martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Indignazione, sgomento
e pietà per comprendere
poeticamente il mondo
Pubblicato il 27-03-2015


Franco BuffoniFranco Buffoni ha pubblicato le raccolte di poesia ‘Suora carmelitana’ (Guanda 1997), ‘Songs of Spring’ (Marcos y Marcos 1999), ‘Il profilo del Rosa’ (Mondadori 2000), ‘Theios’ (Interlinea 2001), ‘Del Maestro in bottega’ (Empiria 2002), ‘Guerra’ (Mondadori 2005), ‘Noi e loro’ (Donzelli 2008), ‘Roma’ (Guanda 2009), ‘Jucci’ (Mondadori 2014). ‘L’Oscar. Poesie 1975-2012’ (Mondadori 2012) raccoglie la sua opera poetica. Per Marcos y Marcos dirige il semestrale “Testo a fronte” e ha tradotto ‘Una piccola tabaccheria’. ‘Quaderno di traduzioni’, 2012. Per Mondadori ha tradotto ‘Poeti romantici inglesi’ (2005). E’ autore dei pamphlet ‘Più luce, padre’ (Sossella, 2006) e ‘Laico Alfabeto’ (Transeuropa 2010) e dei romanzi ‘Reperto 74’ (Zona 2008), ‘Zamel’ (Marcos y Marcos 2009), ‘Il servo di Byron’ (Fazi 2012), ‘La casa di via Palestro’ (Marcos y Marcos 2014).

Questa è la prima di una serie di interviste, rivolte a poeti, che si contraddistinguono per impegno civile e che per la forza del loro dettato possono indicare o testimoniare un cambiamento reale della nostra società. Se l’epoca dell’intellettuale engagé, come lo erano Pasolini o Fortini, è davvero tramontata, ciò che sussiste è la voce e la verità che il poeta porta sempre con sé. Bisogna rieducare all’ascolto.

Si ringrazia Franco Buffoni, poeta e intellettuale sempre in prima linea, per aver accettato di aprire le danze e per aver parlato a cuore aperto del suo ultimo lavoro poetico ‘Jucci’ (Mondadori 2014) e di impegno civile.

Nel tuo recente romanzo “La casa di via Palestro” hai scritto: “Dopotutto che altro ho fatto in questo libro, se non cercare di ricostruire una verità fattuale dentro la verità emotiva dei ricordi…”. Può valere anche come chiave di lettura per questa nuova raccolta di poesia?

Sì, direi proprio di sì. È chiaro che in un libro di narrativa questa operazione è più scoperta, più palese; in un libro di poesia, come ‘Jucci’, che è fortemente legato alla carica dei simboli, è un’operazione più sottotesto. Simboli come l’aquila, o la questione dei generi: il maschile e il femminile riferiti a un torrente o al sesso della morte, ne sono un esempio. Per me la scrittura narrativa è una scrittura testimoniale, diaristica, anche se cerco di scrivere in buona prosa, dando un fondamento di narrazione sequenziale. Tuttavia io sono un poeta, non un romanziere.

Hai parlato di simboli. Vorresti spiegare ai lettori che cosa ha rappresentato ‘Jucci’ e cosa simboleggia oggi?

Ho conosciuto Jucci nel 1969 e il rapporto è andato avanti fino al 1980, anno della sua morte. Copre un decennio, il periodo dei miei vent’anni, del post-Sessantotto, dell’università. Lei era già laureata. Il nostro rapporto non è mai stato alla pari, se non nell’ultimo anno, l’anno della malattia, quando sono diventato essenziale per l’assistenza. Dal punto di vista intellettuale mi ha arricchito, lei aveva intuito potenzialità in me sia sul piano poetico sia sul piano dell’esegesi critica. Descrivere quel decennio sarebbe come descrivere che cosa sono stati i miei vent’anni. Se penso a quegli anni ripenso a un’enorme forza fisica, a una capacità di resistenza, che si può avere solo quando si è così giovani. Viaggiavamo tanto e ci interessava tutto: partivamo per conferenze a Lugano o a Venezia. Era vita culturale intensa. Mi sono dedicato allo studio delle lingue e delle letterature. È stato un decennio di preparazione a quello che sarei diventato poi. Stavamo insieme per il comune e profondo desiderio di essere insieme, anche se vi erano le mie scorribande e i tradimenti.

Nel testo “La respirazione trattenuta” fai dire a Jucci: “mi voglio bene o malissimo / Ma non c’entri perché / Piuttosto che sola con altri / Preferisco infelice con te”.

Jucci è un dialogo, una drammatizzazione delle due voci che continuano a parlarsi, e che in una rappresentazione teatrale dovrebbero essere messe in scena da due attori diversi. Faccio dire a lei ciò che effettivamente pensava. La sua libertà nell’aver scelto me, pur sapendo chi fossi, e poi il suo orgoglio, che per l’appunto spiega quel “ma non c’entri tu”. Questo era il suo pensiero di fondo. Faccio parlare Jucci attraverso il corsivo. E tutto ciò avviene post-mortem.

È stato definito un romanzo in versi, un genere di chiara impronta medievale, inteso come figura, e dunque, come personaggio. Hai affermato che è un dialogo sui generi, in realtà, mi sembra, un dialogo sul superamento dei generi. Sbaglio? Fai dire a Jucci: “se non fossimo uomini né donne saremmo perfetti”. In “Residuo attivo” è lei a sostanziare amore, tanto che si può definire questa donna fonte primigenia d’amore.

La mia fortuna è quella di vivere a lungo e di poter dire, narrare le cose. Ho avuto un’educazione gesuitica, una famiglia rigida, una zia priora dell’ordine carmelitano. Poi è arrivata Jucci e io vivevo la mia sessualità attraverso gli incontri, le scorribande, ma all’interno della relazione. Dalle continue avventure non mi veniva nulla di somigliante all’amore, semmai un senso di vuoto profondo. In quegli anni non si poteva concepire o vagheggiare un rapporto omoerotico alla luce del sole, e questo ha consolidato il nostro amore. Lei mi amava profondamente, di un amore totale, un amore capace di superare qualunque prova, radicatissimo; anche se certamente ha compiuto anche degli sforzi per liberarsene. Siamo due persone che si sono molto amate e dilaniate. Cerco di non dare della nostra storia un’intonazione struggente, ma di calarla nel suo contesto storico.

Credo che oggi un ragazzo ventenne sia meno indotto a celarsi: oggi una relazione come la nostra si trasformerebbe subito in amicizia. Allora era ben diverso, allora non era possibile. In quel periodo prevalevano in me l’attenuazione, la reticenza e l’ironia, gli unici strumenti possibili per sopravvivere in un contesto omofobo. E mi sono legato a una persona più grande, matura, estremamente intelligente. Oggi, invece, faccio mie l’indignazione, lo sgomento e la pietà.

Scrivi dell’indignazione, dello sgomento e della pietà, che sono cardini di un impegno civile, fattosi sempre più pressante attraverso la scrittura. I tuoi libri di narrativa sono dei pamphlet, una sorta di docufiction, in cui si analizza il concetto di omoaffetività. Cosa può e deve fare l’intellettuale oggi?

Ho fatto coming out in poesia con ‘Scuola di Atene’ (Arzanà, 1991), quando ho capito che me lo potevo permettere, sia poeticamente sia sotto il punto di vista accademico. Sarebbe stato impensabile prima, non avrei potuto intraprendere la carriera accademica. Certi ambienti erano estremamente chiusi. La mia narrativa, sorta di docufiction come dici tu, consegue alla liberazione dei primi anni Novanta e produce una serie di poesie: ‘Suora Carmelitana’ (Guanda, 1997), ‘Il profilo del Rosa’ (Mondadori, 2000) e naturalmente porta a ‘Più luce padre’ (Sossella editore, 2006), un dialogo filosofico tra me e mio nipote, in cui si affrontano i temi civili di questi ultimi nostri anni, attraverso una serrata critica al costume italiano. Poi c’è stata la trilogia, composta da ‘Zamel’, ‘Servo di Byron’ e ‘Casa di via Palestro’. In narrativa si diluiscono le istanze e il messaggio raggiunge più facilmente il lettore. ‘Zamel’ (pamphlet e saggio narrativo, in cui si affronta il modo diverso di vivere l’omosessualità da parte di due personaggi), edito da Marcos y Marcos, è diventato un long-seller e in tanti ancora mi contattano sul sito identificandosi con l’uno o con l’altro dei protagonisti.

Torniamo alla poesia e a Jucci. Impressa rimane questa sentenza: Tu che il futuro sei prima del passato.

Siamo nel pieno del dialogo tra i due personaggi. Mi rivolgo a lei, morta. La raccolta è composta da sette capitoli e negli ultimi due lei è già morta. La narrazione in sé dura per cinque sezioni: si passa dalla storia dell’innamoramento alla difficoltà di portarla avanti; nella quinta parte vi è il dolore, l’attraversamento della malattia e la morte. La sesta e settima sezione, post mortem, iniziano con testi scritti appena dopo la sua scomparsa. In realtà i morti non muoiono finché noi parliamo con loro. Sento la sua voce tutti i giorni. E l’ultima sezione registra questi dialoghi.

Quale poeta consiglieresti per avvicinare un lettore d’oggi al mondo della poesia?

È difficile rispondere. Dai quarant’anni in poi ho guardato ai giovani e ho creato e portato avanti i ‘Quaderni di poesia contemporanea’ (giunti a marzo al dodicesimo numero); in più di vent’anni ho pubblicato un’ottantina di poeti, che ora hanno tra i 25 e i 50 anni. Fare dei nomi sarebbe difficilissimo. Tra i contemporanei che ho tradotto dico Seamus Heaney e Tony Harrison, per la loro poesia narrativa. E poi Auden, un classico, cui ho dedicato parte del mio lavoro critico. Ho anche fatto la riduzione teatrale dell’’Età dell’ansia’. Tra gli italiani il nome è Sereni, un gigante, e poi Giudici, che ha avuto una forte influenza su di me, unitamente a Raboni, Erba e Risi, di cui ho curato il quaderno di traduzioni. Ora guardo a chi è più giovane di me: da anni ormai imparo dai più giovani. La casa di via Palestro di Franco Buffoni

Nei ‘Quaderni’ molto interessante è l’evoluzione della scrittura femminile: vent’anni fa era ben riconoscibile; ora no, molte ragazze hanno “virilizzato” la loro scrittura. Mentre parte di quella maschile si è fatta più “genderata”, assomiglia alla produzione femminile di vent’anni fa. Anche questo superamento dei generi è un segno dei tempi.

A proposito dell’uscita del ‘XII Quaderno‘, tra i sette poeti vi è un italo-egiziano (il bravissimo Samir Galal Mohamed). Può essere un segnale dell’Italia in cambiamento?

Nessuno in Francia o in Inghilterra si stupisce se uno scrittore o un poeta è un immigrato di seconda o terza generazione; credo che sia fondamentale l’esperienza europea. Ho voluto lanciare questo segnale all’Italia arretrata. Il più grande poeta italiano del XXI secolo magari sarà figlio o nipote di qualcuno che cercava di lavarci il vetro al semaforo. Studierà al liceo e conoscerà Lucrezio e Leopardi, grazie a borse di studio che valorizzeranno il suo talento. Forse sarà una donna. Sicuramente sarà un poeta capace di mescolare odori, umori, sapori estranei alla nostra cultura con la nostra tradizione letteraria, e genererà risultati poetici nuovi, alla faccia dei retrivi custodi di una purezza italica mai esistita.

Scegli un libro in prosa e uno in poesia da consigliare ai lettori.

Se il lettore si vuole soffermare sulla presa di coscienza omosessuale, legga ‘Zamel’ edito da Marcos y Marcos, oppure ‘Il servo di Byron’, edito da Fazi. Se ama la poesia consiglio l’Oscar (Mondadori, 2012, a cura di Massimo Gezzi), dove si trova anche un’anticipazione da ‘Jucci’.

Andrea Breda Minello

Di seguito due testi poetici di Franco Buffoni, contenuti nel libro “Jucci”

Ci hai messo cinque minuti

Ci hai messo cinque minuti

A non guardarmi oggi

A respirarmi e basta,

Sapevi che se mi chiedevi

Ancora qualcosa

Finiva di lite che non risarcisce

Chiudeva l’estate in maltolto

E perdevi.

Così ci siamo lasciati

Ancora la porta socchiusa

A sere d’autunno.

E terribile senza peccato

Sei stata a perdonare

La gara perduta per ora

Dal mio desiderio.

La respirazione trattenuta

Tu che l’arte della respirazione trattenuta

Conoscevi, beffarda giocavi a trovare

Gli anelli mancanti nei miei

Procedimenti deduttivi.

Che altro hai bisogno stasera, bambino,

Per coricarti dalla parte del cuore?

Solo le streghe, quelle di una volta

Con quell’odore giù dal pendio…

Era l’ala dolorante dell’insetto,

Quell’instabile arcipelago che insieme

Noi componevamo,

Che ti dava da pensare…

                   Ed è qui

In questa foto con me

Tra le cosce di un’alba

Adatta da riprendere,

E’ qui che vedevi al futuro

Senza il dolore lo sbaglio?

Basta domande cretine!

Da quando ti conosco, mi conosco di più,

Mi voglio bene o malissimo

Ma non c’entri tu.

E se proprio ti va di saperlo,

Preferisco essere infelice con te,

Piuttosto che sola con altri.

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