martedì, 12 dicembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Intervento di Enrico Buemi sul divorzio breve
Pubblicato il 12-03-2015


BUEMI (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signora Presidente, colleghi, dedicherò pochi minuti a sostegno di un ragionamento e di un obiettivo di riforma che i socialisti perseguono da decenni ormai. Era il 2003 quando, alla Camera dei deputati, a mia prima firma, presentammo una proposta di legge di superamento dell’istituto della separazione legale nei casi di consensualità e di assenza di minori. Sono passati 12 anni, forse anche qualcuno in più, e continuiamo a mantenere nel nostro ordinamento un istituto che francamente diventa difficile comprendere.

Vorrei che i colleghi mi spiegassero la ragione per cui ci deve essere una parte dei cittadini italiani che impongono all’altra parte un comportamento obbligatorio, di fronte alla disponibilità dell’altra parte, in questa visione soccombente, che invece vede lo Stato italiano lasciare i cittadini organizzarsi secondo principi di autodeterminazione che nulla incidono nel comportamento e negli interessi di soggetti estranei ad una certa situazione.

Spesso critichiamo società, organizzazioni e istituzioni di altri Paesi che impongono comportamenti estremi e vincolano in ogni sua parte il comportamento dei cittadini, ma se estremizziamo il concetto, credo che anche nella visione che stiamo cercando di mantenere nel nostro Paese c’è questo tipo di impostazione.

Mi chiedo anche perché si stanno facendo grandi sforzi di alleggerimento del carico di lavoro dei nostri tribunali civili e manteniamo invece un procedimento che nulla toglie e nulla aggiunge alla volontà dei cittadini, mantenendo una burocratizzazione dei rapporti e dei processi decisionali che non ha alcuna funzione deterrente se non quella di rappresentare una perdita di tempo ed un costo.

Le volontà non cambiano se non ci sono condizioni sostanziali nell’arco del tempo. I cambiamenti di intendimento sono determinati dal mutamento degli interessi, delle volontà e degli obiettivi e allora il tempo, un tempo tra l’altro né lungo né breve, non aggiunge alcunché. Si fanno permanere nel nostro ordinamento, in questo come in altri casi, procedure che probabilmente hanno altri obiettivi, come quello di salvare principi ideologici e la volontà di preservare ambiti di interesse economico di attività professionali e di burocrazie.

Corriamo il rischio, anzi il rischio ormai è accertato, di avere la società più avanti dello Stato e degli ordinamenti. Abbiamo situazioni concrete che si evolvono e anticipano fortemente le situazioni formali.

Devo dire che ho apprezzato la pacatezza con cui il collega Lepri ha affrontato la questione, pur da un’altro punto di vista; però vorrei dire al collega e agli altri colleghi che hanno dimostrato disponibilità ad un confronto: perché continuare a mantenere nel nostro ordinamento un istituto che non ha alcuna incidenza se non quella di allungare situazioni di potenziale contenzioso?

Un istituto che comunque non produce – perché le statistiche da questo punto di vista sono a sostegno di questa tesi – cambiamenti sostanziali dei comportamenti dei soggetti chiamati ad una decisione.

Condivido l’idea di aggiungere eventualmente un ulteriore lasso di tempo dai sei e ai dodici mesi nel caso di presenza di minori, di non disponibilità di una parte, e quindi di non consensualità sull’obiettivo del divorzio, dove ci possono essere elementi di criticità che possono derivare da tutta una serie di fattori che comunque nella nostra procedura attuale (nei casi appunto di presenza di terzi indisponibili o deboli), è comunque salvaguardata.

Mi chiedo allora perché voler mantenere ancora queste lungaggini, questo burocratismo, di fronte ad una riforma che peraltro abbiamo già fatto perché nella riforma del processo civile abbiamo già introdotto procedure molto semplificate. Qui si vuole semplicemente salvare un principio teorico e cioè che non si può passare dal matrimonio al divorzio senza una fase di ulteriore burocratizzazione che è quella della separazione legale. Perché la tutela delle parti deboli nella normativa che ci accingiamo ad approvare permane. Noi non facciamo saltare il principio della separazione legale – lo dico al collega Lepri – lo facciamo saltare laddove questo principio non serve a niente se non ad allungare i tempi, a distribuire quote di economia (seppure residuali) a soggetti forti – questi sì – e a alimentare burocrazie che invece dovrebbero occuparsi di efficienza del nostro sistema e di rispondere più tempestivamente alle richieste dei cittadini.

Non intendo dilungarmi ulteriormente perché abbiamo già perso troppo tempo. Desidero fare un’ultima e definitiva precisazione: il testo oggi all’esame dell’Aula è quello licenziato dalla Commissione giustizia del Senato, che condividiamo e sosterremo e che di fronte a prese di posizione non comprensibili – lo dico con assoluta franchezza – non siamo disponibili ad emendare. (Applausi del senatore Longo).

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento