martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La questione che incalza
Pubblicato il 20-03-2015


Incalza, naturalmente, va scritto in minuscolo. Perché il problema che la nostra classe dirigente deve affrontare con urgenza non è solo quello del Mega dirigente galattico del ministero dei trasporti, della cupola da lui creata e dei suoi eventuali misfatti, definiti come tali dal codice penale.

A stabilire la verità dei fatti e la loro rilevanza processuale dovrà provvedere la magistratura. Alla luce di ciò che si è verificato nel corso degli anni recenti, dubitiamo che vi riesca.  Per la capacità che hanno i potenti di occultare le prove; ma anche per due vizi d’origine che pregiudicano, in partenza, l’azione di coloro che le ricercano.

Il primo (vedi caso Ruby, ma non solo) è la persistente confusione tra cattiva e magari anche pessima condotta personale e pubblica e reato. Nello specifico affermare che il Nostro fosse il regista dei grandi progetti di opere pubbliche e affrontasse i relativi problemi “interfacciando” con altri grandi personaggi del suo calibro non basta a definire il tutto all’insegna dell’associazione a delinquere. Né sono sufficienti, a questo riguardo, le intercettazioni: perché da quella fonte sono sempre emerse, almeno sino ad oggi, vanterie, millantati crediti, reti relazionali da utilizzare o da mettere in atto: ancora, tutto il fumo di un sistema di potere ma non necessariamente le sue manifestazioni criminose.

Pure, l’iniziativa della magistratura, a prescindere dai suoi esiti processuali, ha una qualità politica e un impatto sistemico potenzialmente superiori a quelli di Mani pulite.

Si afferma, infatti, in ora il carattere sistemico della corruzione: insomma, l’esistenza di una cupola che gestisce tutto il sistema delle grandi opere, costituita, per non dire costruita, non da criminali dal ghigno sinistro o da elementi variamente deviati del sistema ma dai suoi stessi vertici; nel corso di anni e senza distinzione di colore politico.

Così facendo si chiama in causa l’intero sistema; incalzandolo, appunto, con delle domande che esigono una risposta qui e oggi.

A rispondere, qui e oggi, è stato il Rottamatore: seguendo una linea certamente vincente ma tutt’altro che convincente. Ci torneremo a conclusione di questa nota; per sottolineare, comunque, che Matteo Renzi era l’unico oggettivamente abilitato a rispondere.

Non poteva rispondere – alla Giuliano Ferrara – la destra di cultura berlusconiana. Questa avrebbe contestato, in primo luogo, la tendenza della magistratura a confondere comportamenti impropri con reati, invitando la classe politica a fare blocco contro le sue interferenze; e avrebbe contestualmente sostenuto che questo o quello specifico scandalo non erano che gli inevitabili effetti collaterali di una disegno di liberalizzazione e di sburocratizzazione che aveva consentito di sbloccare tutto il settore delle opere pubbliche. Ma si trattava di una risposta che non poteva essere accettata da una pubblica opinione. Che avrebbe potuto obbiettare che eliminare o ridurre drasticamente i comportamenti impropri era compito dei politici; un compito che non era affatto stato svolto giustificando così la funzione di supplenza dei magistrati. Mentre non era affatto dimostrato, anzi, che la generale “deregulation”del settore si fosse tradotta in maggiore efficienza e in minori costi.

Non poteva nemmeno aprire bocca la vecchia sinistra di matrice statalista e di fede giustizialista. Non fosse altro perché la deregulation, e la nuova politica degli appalti portavano la firma del Pd ed erano state da questo intensamente praticate. Sotto il segno della fiducia cieca nelle virtù degli operatori privati e della subalternità nei confronti dei medesimi. In questo vuoto, Renzi ha avuto campo libero. Non già per il coraggio delle sue analisi o per il valore delle sue ricette. Ma per la rendita di posizione che occupa e che sfrutta sino in fondo.

Così Lupi viene colpito (e, diciamolo pure, umiliato al di là del dovuto) non perché esecutore zelante e magari interessato di una politica che esalta la logica criminogena degli appalti pilotati e delle grandi opere, linea fatta propria, senza riserve, dallo stesso premier. Insomma viene abbandonato alla gogna mediatica non perché complice entusiasta del “sistema Incalza” ma la telefonata di raccomandazione e magari per la Rolex e gli abiti griffati.

Con ciò l’ex sindaco di Firenze entra di nuovo in sintonia con la pubblica opinione ansiosa di sempre nuovi scalpi e portata a credere che il sistema corruttivo sia alimentato dai corrotti; mentre è vero l’esatto contrario. E nel contempo compie una duplice operazione. Politica e di potere.

Politicamente, c’è il messaggio ai rappresentanti, di destra e di sinistra, del vecchio ordine: “guardate che Incalza, il Mose, la linea C della metropolitana, l’Expo sono roba vostra non mia. E, quindi, datevi una regolata”. Sul piano del potere c’è una radicale animosità verso la Casta dei suoi vecchi e consolidati gestori; animosità certamente autentica ma anche funzionale all’intento di sostituirsi a loro come nuovo socio di riferimento di un sistema che non si ha né la capacità né la voglia di modificare.
Naturalmente, Renzi è un prestigiatore bravissimo. Anche perché profondamente compenetrato del suo ruolo. Si tratta di capire fino a quando potrà continuare ad esercitarlo.

 

Alberto Benzoni

 

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