populista, destra moderata, socialisti. La prima, in ascesa, e in grado di pescare sempre più, in sede di ballottaggio, nell’elettorato della seconda, condizionandone quindi, di riflesso, le scelte politiche. I socialisti, in continua perdita di consensi e con rapporti sempre più difficili con la sinistra radicale (dal canto suo, divisa e stagnante).

Uno scenario- destra liberale in crisi di identità, sinistra di governo in crisi di rappresentatività, crescita esponenziale delle componenti populiste- che, in maggiore o minor misura, sembra interessare tutta l’Europa occidentale ( e la situazione è forse ancora peggiore nell’Europa che faceva parte del sistema comunista). E che è segnata, complessivamente, dalla crisi irreversibile del bipolarismo e del ruolo potenzialmente egemonico dei partiti socialisti all’interno del medesimo.

Uno scenario totalmente diverso da quello che sembrava delinearsi negli anni d’oro dell’Ulivo mondiale: quelli che separano, guarda caso, la caduta del Muro di Berlino dall’entrata in funzione della moneta unica.

Tra i due scenari, la globalizzazione. Un fenomeno correttamente ritenuto, dagli stessi socialisti, come inevitabile e irreversibile. Ma non per questo (a differenza da quanto i socialisti stessi pensavano) economicamente e socialmente, e quindi politicamente, neutro.

In realtà, con l’internazionalizzazione (e la relativa finanziarizzazione) del capitalismo, è giunta al capolinea l’era del suo compromesso storico con il mondo del lavoro e con la stessa democrazia, sotto l’egida dello stato nazionale. E si aperto un gioco a somma zero in cui alla crescita del potere senza vincoli del primo, avviene a scapito di tutti gli altri.

Conseguentemente, ed è, forse, una “prima volta”, si sono avute, almeno in Europa, insieme una diminuzione dei diritti e dei livelli di reddito del cosiddetto lavoro garantito e una crescita, socialmente drammatica, della disoccupazione e dell’inoccupazione. Mentre la caduta della qualità e dei livelli di democrazia sul piano nazionale non è stata per nulla compensata dalla sua affermazione a livello sovranazionale.

Un processo nel quale la presenza dei socialisti è stata complessivamente del tutto irrilevante. Per la mancanza di nuovi ed adeguati, diranno alcuni. Per la totale incomprensione del fenomeno, replicheranno altri. In ogni caso, qualunque sia l’ordine e l’importanza dei due fattori, il prodotto non cambia. Ed è difficile che cambi nell’immediato futuro.

A questo punto, vale il “primum vivere deinde philosophare”. Possibile risalire la corrente, ma per farlo, occorre rimanere a galla. Un’esigenza che vale per i socialisti, ma anche per la destra moderata e liberale.

Ci limitiamo qui ad enumerare le varie opzioni possibili.

Da scartare il recupero del bipolarismo, con l’inclusione delle estreme, di destra e di sinistra. Operazione possibile, ma a certe condizioni, per i socialisti, totalmente priva di senso per i conservatori, già ora la destra anti euro paralizza la loro iniziativa politica, un qualsivoglia accordo politico con questa gli farebbe perdere l’anima.

Apparentemente più facile e logico, il ritorno alla Grande coalizione, magari nel segno dell’ortodossia europea. Processo, tra l’altro, già in atto in una serie di Paesi. E a cui però si possono fare una serie di obiezioni: dalla natura tutta politicista dell’operazione stessa, al fatto, ampiamente verificato, che essa nuocerebbe assai di più (vedi caso tedesco, ma non solo) al partner socialista. Ma qui, almeno a parer nostro, l’ostacolo dirimente sta nel carattere totalmente difensivo dell’eventuale accordo, con la relativa assenza di qualsiasi progettualità.

Rimane, allora, il mantenimento dell’attuale quadro bipolare, con la “riqualificazione”delle sue grandi componenti.

Per i socialisti ciò significa ricostituzione di un rapporto decente con il loro popolo.

Con l’area della disoccupazione, dell’inoccupazione e della marginalità sociale, la partita è, almeno qui e oggi, perduta (la Le Pen sta trionfando nelle tradizionali zone rosse: il Mediterraneo dell’immigrazione e il Nord del deserto industriale). Rimane quella del reddito fisso e del lavoro, relativamente, garantito: insieme alla “borghesia sensibile”, l’area dell’insediamento socialista. E, allora, quell’area va presidiata e difesa a tutti i costi: con strumenti nuovi, certo, ma anche con il recupero di vecchi valori (la lotta alla disuguaglianza, la solidarietà sociale, la democrazia civica, l’internazionalismo) di cui sembrano essersi perse le tracce. E il discorso vale non solo per la Francia, ma anche per l’Europa e l’Italia.

Alberto Benzoni

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