lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Le cause della povertà
secondo Diamond  
Pubblicato il 20-03-2015


Da te solo a tutto il mondoPerché alcuni paesi sono ricchi, mentre altri sono poveri? In che modo le istituzioni possono influenzare il buon andamento di un sistema economico? Quali saranno le sfide globali del prossimo futuro? Queste sono solo alcune delle grandi domande alle quali Jared Diamond, in “Da te solo a tutto il mondo”, cerca di dare delle risposte, tenendo conto dei risultati degli studi delle scienze naturali, trascurati di solito dalle scienza sociali, in particolare dall’economia, oppure considerati solo in modo parziale ed insufficiente.

Diamond, infatti, avvalendosi della sua competenza di biologo, fisiologo e naturalista di fama mondiale, approfondisce la tesi che, in “Perché le nazioni falliscono”, Daron Acemoglu e James Robinson sostengono, riguardo al motivo per cui ancora oggi esistono nel mondo paesi ricchi e paesi poveri. A differenza di questi ultimi autori, che assumono come discrimine delle due classi di paesi la presenza di istituzioni estrattive o inclusive (le prime causa principale del sottosviluppo, della stagnazione e della povertà; le seconde causa della crescita e dello sviluppo), Diamond, senza trascurare il ruolo e la funzione delle istituzioni, individua nei meccanismi fisici e chimici “attivati” dalla condizioni ambientali la scaturigine delle cattive o delle buone istituzioni, cioè di quelle che hanno bloccato la crescita di molti paesi e di quelle che invece l’hanno favorita.

Le istituzioni sono assunte da Acemoglu-Robinson come variabili indipendenti, in funzione della cui qualità, in termini quasi esclusivi, sono spiegate le ragioni del ritardo sulla via delle crescita e dello sviluppo per alcuni Paesi o quelle dell’arricchimento e della modernità per altri; conseguentemente, le cause naturali, quali quelle geografiche, sono in qualche modo, se non trascurate, almeno in parte assunte prive, soprattutto se considerate isolatamente, di ogni capacità esplicativa dello status dei vari paesi nel mondo in fatto di crescita e sviluppo.

Per Diamond, quello delle differenze economiche esistenti tra i paesi “è un aspetto fondamentale della geografia del nostro pianeta”; prenderne atto è una constatazione che ha enormi conseguenze politiche, in quanto consente di risalire alle origini prime della povertà e di utilizzare le conoscenze che possono derivarne per realizzare programmi di intervento e di aiuti internazionali “più efficaci, a reale beneficio dei paesi poveri”. Diamond non disconosce l’importanza dei fattori istituzionali; sottolinea però che essi vanno considerati solo in un momento successivo, in quanto anch’essi sono conseguenza dell’impatto della geografia sulle condizioni evolutive dei singoli paesi.

Il fattore geografico più importante per la spiegazione dell’ineguale distribuzione della ricchezza e dello sviluppo è, secondo Diamond, la latitudine, i cui effetti sul processo di formazione della ricchezza locale sono riscontrabili, non solo nel confronto fra paesi diversi, ma anche all’interno di uno stesso paese, purché abbastanza esteso nel senso della latitudine. Non è quindi un caso che il maggior numero dei paesi poveri si trovi nelle aree tropicali; le ragioni della povertà dei paesi tropicali sono principalmente due: la minore produttività agricola e i maggiori problemi sanitari rispetto ai paesi localizzati nelle aree temperate.

La produttività agricola è bassa perché i suoli tropicali sono poco fertili e poco profondi, in quanto le aree a clima caldo e umido, a differenza di quelle temperate, non sono mai state interessate dalle glaciazioni; queste, infatti, avanzando e ritirandosi dalle aree oggi temperate, hanno di continuo frantumato le rocce sottostanti e generato nuovi strati di terreno ricchi di nutrienti. Ancora, nelle aree tropicali i materiali organici rilasciati sul suolo si decompongono, a differenza di quanto avviene in quelle temperate, molto in fretta, a causa delle temperature elevate; mentre i nutrienti prodotti dai processi di decomposizione non sono assorbiti dai terreni, perché dilavati dalle piogge più abbondanti.

Infine, anche se non è l’ultima ragione, la produttività agricola delle aree tropicali è bassa, in quanto la loro biodiversità è maggiore che nelle aree temperate; ciò comporta la maggiore presenza di organismi patogeni che infestano e danneggiano i raccolti, provocando un calo delle produzioni agricole; il che origina, nelle aree tropicali, anche una più difficile situazione sanitaria. Secondo Diamond, ”non c’è niente al mondo che aiuti a migliorare le condizioni di salute di un paese più degli inverni freddi delle zone temperate”, a differenza di quanto avviene nella aree tropicali, dove gli elementi patogeni “possono prosperare per dodici mesi l’anno”, diminuendo la capacità di lavoro delle popolazioni.

L’insieme degli svantaggi derivanti alle aree tropicali per via della loro latitudine ha avuto, inevitabilmente, delle conseguenze negative in termini economici, condannando i paesi localizzati in quelle aree ad essere e a restare poveri. Ciò però non significa che gli svantaggi costituiscano una causa di povertà insormontabile; questa può essere superata se si conosce con sufficiente esattezza l’origine di quegli svantaggi, al fine di consentire ai paesi tropicali di poter investire le risorse disponibili (o messe a loro disposizione dalle organizzazioni internazionali) per fare fronte alle calamità naturali endemiche, migliorando la produttività agricola, per risolvere i loro gravi problemi sanitari.

Secondo Diamond, la spiegazione dell’ineguale distribuzione delle condizioni di vita oggi esistente, basata sul ruolo determinante delle istituzioni, non è sbagliata, ma è incompleta; ciò perché, sottolineare l’importanza delle buone istituzioni, senza considerane le cause che le hanno determinate, significa confondere le cause prossime con le cause remote della povertà. Se le buone istituzioni possono essere realizzate ovunque, perché nei paesi poveri ciò è risultato più difficile? Per rispondere alla domanda, secondo Diamond, si deve indagare sull’origine delle “buone istituzioni e degli ordinamenti di buona qualità, senza accontentarci di prenderli come dati di fatto piovuti dal cielo”; per farlo occorre risalire alle loro radici storiche, tornando al momento in cui gli uomini da “cacciatori e raccoglitori” sono diventati degli agricoltori stanziali.

La storia e l’archeologia, secondo Diamond, dimostrano che la nascita delle istituzioni è stata la conseguenza del costituirsi di società sedentarie fondate sullo sviluppo dell’agricoltura. Se l’agricoltura è stata la causa remota della formazione delle istituzioni, perché allora esse non si sono diffuse ugualmente in tutto il mondo? Ciò non è accaduto perché l’agricoltura non ha avuto uno sviluppo uniforme; perché potesse accadere era necessario che in tutte le aree fossero presenti le stesse condizioni ambientali e un’identica dotazione di risorse. Ciò significa che i due ordini di cause del differente livello di crescita e sviluppo delle diverse aree mondiali non sono del tutto svincolati dalla particolare posizione geografica di tali aree; le buone istituzioni che hanno presieduto alla crescita e allo sviluppo sono state strettamente legate all’evoluzione dell’agricoltura, la quale, a sua volta, è risultata connessa alle condizioni geografiche prevalenti alle diverse latitudini.

Diamond conclude il suo discorso osservando che se la crescita e lo sviluppo sono oggi il portato dell’esistenza di buone istituzioni che presiedono, per la vita dell’uomo, al razionale impiego delle risorse ambientali disponibili, non è detto tuttavia che il livello di benessere economico e le istituzioni che lo hanno reso possibile durino in eterno; la storia è ricca di esempi di paesi che, dopo aver conseguito alti livelli di benessere e di stabilità, grazie alle buone istituzioni formatesi nei secoli precedenti, si sono impoveriti a causa del loro decadimento e dell’uso irrazionale delle risorse ambientali.

I problemi biofisici, ambientali ed istituzionali considerati, conclude Diamond, non sono gli unici che, allo stato attuale, il nostro mondo deve affrontare per rimuovere le disuguaglianze economiche esistenti ed impedire l’irrazionale uso delle risorse ambientali; ma poiché si tratta di problemi che “investono in egual misura la sfera sociale, politica ed economica, le loro possibili ripercussioni sono tali che i nostri governi avrebbero tutte le ragioni di adoperarsi per la loro risoluzione”. Certamente tali ragioni sono più che fondate, le preoccupazioni dei governi, però, sono orientate in tutt’altra direzione.

Gianfranco Sabattini 

 

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