giovedì, 14 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Jobs Act, una riforma
a rischio conflittualità
Pubblicato il 23-03-2015


Lavoro-precarioManca qualcosa nella riforma sul lavoro varata dal governo Renzi?
A parte il lavoro che verrà, per cui facciamo il tifo affinché si riproducano casi di successo come quello della FIAT a Melfi, dove si esporta all’estero la produzione e “si importa occupazione”, si ha la sensazione che i provvedimenti varati sfiorino, senza affrontarlo, il tema centrale del tempo che stiamo vivendo.

LA DISUGUAGLIANZA, fortemente cresciuta negli ultimi 20 anni.
La rottura del tabù dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori in qualche modo collega le regole astratte del mercato del lavoro alla mutata realtà della competizione globale; Melfi è un grande esempio, un laboratorio per l’intero paese, una sfida sulla competitività spinta, una partita del campionato mondiale. La partita la vinciamo se mettiamo in campo le risorse più competitive: giovani sotto i 30 con diplomi tecnici, formazione, tecnologie coinvolgimento dei lavoratori e dialogo negoziale con i sindacati.
E quelli che restano fuori? Gli espulsi di oggi e, soprattutto, quelli di domani (gli ultra 40enni) che potranno essere licenziati nei momenti ciclici del mercato, dopo aver perso le qualità competitive, tra cui il vigore della giovane età, quali chance avranno?
È una lettura condivisa quella che vede nel mondo la crescita della disuguaglianza, statisticamente segnata dall’avanzare prepotente di un numero limitato di persone che detiene una fetta crescente della ricchezza prodotta ogni anno.
Se questo è, l’azione strategica della politica interna degli Stati dovrebbe essere concentrata, prioritariamente, a contrastare questo fenomeno che quotidianamente fotografiamo nelle nostre città in tutta la penisola.
La riduzione dei vincoli rende il mercato del lavoro sicuramente più moderno e più adatto ad affrontare le sfide globali; ma quella riforma deve essere completata.
Da sola peggiorerebbe le sofferenze e i contrasti sociali e finirebbe per ignorare i processi di riequilibrio delle economie mondiali che ci dicono che dobbiamo più probabilmente prepararci a un tempo di stagnazione delle economie più avanzate che, stanno cedendo progressivamente in favore delle economie in via di sviluppo. Salvo clamorosi e benvenuti spartiacque tecnologici, mutuando dalla fisica, il principio dei vasi comunicanti ci ricorda che un serbatoio con un determinato livello di liquido se viene messo in connessione con un altro serbatoio senza contenuto o con un livello più basso produce uno spostamento del liquido fino al raggiungimento dell’equilibrio sulla parità di livello in entrambi i contenitori. È proprio ciò che sta accadendo dall’anno 2008 e che dovrebbe indurre il Governo a spingere molto di più sulle politiche redistributive in grado di affiancare alla riforma del lavoro quei presìdi di sostegno sociale capaci di compensare disuguaglianza e riduzione della domanda di lavoro, evitando di sperare in una ripresa significativa della crescita economica.
Dobbiamo accompagnare i cittadini che hanno un “basso valore” sul mercato del lavoro.
Gli ultra quarantenni devono essere sostenuti e incentivati sia per rientrare nel mercato del lavoro che per avviare una attività autonoma.
È necessario considerare l’ipotesi di una parziale reintroduzione, almeno in una ragionevole “quota sociale” della graduatoria pubblica dei disoccupati, accompagnata da un sistema di incentivi che compensi il probabile minor valore dei disoccupati di lunga durata che non riescono a collocarsi nel mondo produttivo. Così come si deve pensare di potenziare la dotazione finanziaria degli ammortizzatori sociali.
Sono misure possibili, ad esempio, reindirizzando le notevoli risorse destinate al bonus 80 euro che oggi finisce nella busta paga di chi un lavoro e un reddito ce l’ha. Sono 10 miliardi che possono essere oggi più opportunamente destinati a chi un lavoro e un reddito non ce l’ha.
Una visione di riequilibrio dei rapporti economici e sociali che ci consentirebbe di sostenere con maggiore convinzione le nuove leggi sul lavoro che hanno introdotto oggettivi spazi di squilibrio nei rapporti tra impresa, capitale e lavoro, squilibrio che solo una correzione in chiave moderna del welfare può garantire. Se l’impresa spinge per avere maggiore libertà di licenziare, dobbiamo compensare con il sostegno al reddito e con strumenti concreti che consentano al cittadino di ritornare nel mondo del lavoro, subordinato o autonomo.
È la quarta gamba che manca, indispensabile per mantenere in piano il tavolo dei rapporti sociali ed evitare di cadere verso una inevitabile conflittualità sociale.

Livio Valvano

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