martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La dichiarazione di voto dei socialisti sul ddl Costituzionale sulle riforme
Pubblicato il 10-03-2015


La dichiarazione di voto del presidente dei deputati del Psi Marco Di Lello al ddl Costituzionale sulle riforme

 

Signora Presidente, onorevoli colleghi,

sono trascorsi sette lustri da quando i socialisti lanciarono il tema della grande riforma. Con essa, come spiegano Gennaro Acquaviva e Luigi Covatta in «La grande riforma di Craxi», si impostò una proposta generale di riforma del sistema Italia: superamento del bicameralismo perfetto, presidenzialismo, macroregioni, intuizioni che all’epoca ebbero il solo torto di essere straordinariamente in anticipo sui tempi; intuizioni che non hanno trovato poi uomini e donne coraggiosi, capaci di portarli a compimento.

È in quegli anni che nasce quel sillogismo che mette insieme socialismo e riformismo. E oggi il voto che ci apprestiamo a varare rappresenta una prima parziale vittoria dei riformisti. Prima e parziale, non ci sfugge e non ci sfuggono i limiti del testo. Non c’è nulla sulle macroregioni, anzi si continuano a difendere privilegi, contenuti negli statuti speciali, che lasciano sopravvivere addirittura la Guerra Fredda, solo nella nostra Costituzione.
Non c’è nulla sul presidenzialismo, neanche sul premierato, anche se non ci sfugge quel voto entro sessanta giorni, che in qualche modo dà un potere acceleratorio al Governo sulle Camere. Non c’è nulla sulla separazione delle carriere e la riforma del CSM. Ma questi limiti e queste carenze non ci impediscono di valorizzare i pregi che sono contenuti nel testo.
Il benaltrismo (chi dice: sì, ma c’era ben altro da fare, erano ben altre le riforme, ben altri i punti da toccare) non ci è mai appartenuto. Noi non vogliamo alibi e noi socialisti non ci siamo mai sottratti alla sfida sul terreno dell’innovazione. Sulle riforme diceva: eliminazione del bicameralismo perfetto con l’introduzione di un Senato delle regioni, competente per sole Ho ritrovato in quest’occasione degli appunti che esattamente dodici mesi fa, nel febbraio dello scorso anno, presentavano dei punti programmatici che i socialisti portarono al Presidente incaricato Matteo Renzi. Lì il punto determinate materie. È quello che ci apprestiamo a votare. Su questo terreno è innegabile la portata della novella. È molto positivo che vi sia una relazione fiduciaria solo ed esclusivamente con la Camera, tra Governo e Camera; che la funzione legislativa sia esercitata non più collettivamente dalle due Camere, ma dalla Camera dei deputati; è positivo il tentativo di semplificazione di questo enorme apparato della Repubblica con la soppressione del CNEL e delle province.

Non ci sfuggono i compromessi a cui si è dovuti arrivare. Basta leggere nel testo le materie in cui resiste una competenza del Senato, tra cui le leggi in materia di diritti della famiglia e di tutela della salute. Che c’entra ? Che c’entra la competenza in materia di diritti della famiglia ? Figlia evidentemente della paura di una parte di questo Parlamento, soprattutto di pregiudizi. Noi auspichiamo il riconoscimento della laicità nella Costituzione.
Altre forze politiche si arroccano sul terreno della conservazione, chiudendo gli occhi dinanzi ad una società che cambia e ad un’Italia che è molto diversa rispetto a quella di sessant’anni fa. Magari lo fanno agitando bandiere ideologiche, ma non saranno queste bandiere a poter fermare il vento del cambiamento. Le bandiere vengono indirizzate dal vento.

Tuttavia, non ci sfugge il valore dello scrivere insieme e perciò, così come abbiamo esternato preoccupazione per quel  vulnus nel dibattito democratico che si era venuto a creare con l’uscita delle opposizioni da quest’Aula, così – lasciatemelo sottolineare – plaudiamo con forza alla scelta che SEL e Forza Italia hanno fatto di essere comunque presenti in Aula.
Il voto di oggi è anche un banco di prova di questo Parlamento. Esattamente due anni fa, dalle urne uscirono Camere con maggioranze diverse. Ricorderete tutti la grande difficoltà nell’elezione del Presidente della Repubblica. C’era un orizzonte minimo. L’obiettivo era salvare il salvabile di questa legislatura. Oggi, dopo due anni, vi è stata una rapida e positiva scelta nell’elezione del Presidente della Repubblica e ci ritroviamo qui a riscrivere una parte importante della Costituzione, cioè c’è l’ambizione di disegnare un assetto più efficiente della nostra Repubblica.
Lasciatemelo dire, sono lieto che si stia finalmente smettendo nel dibattito pubblico di considerare questo come un  altro tassello sul terreno del risparmio della spesa, perché l’idea che la democrazia possa essere un costo – cito letteralmente la professoressa Urbinati – dà a questa riforma «una motivazione volgare». Io aggiungo a «volgare» «preoccupante», infatti, nessuno può pensare che la democrazia sia un costo da tagliare, perché altrimenti resta un uomo solo al comando e non so chi di voi voglia portare avanti questo modello.
L’obiettivo da noi condiviso era e resta la costruzione di un sistema più rapido nelle decisioni e più efficace. Non ci mancano dubbi sulla composizione del Senato e non ci sfugge il pasticcio sindaci-comuni, che rischia di escludere i sindaci dei comuni metropolitani, cioè i comuni più importanti nella novella della Costituzione. Non ci piace la scarsa territorialità dei rappresentanti in Senato: avevamo suggerito di ispirarsi ai modelli di Francia o Germania per la scelta dei senatori.

Non ci sfuggono contraddizioni insite nel testo, vedi anche la lettura degli articoli 57 e 117, che ancora parlano di «Camere» per la legge elettorale. Non ultronea è la sottolineatura che, forse, la riforma del Titolo V avrebbe avuto bisogno di un maggiore approfondimento. E, però, lasciatemelo dire, l’insieme di questi limiti e di scelte, che pure non abbiamo condiviso, non è tale da impedire ai socialisti di votare a favore, perché oggi è una vittoria dei riformisti e, in questo casi, i socialisti non possono avere alcun dubbio sulla scelta da quale parte stare.

 

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