martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Nenni si licenzia. Le carte dell’Avanti! degli anni ’20
Pubblicato il 03-03-2015


Libro-IntiniSi immaginerebbero come la documentazione più arida che possa esserci e invece i ‘Verbali dei Consigli di Amministrazione’ dell’Avanti! dal 1924 al 1926 che sono tornati alla luce assieme a un prezioso manoscritto di Pietro Nenni, gettano uno sguardo di straordinaria intensità su uno dei periodi più drammatici del socialismo italiano e dell’Italia intera. Ne emerge tra l’altro una piccola collana di personaggi meno conosciuti o del tutto dimenticati che pure hanno avuto un ruolo determinante in quegli anni e che hanno pagato a caro prezzo, anche con la vita, la loro dedizione agli ideali del socialismo e della libertà.
Il libro di Walter Galbusera è stato pubblicato dalla Fondazione Kuliscioff ed è accompagnato da una introduzione di Ugo Intini che riportiamo integralmente.

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Una grande espressione di coraggio è quella di chi porta sulle spalle il peso della ordinaria amministrazione e della apparente normalità in frangenti che di ordinario e normale non hanno nulla. Anzi, in frangenti assolutamente drammatici e tumultuosi. L’Avanti! della prima metà degli anni ‘20 era in effetti nell’occhio del ciclone, era il vessillo del socialismo e della libertà. Che il fascismo nascente attaccava con le armi. Che il fascismo ormai vincente e di governo soffocava con i sequestri e la repressione di Stato. Eppure i sui consigli di amministrazione apparivano per molti aspetti quelli di una azienda come le altre. Per descrivere la realtà che gli sta intorno, ovvero il ciclone prima ricordato, userò la cronaca di quegli anni tratta dal mio libro “Avanti! Un giornale , un’epoca”.

“L’Avanti! è il simbolo e la bandiera dell’antifascismo. È il suo strumento di lotta più efficace. Ma poiché la lotta è una sanguinosa guerra civile, il quotidiano è al centro anche della guerra stessa:è per lo squadrismo un fortino da assediare, intimidire ed espugnare. C’è di più: una forte carica emotiva. Perché così come l’Avanti! è l’idolo dei socialisti, è per Mussolini personalmente l’oggetto di un grande amore che si è trasformato, dopo la traumatica rottura del 1914, in invidia e odio profondo. Il giornale viene assalito e incendiato cinque volte tra il 1919 e il 1922. E ogni volta risorge dalle ceneri:addirittura, nel 1921, per essere trasferito in una nuova, imponente sede. Intorno alle sue rotative e linotype, ci sono sparatorie, pugnalate, bastonate, scontri tra redattori e fascisti, tra soldati e squadristi, fuoco di mitragliatrici, morti e feriti. I giornalisti, gli impiegati, i tipografi vivono nella tensione e nel pericolo.

Nei cassetti ci sono le rivoltelle. Il telefono serve anche a chiamare in soccorso i compagni. Tutti gli assalti hanno la stessa storia, gli stessi commenti, la stessa meccanica, le stesse conseguenze:un copione non dissimile da quello, più in generale, della guerra civile. Ogni volta che le circostanze politiche lo suggeriscono o consentono, il fascismo attacca. Gli aggressori sono organizzati militarmente, mentre i difensori non lo sono. Gli squadristi si preparano con picconi e bombe incendiarie perché l’obbiettivo è già in partenza la devastazione del giornale per impedirne l’uscita. La difesa dell’Avanti! è passiva, come in tutti gli altri episodi della guerra civile. In modo più o meno aperto, gli assalitori sono protetti quasi sempre (“quasi”, come si vedrà) dalle forze dello Stato. All’indomani degli assalti, il giornale predica prudenza, suggerisce di non cadere nella trappola delle provocazioni.

La reazione alla violenza squadrista è infatti esclusivamente politica e propagandistica: imponenti scioperi e cortei di solidarietà. Accompagnati da una sottoscrizione straordinaria a sostegno del giornale per riparare i danni e rilanciarlo. È lo stile dei socialisti, assolutamente perdente. Ma forse obbligato, considerando che la forza sta dalla parte dello squadrismo, perché esso ha una provvista ormai crescente di denaro, grazie all’appoggio di agrari e industriali, e perché soprattutto ha una copertura del potere statale che diventa con il tempo quasi completa.

“I fasci di combattimento nascono a Milano, nella famosa adunata al circolo industriali di piazza San Sepolcro, il 23 marzo 1919. Quella contro l’Avanti!, tre settimane dopo, è non per caso la prima sortita del fascismo, il suo biglietto da visita. È il pomeriggio di martedì 15 aprile, due giorni prima la polizia ha sparato uccidendo un operaio e le strade di Milano sono deserte per uno sciopero generale di protesta. I militanti socialisti stanno tutti all’Arena, ad ascoltare il comizio di Turati, Treves e dei loro leader milanesi. In redazione e in tipografia, il lavoro deve ancora cominciare, ci sono un vecchio fattorino e pochi altri.

Scalarini-AvantiAlle 17, 30, improvvisamente un plotone di circa cento soldati scende dai camion e si colloca intorno all’Avanti! e al ponte delle Sirenette, a difesa del giornale. Hanno saputo che un corteo squadrista sta arrivando a passo di carica. I fascisti sono duecento, armati di rivoltelle, bombe a mano, pugnali e bastoni. Ci sono ufficiali e sottufficiali in divisa, arditi, giovani in borghese, militi con camicia nera e fez. Le versioni ufficiali dicono che i soldati sono “sopraffatti”. Sarà costantemente così:per una ragione o per l’altra, con scuse sempre differenti, lo Stato lascerà quasi sempre(quasi)via libera alla violenza squadrista. I fascisti tentano di sfondare il portone sbarrato in fretta e furia dal vecchio fattorino. Non ci riescono, ma i più svelti si arrampicano come pantere sul balcone al primo piano attraverso le inferriate. È fatta. Sfondano la finestra, irrompono con le bottiglie incendiarie, sparano. Tra urla di vittoria da una parte e di terrore dall’altra, l’Avanti! è espugnato, dopo pochi minuti la redazione è in fiamme.

Distruggono in modo mirato gli indirizzari per la spedizione degli abbonamenti. Scendono con picconi e martelli in tipografia, sfasciano le linotype e il cilindro della rotativa. Beffa della sorte, è lo stesso macchinario tanto desiderato da Mussolini quando era direttore, acquistato con una sottoscrizione lanciata(come precedentemente ricordato)proprio da un suo appello. Dall’Arena, avvertiti, accorrono trafelati i compagni e si trovano di fronte una devastazione inimmaginabile. “Per più giorni-scriverà un anno dopo l’Almanacco Socialista pubblicato dalle edizioni Avanti!-fu un devoto pellegrinaggio al giornale, per constatare la violenza del saccheggio, per raccogliere una reliquia, per portare il proprio contributo di opere e di denaro alla ricostruzione.

A chi entrava nei locali devastati e incendiati si stringeva il cuore per il dolore e per l’ira. Molti non potevano trattenere le lacrime. Ed era veramente uno spettacolo desolante e terrificante. Ovunque, ammonticchiati e sparsi, simulacri di mobili, cioè pezzi e frantumi;carte e libri stracciati e bruciacchiati;apparecchi telefonici divelti, macchine da scrivere frantumate;qualche ritratto alle pareti foracchiato da proiettili di rivoltella;porte, finestre, vetrate, ogni cosa abbattuta e spezzata. Le macchine compositrici e stampatrici furono brutalmente fracassate e mazzate nelle loro parti vitali. Ovunque un ingombro di rottami, un acre odor di bruciato”. Anche il ministro della Guerra generale Caviglia e quello dei Lavori Pubblici Bonomi, in visita a Milano, prendono atto del disastro. E promettono una inchiesta. Con più convinzione il secondo, che vent’anni prima era un entusiasta, giovane redattore dell’Avanti!

“Il quotidiano non può più essere stampato a Milano: si fa arrivare pertanto l’edizione piemontese da Torino, in quante più copie è possibile. Su questa, e sulla edizione di Roma, i titoli a tutta pagina scandiscono, giorno dopo giorno, la reazione dei socialisti. “La bandiera del Partito Socialista non si abbatte! Scioperi di protesta del proletariato italiano”. “Per l’Avanti! magnifica reazione di volontà e di fede. Dalla Liguria al Mezzogiorno”. “Unito e concorde per l’Avanti! tutto il proletariato”. Dopo i massicci scioperi di protesta e i grandi cortei in tutte le città, si apre la sottoscrizione per la rinascita del giornale.

“Perché l’Avanti! risorga più grande, più forte, più rosso”. “Un plebiscito di solidarietà”. Le colonne con i nomi e le cifre della sottoscrizione si succedono quotidianamente sulla prima pagina. Il plebiscito di solidarietà è in effetti così imponente che si programma una sede nuova e imponente, una vera “casa” dei socialisti (la cui pietra inaugurale sarà posta il 1 maggio dell’anno successivo). Il 15 aprile 1920 infatti il titolo a tutta pagina, commemorando l’anniversario dell’assalto fascista, dirà:”Il giornale del Partito Socialista Italiano a un anno dal rogo è più forte, più temuto, più amato”.

E Scalarini potrà celebrare la più grande vittoria elettorale della storia socialista (quella appunto del novembre 1919) mettendola in relazione con l’incendio dell’Avanti! La sua vignetta mostra infatti una grande nube di fumo sul quotidiano in fiamme che produce – si legge nella dicitura – “tre milioni di voti”. Nei giorni terribili dopo la devastazione, ancora non si immagina tutto questo, ma al dolore non si accompagna mai lo scoramento, bensì l’orgoglio, la fiducia, la volontà di ricostruire a tappe forzate. Sotto il titolo “Viva l’Avanti!”, il primo fondo di commento dopo la devastazione dice. “Sappiamo che la lotta è senza quartiere, abbiamo coscienza che in questa lotta noi rappresentiamo, col nostro glorioso Avanti!, la bandiera più fulgida di una delle parti;non possiamo levare alcuna voce di meraviglia se questa bandiera è stata segnata come il bersaglio dei nemici, se è stata colpita, se è stata atterrata per un momento.

Ma l’Avanti! non può essere spento, perché rappresenta il socialismo stesso. Non si stronca una idea, come si spezza con il martello la macchina che la distribuisce alle centinaia di mille lavoratori nelle officine e nei campi. E poiché è viva l’idea, si ricompone anche la macchina. Avanti!”. Avanti!, dunque. “All’Avanti! si lavora attivamente perché dalle sue ceneri e dai suoi carboni la nostra bandiera torni a sventolare più in alto. C’è la febbre della ripresa, pronta e decisa. C’è la volontà ardente di rispondere a tante manifestazioni di affetto con la tangibile dimostrazione che il barabbismo non può riuscire a spegnere la voce degli interessi del proletariato”. La “febbre della ripresa” moltiplica gli sforzi e il 3 maggio il giornale ritorna a essere stampato a Milano, dopo neppure tre settimane di interruzione. Piccole , umili e grandi offerte continuano a riempire, in lunghe colonne di piombo, la prima pagina. Si raccolgono due milioni*, altri soldi vengono aggiunti dalle cooperative socialiste e dalle case del popolo.

Le ali dell’entusiasmo rendono i lavori di progettazione e realizzazione rapidi come, nonostante la tecnologia, sarebbe oggi quasi impensabile. Il 1 maggio 1920 viene posta la prima pietra, l’11 ottobre 1921 la nuova sede viene inaugurata. La retorica, frutto del legittimo orgoglio, diventa in quel felice primo maggio inevitabile. “Oggi- si legge nel fondo dal titolo “Un po’ di sereno…”-“sarà posata la prima pietra della nuova casa dell’Avanti!:costruzione la cui storia rimarrà memorabile, come quella della prima basilica o dei primi palazzi municipali del trecento. È il nostro pensiero vittorioso che si afferma in una salda armonia di pietre. I proletari che sanno e ricordano come i mattoni del sorgente edificio siano usciti dalla fornace del 15 aprile, da un fuoco che doveva distruggere il nostro essere e che invece ne provò la tenacia, come il crogiolo dimostra la bontà del metallo, considerano giustamente questo primo maggio come il più augurale e forse il più lieto della storia nostra. Oggi si canterà e si berrà.” Ed è quello che accade.

Un immenso corteo sommerso dalle bandiere rosse si forma in piazza Cinque Giornate e si ingrossa a ogni incrocio mentre arriva all’angolo tra via Settala e via San Gregorio, che i compagni scoprono in mezzo agli applausi essere stata ribattezzata con una nuova targa stradale “Via Avanti!”. Quando il giornale, con la manifestazione del 1911 guidata come si ricorderà da Turati, fu spostato a Milano, si sentiva nell’aria la speranza di conquistare un sindaco socialista nella capitale italiana del lavoro. Oggi, il sindaco, Caldara, c’è e pone solennemente la prima pietra. Gli ex direttori dell’Avanti! sono tutti presenti. Manca Bissolati, che è ammalato in ospedale a Roma e che, ministro e uomo di governo, ormai milita in un altro partito. Oddino Morgari lo ricorda con parole commosse. Il popolo socialista sa essere giusto e generoso:le accoglie con un grande applauso. Bissolati, quando lo saprà, nel letto di ospedale dove morirà dopo pochi giorni, piangerà di gioia. Serrati cita il primo titolo dell’Avanti!, dettato proprio da Bissolati: “Di qui si passa”. “Un ministro del re-ricorda- disse ai primi socialisti italiani:di qui non si passa. Sorse un modesto foglio, l’Avanti!, che rispose:di qui si passa. Ed il partito socialista è passato e passerà alla testa delle folle contro tutti i tradimenti, contro tutte le viltà”.

“ Intorno alla prima pietra, in via Settala, si comincia a lavorare a tappe forzate per la nuova sede di Milano, ma neppure tre mesi dopo è la volta dell’edizione romana. Nella capitale, la forza della

destra è maggiore. Se a Milano può organizzare azioni militari micidiali, ma limitate, a Roma può tentare ormai il controllo della piazza. È ciò che accade il 22 luglio 1920, quando i nazionalisti, per protestare contro uno sciopero dei tranvieri, organizzano una grande manifestazione che riempie le vie del centro. Da via Nazionale, il corteo raggiunge piazza Venezia e qui cominciano i primi scontri con gli operai che arrivano dalla vicina casa del popolo. Uno di loro è inseguito, si rifugia in un ristorante di via Ara Coeli, il “Marinese”, e viene massacrato di botte insieme al trattore che lo difende. Si scatena la caccia al tranviere e, naturalmente, al socialista. La sede della direzione del partito, in via del Seminario, è assediata. Poi scatta, pianificata, l’azione principale:l’assalto all’Avanti! La complicità delle forze dell’ordine è così evidente che persino il Questore dichiarerà:”gli agenti hanno tenuto un contegno per lo meno equivoco”. Un poliziotto fa da “palo” all’angolo di via della Pilotta, dove la sede dell’Avanti! è apparentemente protetta da uno squadrone di cavalleria. Vede avanzare una massa e crede per errore che si tratti degli operai giunti dalla casa del popolo in difesa del loro giornale. Fa segno perciò ai carabinieri a cavallo di caricare per disperderli. Ma quando si accorgono che è la squadra dei fascisti, i militari si fermano, retrocedono, li lasciano passare. Alla testa degli assalitori, c’è un capitano degli arditi in divisa.

“Le porte della tipografia-si legge nella cronaca dell’Avanti!-furono presto sfondate per mezzo di grossi macigni. E mentre un gruppo entrava per la porta, un ufficiale degli arditi, valoroso!col pugnale in mano entrava per la finestra e muoveva incontro ad alcune donne, le sole che erano in tipografia, addette alla spedizione. Le disgraziate, alla vista di quell’energumeno, fuggirono per i tetti e si rifugiarono discinte in preda al terrore in uno dei locali vicini delle Poste. Nella tipografia tutto fu messo a soqquadro. Le macchine in piano furono guastate seriamente. Anche due linotype furono rese quasi inutili. I caratteri delle cassette sono tutti perduti”.

Mentre avviene la devastazione, l’ufficiale che comanda i carabinieri a cavallo resta immobile:”non ho ordini”. Un operaio corre allora al comando di Divisione. Riesce trafelato a parlare con il comandante del picchetto. “Non ci posso fare niente-ripete- non abbiamo ordini”. Di fronte alla devastazione, ancora una volta, scatta la solidarietà. Subito. “La sottoscrizione per l’Avanti!-dice un titolo in prima pagina-comincia sulle rovine”. “Un popolano-racconta il cronista-Catoni Angelo, ieri verso le nove, incontrato il nostro D’Amato a piazza della Pilotta, ha cavato un biglietto da cinquanta lire* e consegnandolo gli ha detto:”sono un operaio, eccovi cinquanta lire per l’Avanti!” E…ha accompagnato l’offerta con un treno merci di espressioni romanesche all’indirizzo dei prodi che avevano assalito la tipografia. Il Catoni, che non è iscritto nelle nostre file, era visibilmente commosso”. Il numero dell’Avanti! dove si leggono queste notizie è stampato alla meglio, non nella sua tipografia, distrutta, ma in quella di Epoca, vicino a via del Tritone, che ospita generosamente i socialisti. “I lavoratori-si legge nel fondo-rispondono all’aggressione con l’arma che essi hanno nelle mani.

Quelli dell’Avanti! rispondono riprendendo la penna e continuando la loro battaglia”. Sotto il titolo “Ai compagni, ai lettori”, è scritto infatti in neretto. “L’Avanti! non muore, né si spegne, né si arresta! L’Avanti! procede e procederà! Usciamo lo stesso infatti;usciamo alla meglio, come ci è stato possibile dopo la vandalica devastazione di ier sera. Non ci è rimasto che la penna tra le dita, poiché tutto fu saccheggiato e distrutto, ma la penna ci basta! Però i compagni e i lettori ci scusino se usciremo ancora in peggior veste di prima. Ma intanto gli aggressori codardi di ieri sanno e vedono che il loro delitto fu, anche materialmente, nullo! L’Avanti! non ha interrotto per un sol numero le sue pubblicazioni anche a Roma. E il resto verrà…”. L’Avanti! non ha interrotto le pubblicazioni grazie alla solidarietà della redazione di Epoca. Quando gli squadristi vengono a saperlo, in serata, si scatenano. La cronaca si troverà sul quotidiano di due giorni dopo, perché le notizie arrivano troppo tardi. Il titolo a tutta pagina dice.

“Le battaglie dell’organizzazione del disordine contro l’Avanti!, contro i deputati socialisti, contro i lavoratori”. Gli altri titoli aggiungono. “Nuove aggressioni e ripetuti assalti per impedire l’uscita dell’Avanti!”.”I tumulti al Tritone”.”Le violenze contro i deputati socialisti”. “Il direttore di Epoca rifiuta le imposizioni dei briganti”.”Le aggressioni ai tranvieri nei quartieri alti”. Cosa è accaduto? La città è stata messa a ferro e fuoco dai fascisti tra il tardo pomeriggio e la sera:con un morto e molti feriti. Quando si accorgono che la redazione del quotidiano socialista si è spostata allo stabilimento di Epoca, al grido di “l’Avanti! non deve uscire”, lo assaltano, sparando, in due riprese. Ma gli operai sono tutti presenti in tipografia, si barricano con i pesanti rotoli della carta, resistono. I capi squadristi chiedono di essere ricevuti dal direttore di Epoca e tentano inutilmente di bloccare la stampa dell’Avanti! Le notizie arrivano a Montecitorio, accorrono i deputati socialisti e ormai la passività dei carabinieri non può continuare di fronte ai fascisti. Che sfogano la rabbia malmenando e colpendo alla testa i deputati Modigliani e Della Seta, soccorsi sanguinanti e riaccompagnati alla Camera. È la prova che ormai lo squadrismo può spadroneggiare nella capitale, a due passi da Montecitorio, che ha messo radici nel cuore dello Stato, che da movimento sovversivo sta per trasformarsi in un apparato parallelo del potere.

“Mentre a Roma, riparati i danni in via della Pilotta, il giornale riprende a uscire regolarmente, a Milano proseguono alacremente i lavori in via Settala, dove i compagni con le loro famiglie vanno alla domenica per assistere orgogliosi al crescere dell’imponente edificio. La neonata sede dell’Avanti! è quasi in dirittura d’arrivo, ma i fascisti tentano di soffocarla quando è ancora nella culla. La assaltano infatti in forze approfittando della confusione e dello sgomento che hanno invaso la città in un giorno terribile per Milano. È giovedì 25 marzo 1921, una bomba anarchica viene fatta esplodere al teatro Diana di viale Piave, dove adesso c’è il grande albergo omonimo del gruppo Sheraton. I morti sono 17, i feriti 182. Gli operai accorrono per i primi soccorsi insieme ai vigili del fuoco e ai soldati. Ovunque sangue, frammenti di ossa, corpi mutilati e smembrati dall’esplosione. Sindacati, Comune, tutti i partiti, si stringono per una volta solidali. Ma lo squadrismo fascista ne approfitta per una spedizione punitiva contro i “rossi”, quindi “sovversivi”, quindi “complici” dei terroristi.

Mentre Milano piange, un commando di arditi assalta il cantiere della nuova sede. Lanciano bombe contro la palizzata in legno che lo circonda, si aprono così una breccia e penetrano all’interno, appiccano il fuoco ai capannoni dove si tiene il materiale da costruzione. Ci vogliono due ore per spegnere le fiamme. L’Avanti! denuncia ancora una volta la complicità delle autorità. “Dalle persone presenti al fatto-scrive- e dai pompieri accorsi si afferma che il contegno delle guardie regie fu completamente passivo. Anzi, alcune di esse rifornivano di proiettili gli assalitori e si opposero insieme ai fascisti all’opera di spegnimento”. I pompieri mandano alla prefettura un comunicato in cui annunciano che si rifiuteranno in futuro di intervenire se non sarà assicurata la loro incolumità. Mentre il commando squadrista assalta la nuova sede in costruzione, si tenta anche di far saltare in aria l’edificio dove l’Avanti! ancora viene stampato, in via San Damiano. Una automobile che vi si dirige a grande velocità viene fermata dalle guardie, che sparano. Uno degli squadristi scappa buttandosi a nuoto nel Naviglio, accanto al ponte delle Sirenette. Si scopre a bordo una grossa bomba destinata al giornale.

“Il l maggio 1920, il titolo “Un po’ di sereno” era dunque prematuro, ma infine una giornata luminosa arriva. La nuova, grandiosa sede di via Settala, ultimata a tempo di record nonostante l’incendio del 25 marzo, viene inaugurata finalmente il 10 ottobre 1921, in occasione del congresso di Milano. “Nel nome del socialismo-dice il titolo a tutta pagina-si iniziano i lavori del congresso nazionale. Un grande avvenimento socialista:l’inaugurazione della nuova sede dell’Avanti! a Milano”. L’entusiasmo e la folla sono ancora più grandi che in quel primo maggio dell’anno precedente. A dimostrazione del fatto che ancora Milano non è Roma e che nella capitale del lavoro la piazza è in mano ai socialisti. Un corteo lungo chilometri, accompagnato dalle 300 bandiere rosse di tutte le associazioni e sindacati , riempie praticamente l’intero nastro dei bastioni, da porta Romana a porta Vittoria. L’Avanti! scrive. “Quando arriva di fronte alla nuova sede, dove è stato eretto il palco per gli oratori, tutta la via San Gregorio è imbandierata in rosso.

Dai balconi, uomini, donne, fanciulli applaudono”. E celebra il successo con toni quasi mistici, perché per due volte usa l’aggettivo “santo”. L’ex direttore e deputato milanese Treves è più concreto. E sottolinea la “diversità” dell’Avanti! “Claudio Treves- scrive il cronista-afferma che il suo grande sviluppo è dovuto ai sacrifici del popolo e fa un significativo raffronto tra lo sviluppo della stampa borghese, asservita ad interessi capitalistici, e la nostra stampa, devota ed ubbidiente a una sola idea:al Socialismo”. I “sacrifici del popolo” hanno consentito una realizzazione di cui il popolo socialista può essere in effetti orgoglioso. Il palazzo a tre piani, imponente, occupa l’intero isolato tra via Settala e via San Gregorio. Ha al primo piano un lungo balcone sul quale si affacciano quattro porte:vi campeggia rossa, in muratura, con la sua grafica ormai famosa, la grande scritta Avanti! Ospita redazione e tipografia del giornale, ma anche casa editrice, mensa popolare, albergo diurno, negozi cooperativi.

“È il tempio della propaganda scritta-riferisce l’Avanti!-il promettente laboratorio che già irradia tanta luce di pensiero, colle sue geniali, eleganti, ottime pubblicazioni. È un poderoso sforzo per rompere il monopolio della speculazione privata nel campo più delicato e importante della vita sociale:quello dell’istruzione”. L’ambizione va come si vede al di là del quotidiano. E in effetti la Editrice Avanti! stampa anche libri, manuali, opuscoli, il settimanale per le donne e quello per i bambini. Con mezzi tecnici all’altezza. Funziona infatti tra l’altro una rotativa di 480 quintali costruita su ordinazione dalla ditta tedesca Vomag di Plauen, in Sassonia, la più famosa e avanzata. La più potente rotativa del tempo in Italia, un gioiello della tecnologia che consentirà all’Avanti! di Milano, nelle giornate di maggiore diffusione, di superare la tiratura di 300.000 copie. E che continuerà a sfornare copie dell’Avanti! nel dopoguerra per l’edizione romana, sino al 1978.

“La più potente rotativa del tempo sfornerà decine di milioni di copie, accompagnata da quelle dell’edizione di Torino e di Roma. Ma il fascismo sforna non solo le copie de Il Popolo d’Italia: anche denaro e armi. Tanto denaro e tante armi da assicurargli una forza che cresce di mese in mese. Sino a che giunge il momento di un nuovo e più potente attacco. Da sferrare contro l’asse portante del socialismo: il breve tratto di centro storico che dal rosso palazzo Marino, in piazza della Scala, porta alla nuova, imponente sede del rosso Avanti! in via Settala. È lì il cuore. Il giornale si è trasferito a Milano per conquistare palazzo Marino e il Comune. Lo ha fatto. A due chilometri dalla rotativa più potente, c’è il Comune più rosso, più moderno ed efficiente del Paese. Ed è lì che bisogna colpire e spezzare. A partire dal 2 agosto 1922, il fascismo si avventa prima contro palazzo Marino e poi contro l’Avanti! L’innesto delle violenze è ancora una volta provocato da uno sciopero generale, contro il quale si mobilita lo squadrismo. Ovunque si susseguono devastazioni e scontri sanguinosi: a Parma, nelle province lombarde, a Torino, a Genova, dove viene incendiato il quotidiano socialista Il Lavoro, fondato dai portuali, e dove gli scontri provocano morti, feriti e centinaia di arresti. A Ponte Longo, in provincia di Padova, si assale la casa del socialista Antonio Perin, gli si spara senza colpirlo e si uccidono i suoi due figli, Giulio e Assunta. L’intero Nord Italia è in fiamme, ma la storia si fa a Milano, lungo il chilometro prima ricordato. Lasciamo la cronaca alla penna di Nenni, testimone e protagonista.

“Il mattino del 2 agosto l’attacco fu sferrato con l’occupazione del palazzo municipale di Milano. L’operazione era stata minuziosamente preparata, lungamente meditata, in accordo con la questura. Scacciare gli operai dal municipio era, dal 1900, il sogno dei moderati lombardi, e lo realizzarono il 3 agosto 1922, calpestando nello stesso tempo il diritto di suffragio universale e la loro legge. D’Annunzio arrivò in serata. Con la sua presenza sanzionò l’impresa e coprì con l’orifiamma del patriottismo una operazione politica che aveva il fine di stabilire nel Comune le vecchie consorterie espellendone il popolo. I sobborghi di Milano erano deserti quel giorno. Il centro pullulava invece di una folla festosa. La Galleria rintonava di canzoni e grida.

Dei cortei sbucavano dal corso sulla piazza del Duomo e su piazza della Scala imbandierata e piena di gente. Tra quella folla elegante, dei giovani emettevano le grida dell’Italia fascista. A chi l’Italia?A noi! A chi la forca? A Filippetti (il sindaco socialista). Per D’Annunzio! Eia, eia, alalà. Per Mussolini! Eia, eia, alalà. Si gridava. Morte a Turati! Morte a Serrati! Nel Naviglio i socialisti! A un dato momento, una fanfara suonò l’attenti. Attraverso la piazza, quasi correndo, giungeva D’Annunzio, contornato dallo stato maggiore fascista. Con una bandiera tricolore in mano, egli fu issato sino al balcone di palazzo Marino. Il suo discorso si perse nel tumulto degli applausi e delle grida dei fascisti che sembravano presi da una specie di furore sacro. Si agitavano fez, berretti, gagliardetti neri, pugnali, moschetti. Poi da mille petti proruppe il grido: “All’Avanti!” Ma altri spettacoli e altre distrazioni si offrivano ai “patrioti”. La massa delle camicie nere si disperse verso i ristoranti e i caffè alla moda che tutta la notte risuonarono di imprecazioni ai socialisti e al socialismo, di evviva a D’Annunzio e a Mussolini, di canzoni guerresche. Tardi, nella notte, l’agitazione si calmò. Per noi, all’Avanti!, la nottata fu triste. Da ogni parte ricevevamo cattive notizie. A Roma la crisi ministeriale si era risolta con la reincarnazione del ministero Facta. A Genova le camicie nere avevano saccheggiato la Camera del lavoro e il giornale socialista Il Lavoro.

A Torino la situazione era identica. Sapevamo che sarebbe venuta la volta anche dell’Avanti! Era impossibile pensare ad organizzare una difesa efficace. Nel cortile avevamo scavato una trincea protetta da filo di ferro spinato. Ma da due mesi gli operai non entravano più al giornale che dopo essere stati perquisiti dalla polizia che ci sorvegliava, con la scusa di difenderci. Poche ore prima, mentre i fascisti occupavano il palazzo comunale, c’era stata una perquisizione nei nostri uffici e ci avevano tolte le ultime pistole. In simili condizioni eravamo senza difesa e senza possibilità di organizzarla di fronte a un avversario fermamente deciso a coronare la sua vittoria con la distruzione del giornale del proletariato. Il superbo edificio, sede dell’Avanti!, era costato quattro milioni* e simbolizzava, nel cuore della città, la potenza della classe operaia. Esso doveva sparire perché avessero un senso e una conclusione adeguata le manifestazioni del 3 agosto. L’attacco fu iniziato all’indomani alle quattro del pomeriggio. Da tre giorni non lasciavo il giornale, né di giorno né di notte. Al giornale eravamo una quindicina, tra redattori e operai;con noi era un gruppo di giovani compagni, decisi a subire la nostra sorte, che erano entrati in tipografia eludendo la sorveglianza della polizia. Bisogna riconoscere che fummo attaccati con tutte le regole dell’arte militare. Da due lati le colonne fasciste avanzarono protette da una nutrita fucileria.

Dopo un simulacro di resistenza, la guardia regia, che virtualmente occupava il giornale per proteggerlo, si ritirò protestando la superiorità delle forze fasciste. Il capitano che comandava la compagnia, prima di allontanarsi volle parlare con me. “Non ci è possibile-mi disse-difendere il giornale”. “Non ho mai creduto che lo avreste fatto”. “Ho l’ordine di non sparare”. “Non ne dubito”. “Le consiglio di mettersi sotto la protezione della polizia e di aprire le porte. Si eviterà il peggio”. “Siamo disarmati, ma non cederemo che di fronte alla violenza”. Un bersagliere, ferito alla fronte, interruppe il colloquio. “Sono costretto a ritirarmi”, disse il capitano. “Faccia quello che vuole”. Vi fu un momento di tregua:il tempo che occorse alla guardie regie per ritirarsi tra gli applausi delle camicie nere. Poi la sparatoria ricominciò. I fascisti si erano aperti una breccia nel muro di cinta del cortile. Avevano avuto tre morti e ora esitavano davanti al filo di ferro spinato attraversato dalla corrente elettrica. Ma già, dall’altra parte, con delle scale, un gruppo aveva occupato il balcone e si gettava all’assalto degli uffici, aprendosi un varco a colpi di bombe a mano. Ci fu un gran disordine e il nostro piccolo gruppo fu sopraffatto. Vicino a me l’operaio Franchini cadde, ucciso sul colpo, mentre a stento cercavamo uno scampo. Il deposito della carta bruciava. Entrate come furie nel reparto delle macchine, le camicie nere del Polesine si dettero a distruggere sistematicamente le linotype. In breve lo stabile fu avvolto dalle fiamme, tra le urla di gioia delle camicie nere. La sera l’Avanti! non era più che una immensa rovina, attorno alla quale si aggiravano, con la morte nel cuore, alcuni compagni. Tardi, nella notte, partivo per Torino, dove il giornale doveva uscire l’indomani”.

“L’Avanti! infatti continua a uscire a Torino e anche a Roma; aumenta all’estremo limite del possibile la tiratura delle due rotative rimaste per raggiungere alla meglio l’area(la più vasta)coperta dalla edizione di Milano. Racconta nei giorni successivi i particolari dell’attacco. Anche la libreria delle edizioni Avanti!, in via Dogana, accanto a piazza del Duomo, è un mucchio di rovine. Tra i resti, ci sono le copie bruciate del libro appena scritto da un giovane medico filantropo, che insegna come prevenire il diffondersi della tubercolosi tra i poveri:si chiama Virgilio Ferrari e sarà l’integerrimo sindaco socialdemocratico degli anni ’50. C’è da difendere il povero compagno Anando, indicato da una leggenda metropolitana fascista come un criminale da punire. Il quotidiano è costretto a precisare. “La difesa che abbiamo fatto del nostro Avanti! (santa difesa della quale ci rincresce di non essere riusciti a renderla più efficace) è stata chiamata tranello austroungarico. E se ne è attribuita la ideazione al nostro compagno Anando e contro di esso si sono eccitate le furie assassine dei Grisi, con un preciso mandato di esecuzione.

Il tranello austro ungarico consisteva in un doppio reticolato di ferro spinato attraversato da corrente elettrica e da alcuni cavalli di frisia posti a difesa delle entrate al cortile, istrumenti di guerra usati da tutti gli eserciti. Ad impiantare una simile difesa non era necessario uno specialista. Abbiamo anche tra noi dei compagni che sono stati ufficiali dell’esercito. Anando non ha avuto alcuna occasione, in nessun modo, di partecipare a questo approntamento, la cui responsabilità è tutta nostra. Additarlo come capro espiatorio è cosa turpe, mossa da privati rancori e da desiderio di private vendette”. Le preoccupazioni per la vita dei compagni additati dai fascisti non sono infondate. Perché il clima di odio è tale da provocare orrori continui. Al punto da relegare in notizie a una colonna fatti che oggi richiederebbero pagine. Il povero Franchini, ad esempio, non è stato in quei giorni l’unico tipografo a essere ucciso. Scrive l’Avanti! “Quello che è avvenuto ieri sera sul piazzale Genova è quanto di più delittuoso e più barbaro si possa immaginare. Verso le 20, sul piazzale nominato, il vice presidente della sezione compositori Bertola Italo, di anni 32, se ne stava solo e tranquillo a leggere l’Avanti! Mentre il Bertola continuava la sua lettura, è stato improvvisamente avvicinato da un fascista il quale, mentre lo apostrofava vivacemente perché leggeva l’Avanti! , gli strappava il giornale dalle mani”. L’aggressore estrae la rivoltella, spara e lo uccide. Così l’odio spegne la vita di un innocente e rovina quella di un giovane. L’assassino è infatti uno studente universitario di 20 anni, appartenente a una famiglia stimata. Viene inseguito e subito arrestato.

“Il quotidiano tranquillizza i compagni smentendo voci allarmistiche e infondate(per la verità per poco).Non è vero che è stato spiccato un mandato di cattura contro Turati e Treves. Non è vero che i fascisti si apprestano a marciare su Roma. La sua reazione alla devastazione non è diversa da quelle precedenti. “Le fiamme che investono l’Avanti! alimentano la fede nel socialismo”-si legge nel titolo a tutta pagina. C’è l’orgoglio quasi soddisfatto e surreale di essere al centro dell’offensiva fascista. “Quando la violenza omicida e incendiaria- scrive il fondo-si abbatte su tutte le case, gli uomini e gli organismi proletari, è naturale che essa venga a colpire l’Avanti! È questo il segno più tangibile che questo foglio di carta è considerato come l’espressione più schietta degli interessi proletari e che, colpendolo, si abbatte uno dei baluardi di quegli interessi”. C’è la fiducia nel futuro(vera o ostentata per rincuorare i compagni).

“L’Avanti!-continua il giornale-ha già subito altri tre incendi. Ma non per questo è morto. E solo chi è invaso dalla follia può credere di soffocare la voce dei socialisti con un incendio. Distruggendo il materiale o ammazzando gli uomini, non si può pensare che manchino altro materiale o altri uomini. E anche se sarà reso impossibile fare uscire questo foglio di carta, la notizia dell’incendio tra le nostre masse varrà più della propaganda di molti mesi. Gli incendiari lavorano per il socialismo più di quanto non credono”. C’è lo sdegno per la continua complicità delle autorità statali con il fascismo. In cinque province infatti(le più colpite dalle violenze)il governo ha affidato i poteri alle autorità militari e il fondo dell’Avanti!, intitolato “La dittatura della sciabola”, commenta. “Il governo ha virtualmente destituito cinque suoi prefetti per mettere al loro posto cinque generali. I suoi prefetti erano conniventi colle bande armate. I generali lo saranno ancora di più”. Soprattutto, le prime pagine dell’Avanti! ritornano a essere riempite dagli elenchi dei sottoscrittori. Le formichine socialiste, ogni volta che la loro casa viene distrutta, corrono al lavoro e la ricostruiscono con commovente, quasi incredibile generosità e tenacia. Il 19 agosto infatti l’Avanti! di via Settala è rimesso in funzione e la rotativa riprende a girare a pieno ritmo.

“Ma ormai la piazza della capitale socialista stessa si dimostra essere in mano ai fascisti. La guerra civile sta per concludersi a loro favore. La voce di una marcia su Roma per conquistare definitivamente e anche formalmente il potere era infondata, ma solo per il momento. Perché tre mesi dopo essa diventa realtà e ancora una volta scocca l’ora della vendetta contro l’Avanti! che, nonostante tutto, ha continuato a resistere. Il giorno prima della marcia entrano come due “bravi” manzoniani, nell’ufficio di Nenni, il futuro sottosegretario agli Interni Finzi e il futuro capo ufficio stampa di Mussolini presidente del Consiglio, Cesarino Rossi. Dumini, che sarà presto protagonista del delitto Matteotti, attende torvo fuori dalla porta. Questo giornale per oggi “non s’ha da fare”. L’Avanti!, ”poiché non darà verosimilmente resoconti obbiettivi” della imminente marcia su Roma, non deve uscire, onde evitare pericoli per l’ordine pubblico. “Noi riceviamo ordini soltanto dal partito socialista”-risponde Nenni. E l’Avanti! esce, pur consapevole del disastro imminente. Una consapevolezza non generale. Perché ad esempio il quotidiano di Gramsci Ordine Nuovo, quello stesso giorno, nel consueto slogan di propaganda accanto alla testata, scrive.”Il proletariato non può parteggiare per alcuno dei gruppi borghesi che si contendono il potere”.

“La punizione per la disobbedienza al diktat fascista è annunciata, ma si scatena con esiti inizialmente diversi dal solito perché, come spesso sottolineato nelle pagine precedenti, le autorità dello Stato non sono sempre, bensì quasi sempre conniventi con il fascismo. Il nuovo (e ultimo) assalto all’Avanti! è infatti la metafora della marcia su Roma stessa, è la sintesi di ciò che sarebbe potuto accadere se il re non avesse tradito. Il capo di Stato Maggiore generale Badoglio, come prima ricordato, aveva detto. “Se i fascisti uscissero dalla legalità, cinque minuti di fuoco e tutto andrà a posto”. I fascisti escono ancora una volta, come di consueto, dalla legalità per attaccare l’Avanti! E cinque minuti di fuoco mettono in effetti le cose a posto. Nel tardo pomeriggio del 29 ottobre, arriva in via Settala un plotone di guardie regie, con una auto mitragliatrice. Alle 20, i fascisti attaccano. Pensano di ripetere tranquillamente l’impresa di tre mesi prima, ma sono ancora più numerosi, perché vogliono assestare un colpo definitivo, hanno non solo moschetti ma anche mitragliatrici. Improvvisamente e inaspettatamente, la guardia regia prima intima l’alt e poi spara.

Le colonne squadriste si bloccano impietrite dalla sorpresa, sbandano sotto il fuoco, arretrano, si disperdono in fuga disordinata lasciando sul terreno un morto e numerosi feriti, anche gravi. Cosa è successo? Il governo Facta aveva dato ordine di sparare e di reprimere la spedizione fascista, pensando che il decreto di stato d’assedio avrebbe ottenuto la firma del re. Poi, il contrordine, dopo il suo rifiuto, non era arrivato in tempo e le guardie regie avevano pertanto aperto il fuoco. È esattamente quello che sarebbe successo in tutta Italia, cambiando la storia, se la monarchia si fosse schierata lealmente dalla parte del governo e della legalità. Ancora una volta, ciò che accade intorno all’Avanti! è lo specchio di ciò che accade nel Paese. Anzi, lo anticipa. Poche ore dopo, chiarito l’equivoco, le colonne fasciste ritornano ad avanzare verso via Settala, le guardie regie si ritirano e la furia distruttrice si abbatte sul giornale con violenza moltiplicata dallo scacco subito. Si ritorna al copione di tutti gli assalti precedenti. Ma questa volta la devastazione del giornale è ancora maggiore e i devastatori sono ormai solennemente riconosciuti come una milizia parallela dello Stato stesso. Mussolini , dopo aver portato il suo nuovo governo a giurare davanti al re, va infatti in ospedale a trovare gli squadristi feriti e li bacia con gratitudine uno a uno. Nel frattempo, i redattori del giornale piangono sulle sue rovine.” Una prima vista – scrive il cronista- è desolante. Il cortile tutto ingombro di carte gettate alla rinfusa, la tettoia del magazzino della carta sfondata. Hanno gettato i mobili non trasportabili dalle finestre. Cataste di scrivanie, sedie, scansie, persiane.

Tutto sventrato. I locali hanno un aspetto desolante. Sudiciume, gavette, pagnotte, elmetti militari, paglia, mucchi di giornali. Per le scale idem. Redazione, amministrazione, sparite. Non più un mobile, non più una sedia. Vetri infranti, porte abbattute. Tutti gli oggetti personali rubati. Un povero gattino spaurito in un canto. Peggio in tipografia. La grande rotativa è enigmatica. Difficile valutare il danno. I motori sono asportati. Martellate hanno lasciato tracce profonde. Nel salone delle linotype il disastro è completo. Un campanello suona, suona disperatamente. Le dieci compositrici sono un mucchio di rovine. Si tratta di una distruzione vandalica, scientifica, pezzo per pezzo, con arte. Tutte le parti vitali sono colpite. I banchi dei tipografi rovesciati, i caratteri gettati alla rinfusa, frammischiati, calpestati. Si sale alla fotoincisione. Un lago. Acidi, colori, banchi, macchine fotografiche, tutto è rovesciato. Dovunque il segno di un odio feroce. Un patrimonio distrutto, patrimonio raccolto soldo a soldo, lira a lira, da operai, da impiegati, da professionisti. Si esce con la gola stretta. Una donnetta grida alla porta alle guardie che non vogliono lasciarla entrare:lo rifaremo più bello”.

“Questa ricostruzione esce soltanto il 14 novembre e in uno spazio incredibilmente ristretto. Perché l’Avanti! riesce a uscire soltanto dopo due settimane e soltanto con due facciate, nelle quali devono essere raccontati gli interi quindici giorni che hanno cambiato l’Italia con la marcia su Roma, la caduta del governo Facta, la nascita di quello che sarebbe stato il “ventennio fascista”. Sulla sorte e sul futuro del giornale stesso, si legge nel fondo. “L’Avanti! risorge. Con mezzi esigui. In mezzo foglio oggi. Tra due o tre giorni speriamo in quattro pagine. Glorioso, mutilato questo giornale, contro il quale con rabbia felina tutte le reazioni si sono abbattute e che tutte le albe generose hanno visto risorgere! Lo stabilimento nostro è una rovina. Ma la nostra fede è una fiamma inestinguibile. Tutti lavoreremo per rifare ciò che è stato distrutto. Ai compagni nostri, vicini e lontani, a quelli che soffrono nelle regioni agrarie e fremono nei grandi centri industriali, a quelli che battono le vie del mondo in cerca di pane, diciamo:ancora una volta sta a voi, a voi soli, darci i mezzi per riparare l’offesa, i mezzi per vivere e lottare. Così certi siamo dell’operante vostra solidarietà, che mentre qui attorno a noi tutto è rovina, apprestati pochissimi mezzi, abbiamo voluto che l’Avanti! uscisse, monito, sfida, diana delle battaglie a venire”. “Come dopo gli altri quattro incendi, si fa appello pressante alla sottoscrizione con un testo in neretto. “Si inizia una nuova sottoscrizione per dotare l’Avanti! delle linotype. Le nostre dieci macchine da comporre sono un ammasso di rovine. Di fronte a questo fatto, la protesta è vana. Una sola ce n’è, efficace e ammonitrice. È quella che ci accingiamo a fare sicuri del concorso di tutti i compagni”.

“Ma questa volta la redazione comincia a essere piegata. L’Avanti! fa fatica a trasmettere fiducia ai militanti, che d’altronde vedono mese dopo mese, provincia per provincia, consolidarsi la vittoria del fascismo. Il Duce (così ormai viene chiamato) ha sottolineato in rosso l’elenco dei sottoscrittori; le persecuzioni si concentrano sui diffusori del giornale, villaggio per villaggio, quartiere per quartiere. Il corrispondente da Firenze dell’Avanti!, Consolo, viene ucciso al tavolo di casa sua mentre cena con la moglie e i figli. Persino leggere il giornale in pubblico diventa un gesto di resistenza e di coraggio. Il fascismo che si sta trasformando in regime non ha più bisogno di assaltare l’Avanti!, anzi, non deve, perché è necessaria per il governo una immagine di legalità. Ci sono ormai strumenti più efficaci per spegnere la voce della libertà. Gli squadristi prendevano a mazzate le rotative per bloccare la fuoriuscita delle copie. I prefetti requisiscono legalmente le copie appena uscite. L’Avanti! non può che pubblicare polemicamente in neretto, giorno dopo giorno, come tanti piccoli necrologi dedicati alla sua lenta morte, le ordinanze. “Il prefetto della provincia di Milano, visto il giornale Avanti! edito a Milano per i tipi della tipografia Stige in via Settala 22, considerato che l’articolo in prima pagina intitolato “La questione della nona ora” tende, con argomentazioni artificiose, a svalutare l’opera del Governo, ed è tale da eccitare gli animi con pericolo di turbamento dell’ordine pubblico, visti gli articoli 4 della legge, ecc, ecc, decreta il sequestro del giornale Avanti!. Il signor Questore di Milano è incaricato della esecuzione del presente decreto”.

”Il prefetto di Venezia, considerato che la corrispondenza da Venezia intitolata “Tra le operaie dei tabacchi”, inserita in seconda pagina sull’Avanti!, e “Transito e servizi pubblici sospesi a Venezia per un matrimonio”, inserita in quarta pagina, contengono notizie false e tendenziose, le une atte a suscitare proteste con perturbazione dell’ordine pubblico, le altre dirette a denigrare l’autorità, visti gli articoli ecc, ecc, ne ha decretato il sequestro”. Ormai è un susseguirsi martellante che assume un ritmo via via più accelerato. Il quotidiano lascia l’imponente palazzo di via Settala e si trasferisce in una traversa di corso Buenos Aires, a cento metri da piazza Loreto, in via Paganini 10:una palazzina a due piani dove oggi c’è tra l’altro una piccola azienda di ottica, circondata da edifici simili, che ospitano piccoli alberghi a due stelle. Il 1 gennaio 1926, sotto il titolo “Nell’alba del nuovo anno”, l’Avanti! traccia nel suo fondo il bilancio. “Un anno terribile – scrive – un anno di prove e di sacrificio è passato per l’Avanti!, per il partito e per il movimento socialista. La vita dell’Avanti! rispecchia in un certo senso la vita politica e la situazione generale. Complessivamente il quotidiano del proletariato socialista, dall’inizio del regime sequestratario ad oggi, deve annoverare 98 sequestri. L’ultimo è del 24 dicembre scorso:nell’anno 1925 i sequestri sono stati 62; nel 1924 furono 36. Dopo il 4 novembre, in seguito all’attentato Zaniboni, l’Avanti! fu sospeso, la nostra casa posta sotto sequestro. La sospensione durò ben venti giorni: dal 9 al 29 novembre. Quest’ultima pose a durissima prova la vita dell’Avanti!”. Di fronte al disastro, il giornale lancia un rinnovato appello alla sottoscrizione: non più per rimediare alla devastazione degli squadristi, ma per compensare il danno, altrettanto grave, derivante dalle mancate vendite. È ridotto al lumicino, ma nonostante tutto lancia una disperata esortazione a vincere lo scoramento. Il giornale dei socialisti, come il partito, ”dice agli sfiduciati, come ai volonterosi, che oggi più di ieri bisogna esistere e resistere”.

“Il fascismo certamente avrebbe preferito vedere l’Avanti! morire per asfissia, senza un intervento repressivo. Ma il quotidiano continua a esistere e a resistere quasi eroicamente, confezionato da Nenni con un pugno sempre più piccolo e intimidito di redattori nella modesta palazzina di via Paganini. Sino a che, non per asfissia e non per le leggi del mercato, ma per le leggi eccezionali del fascismo, il 31 ottobre 1926, l’Avanti! chiude. L’avventura iniziata nell’ormai lontano Natale del 1896 sembra conclusa per sempre, con tante sconfitte e poche vittorie, nessuna purtroppo definitiva. Sembra. Ma non è così. L’avventura continua”.

In questo contesto vanno letti i verbali del consiglio di amministrazione dell’Avanti! e da questo contesto si possono trarre alcune riflessioni.

Colpisce, nella “normalità” disperatamente e quasi eroicamente conservata, la ricorrenza dei problemi di sempre. Incredibilmente gli stessi che tutti i redattori dell’Avanti! (come di qualunque altro giornale), da quelli famosi a quelli modesti, hanno affrontato. Le beghe con il personale, le rivalità interne, il ritardo negli orari di chiusura, i conflitti con la tipografia.

Come spesso avviene di fronte alla violenza del potere, le vittime quasi si sentono in colpa e si dividono. La violenza del potere fascista, a esempio, si manifesta attraverso i continui sequestri dell’Avanti! e i redattori tentano l’auto censura per evitarli. Gli amministratori (lo si legge tra le righe dei verbali) quasi rimproverano la direzione per la testarda difesa della propria libertà che può a volte dare pretesti alla repressione. Tale è la disperazione per il danno subito a causa dei sequestri, che si prende in considerazione l’ipotesi della consegna delle bozze alla prefettura per una sorta di censura preventiva da parte dei suoi uffici.

I verbali ci danno notizie precise e inedite sul numero dei redattori, sull’organizzazione interna, sulle copie stampate e quelle vendute, Tra di esse, è molto interessante, in un’epoca come la nostra in cui i top manager guadagnano migliaia di volte più di un normale lavoratore, vedere quali fossero le differenze retributive considerate dai socialisti moralmente accettabili. Adriano Olivetti, che era un grande imprenditore di successo, considerava corretto, come si sa, un rapporto da uno a cinque: il capo non doveva guadagnare più di cinque volte il salario dei suoi dipendenti. All’Avanti! un fattorino guadagnava 700 lire* al mese e si riteneva che nessuno potesse guadagnare più di 1800 lire. Un cronista o uno stenografo ne prendevano 1.100.

Poiché la normalità era solo apparente, ai consigli di amministrazione partecipano personaggi non normali, ma straordinari: Pietro Nenni, innanzitutto, già famoso come direttore dell’Avanti! negli anni ’20. Altri diventeranno famosi in seguito. Come Guido Mazzali, il giovane giornalista che qualcuno nel consiglio di amministrazione dubitava fosse adatto a fare il cronista politico a Roma. Mazzali aveva in verità una statura eccezionale. Negli anni ’30, fondò la rivista “L’Ufficio Moderno” e in pratica l’industria pubblicitaria. Straordinario inventore di slogan (tra gli altri “camminate Pirelli”, “chi beve birra campa cent’anni”) continuò a organizzare il partito socialista clandestino, divenne assessore alla Cultura e allo Sport nella Milano liberata del 1945, deputato, direttore dell’Avanti!, leader del partito in Lombardia. Grande amico di Nenni, gli suggerì – si dice – alcuni degli slogan più fortunati: “Il vento del Nord”, la “politica delle cose”, “l’apertura a sinistra”. È stato il più “autonomista degli autonomisti”, un riformista cresciuto nella Milano di Filippo Turati. Morì troppo presto, nel 1960, proprio mentre si concretava il suo sogno: il primo centro sinistra al Comune di Milano (quello che aprì la strada al il centro sinistra nazionale) con la Giunta socialisti- democristiani- laici nella quale il più giovane assessore era un certo Bettino Craxi, pupillo di Antonio Natali (capo dell’ufficio pubblicità dell’Avanti! e braccio destro di Mazzali). Nei verbali del consiglio di amministrazione, ci sono dunque personaggi famosi. Ma anche personaggi in seguito dimenticati, che pure ebbero una vita non comune e un destino avventuroso: nella buona e nella cattiva sorte. I nomi di Viotto e di Ferrazzuto non dicono oggi nulla. Eppure li ritroviamo nella Milano del 1944 occupata dai tedeschi, al centro di una vicenda drammatica. Viotto (nel 1924-26 consigliere di amministrazione dell’Avanti!) è diventato un importante industriale chimico (negli anni ’30, ha dato lavoro tra gli altri a Lelio Basso). Ferrazzuto, direttore amministrativo, molto stimato da Nenni, da lui raccomandato dopo la chiusura del quotidiano socialista al suo amico Rizzoli, è diventato direttore della casa editrice e braccio destro di Rizzoli stesso.

È Ferrazzuto che gli ha suggerito di iniziare una attività di produzione cinematografica. È lui che ha creduto nel sonoro e ha fatto realizzare il primo film italiano non muto. Ma sia Viotto che Ferrazzuto restano militanti socialisti. Viotto promette a Nenni di trovargli i soldi per far rinascere l’Avanti! come un grande giornale nell’Italia liberata. Ferrazzuto va spesso a Parigi per portare a Nenni denaro destinato al partito socialista e all’Avanti! in esilio. Cosa potevano fare nella Milano occupata in lotta per la libertà i tre compagni che troviamo nei verbali del 1924-26? Negli anni ’20, Mazzali, Ferrazzuto e Viotto facevano uscire l’Avanti! assalito dagli squadristi e soffocato dai sequestri fascisti. Continuano dunque a farlo uscire clandestino nel 1944 e lo diffondono come possono, in mezzo a difficoltà e pericoli ancora maggiori. Qui arriva la tragedia. Viotto ha un’amante con la quale litiga. Lei per vendetta va alla Gestapo e denuncia tutti. Mazzali (che già era stato in un campo di concentramento fascista dal 1940 al 1943) e altri fuggono. Ferrazzuto viene catturato e deportato a Mauthausen. Vi organizza un nucleo internazionale di resistenza. Viene perciò trasferito al sinistro castello di Hartheim dove muore. Nenni, ogni volta che andrà a Venezia, passerà a trovare in segno di amicizia e omaggio la famiglia di Ferrazzuto: un eroe dimenticato, un grande amministratore e imprenditore dotato di “vision”, un compagno sino all’ultimo.

Dietro le pagine apparentemente grigie dei verbali di un normale consiglio di amministrazione, si nascondono dunque storie avventurose e drammatiche. Non stupisce, perchè il consiglio di amministrazione è in questo caso quello del giornale italiano più carico di storia e più di ogni altro al centro delle tempeste del ventesimo secolo. Ma in quelle pagine c’è anche la grande politica. Vi si legge che Pietro Nenni viene invitato a dimettersi dalla direzione del quotidiano (e lo fa) dopo la pubblicazione, nel novembre 1925, di una lettera fuori dalla linea del partito. È un avvenimento importante nella storia socialista, fatta da sciagurate scissioni e unificazioni fallite. Ed è una delle tante dimostrazioni di come Nenni vedesse lontano, in un partito socialista spesso ciecamente settario. Il futuro leader del partito, nel 1921- ‘22, come capo redattore dell’Avanti!, aveva già salvato l’autonomia e la vita stessa del partito opponendosi alla fusione con i comunisti voluta da Mosca, aveva mobilitato la base attraverso il giornale, alzando come un simbolo di autonomia lo slogan: “Una bandiera non si butta in canto come cosa inutile”. Ma in quel triste 1925 i socialisti sono divisi. Da una parte c’è il partito di Serrati, di Lazzari e di Nenni stesso, proprietario dell’Avanti! Dall’altra, c’è il partito riformista e socialdemocratico di Turati, che aveva avuto come giovane segretario il martire Giacomo Matteotti. Appare oggi assurda la divisione persino sotto i colpi del fascismo. E appariva tale anche a Nenni, che scrisse una lettera per lanciare la proposta di una unificazione socialista. Non è ancora destinata alla divulgazione.

Viene però trovata casualmente dalla polizia fascista durante una perquisizione e la notizia finisce sui quotidiani della destra alimentando polemiche. A quel punto, Nenni la pubblica sull’Avanti! Ma, considerate le circostanze, non tutta e non in prima pagina, bensì in seconda. È prudente nel tentativo (purtroppo inutile) di evitare le accuse della maggioranza del partito, con il conseguente “dimissionamento”. E lo è anche perché la lettera, rivolta ai soli dirigenti, non nasconde un lucido pessimismo sul fatto che la vittoria del fascismo è ormai definitiva. L’unificazione con Turati, che avrebbe dovuto farsi subito, per contrastare il fascismo, si farà troppo tardi, in esilio, con il congresso di Parigi del 1930, con i compagni che accolgono il vecchio Turati come un mito vivente. L’Avanti! ( ormai stampato all’estero e spedito clandestino in Italia) viene affidato di nuovo a Nenni, ma vi danno un grande contributo Saragat e Carlo Rosselli, con il quale, allontanato dal quotidiano socialista, Nenni aveva iniziato a collaborare nella rivista “Quarto Stato”. Una rivista che il consiglio di amministrazione dell’Avanti!, sempre con settarismo, voleva ostacolare nella sua diffusione tra gli abbonati al quotidiano. Grazie all’unificazione finalmente realizzata in Francia, l’Avanti! risorgerà nella Roma liberata del 1943, diretto congiuntamente da Nenni e da Saragat. E nell’Italia liberata del 1946 il partito socialista risulterà il primo alle elezioni. Seguirà la scissione del 1947 a Palazzo Barberini. La stagione dell’amarezza e delle sconfitte. Sino a che Nenni e Saragat ricominceranno a tessere la tela dell’unità socialista, che si realizzerà finalmente nel 1966, per essere però seguita, nel 1969, da una nuova scissione.

La tela fu possibile tesserla grazie al centro sinistra, alla alleanza tra socialisti e democristiani voluta da Nenni e Saragat che dette luogo nel 1963 al governo Moro- Nenni. Nel 1965, il cammino verso l’unificazione è già tracciato e Nenni, leader del partito socialista, finalmente si può togliere una grande soddisfazione storica. Pubblica nuovamente, questa volta per intero, questa volta in prima pagina , la lettera che aveva pubblicato, tagliata e in seconda pagina, nel 1925 (affrontando come conseguenza il dimissionamento). È una soddisfazione, ma anche un contributo alla storia, perché è un monumento alla coerenza e alla lungimiranza di Nenni nel perseguire l’unità socialista. E non solo. Contiene previsioni e intuizioni che colpiscono.

Mentre non pochi pensavano che il fascismo fosse un fenomeno transitorio, Nenni capisce che bisogna attrezzarsi purtroppo a una “lunghissima lotta”.

Nessuna speranza o concessione viene avanzata nei confronti del comunismo. La scissione del 1922 con i socialdemocratici di Turati viene considerata una sciagura alla quale si può e si deve rimediare, terminando le dispute “metafisiche” e avviando il processo di unificazione. La scissione del 1921 a Livorno con i comunisti viene invece considerata irrimediabile e definitiva, per la semplice ragione –è la lucida previsione di Nenni- che sempre e comunque il PCI conserverà il suo legame con Mosca.

L’Internazionale socialista viene giustamente valutata come un’ancora di salvezza e il vero baluardo contro il fascismo. L’Internazionale comunista e l’URSS no. Al contrario. Sembra quasi che Nenni già intraveda il legame costante tra bolscevismo e fascismo, ora sotterraneo, ora clamorosamente emergente (come nel 1939 con l’accordo Hitler- Stalin). Anticipa che si creerà “una imponente burocrazia fascista simile a quella bolscevica”. Sottolinea, riprendendo una polemica costante sull’Avanti! di quel periodo, che il regime sovietico non perde occasione per lodare quello fascista e che Mussolini è popolare in Russia. In questo contesto fa riferimento, forse per la prima volta, a un termine che sarebbe diventato di moda negli anni ’90. Quasi incredibilmente, il termine è “Mani Pulite”. Perché Nenni ricorda che la stampa sovietica ha fatto a più riprese “l’elogio della politica di Mussolini e delle sue mani pulite”.

Nenni dimostra una statura politica e culturale da gigante, ma di fronte al Partito con la P maiuscola si fa piccolo. Come Sandro Pertini, ripeteva spesso: “meglio aver torto nel Partito che ragione fuori dal Partito”. In tempi come quelli di oggi, in cui chiunque sbeffeggia i partiti e qualunque dirigente ne sale o ne scende come da un tram, dà una lezione di moralità politica e modestia. Conclude infatti che pone “al di sopra di tutto il dovere della disciplina” e che se il Partito gli darà torto tacerà, portando avanti la sua posizione soltanto in sede di congresso. Come si vede dai verbali del consiglio di amministrazione dell’Avanti!, accadrà esattamente così. Nenni, sconfessato dal Partito, tacerà e accetterà di andarsene in silenzio dalla direzione del giornale.

È il momento di scoprire il “monumento” alla lungimiranza di Nenni, che fu trovato e reso disponibile per l’Avanti! del 1965 (esattamente quarant’anni dopo) niente meno che dallo storico Renzo De Felice. Il titolo a tutta pagina dice. Occhiello. “Ritrovata da uno storico negli archivi della polizia”. Titolo. “Una lettera di Nenni del 1925 per l’unificazione socialista”. Sommario. “Le motivazioni della lettera sono quelle dell’epoca drammatica in cui venne scritta: lo spirito è il medesimo”. C’è una premessa. “Lo storico De Felice ha ritrovato tra le carte della polizia il testo della lettera del 14 novembre 1925, non aperta, ma chiusa, dati i tempi, con la quale il compagno Nenni proponeva l’unificazione dei due partiti socialisti che poi si fece nel primo congresso d’esilio a Parigi nel 1930. La lettera cadde in mano alla polizia nel corso di una perquisizione subita dal compagno on. Viotti nella stazione di Brescia. Dette luogo a una violenta polemica della stampa fascista e vivaci discussioni nel campo operaio e socialista. La lettera verrà pubblicata da Mondo Operaio. La riproduciamo come attestazione della continuità del problema e della posizione del compagno Nenni. Le motivazioni in questa lettera sono quelle dell’epoca drammatica in cui venne scritta. Lo spirito è il medesimo”.

Un’ultima osservazione sui bui ultimi mesi dell’Avanti! La fiammella del quotidiano socialista si spegneva lentamente, i verbali del consiglio di amministrazione ci fanno rivivere gli sforzi disperati quanto inutili di alimentarla. Probabilmente, se non fosse stato soppresso per decreto dal fascismo, il giornale si sarebbe esaurito per consunzione. È esattamente quanto è avvenuto nel 1993. Leggendo le carte del 1924-26, chi ha vissuto come me i mesi precedenti la chiusura provocata dalla demolizione del Partito attraverso le inchieste giudiziarie, coglie non poche similitudini. Un clima di intimidazione, dileggio, violenza non fisica (non ci fu neppure nel 1924-26) ma verbale soffocava l’Avanti! I rimedi tentati erano sempre gli stessi. Campagne straordinarie di abbonamento, sottoscrizioni speciali tra i dirigenti benestanti (con contributi obbligatori), appelli al Partito perché provvedesse a uno stanziamento eccezionale attingendo al suo patrimonio, ricerca di strumenti giuridici e finanziari per ricapitalizzare l’azienda. Tra i consiglieri di amministrazione si coglie già negli anni ’20 il timore per le responsabilità giuridiche (che sono sempre individuali e personali) in caso di fallimento. E il timore si dimostrerà più che fondato negli anni ’90. Allorché i consiglieri stessi furono incriminati per bancarotta fraudolenta (un reato penale gravissimo, punibile con dieci anni di reclusione) e assolti con formula piena soltanto dopo venti anni di traversie processuali.

Tutti scappavano, o si nascondevano, o si accodavano attivamente al linciaggio contro i socialisti. Anche gli organi dello Stato. Negli anni ’20, si sequestrava immotivatamente il giornale con una forzatura della legge, provocando un danno economico enorme. Negli anni ’90, con una interpretazione artificiosamente restrittiva delle norme, si sono congelati e negati i miliardi di contributi pubblici dovuti per legge a tutti i giornali di partito e versati sino al giorno prima all’Avanti! Con un danno altrettanto enorme. Si tratta di quegli stessi miliardi (adesso milioni di euro) che vengono ancor oggi elargiti a quotidiani inesistenti, nati soltanto per ottenere il denaro pubblico.

Come si è prima ricordato, il mito delle “mani pulite” accomunava la stampa sovietica e il regime di Mussolini negli anni ’20. Allo stesso modo, ha accomunato comunisti e fascisti nel 1993, entrambi in corteo a sostegno delle Procure protagoniste dei processi e a denuncia dei “socialisti ladri” la cui cancellazione –si dava per certo- avrebbe aperto un futuro luminoso.

L’eliminazione dei socialisti e dell’Avanti! ha aperto la strada al ventennio fascista e non ha portato pertanto fortuna all’Italia. Sarà una coincidenza. Ma nel 1993 quella stessa eliminazione ha aperto un altro ventennio. È stato un ventennio privo delle conclusioni catastrofiche di quello mussoliniano. Ma certamente- oggi tutti lo riconoscono- è stato un ventennio di costante declino morale, culturale, sociale, politico ed economico per l’Italia. Il caso (o forse qualcosa di più) ha fatto coincidere la chiusura dell’Avanti! e la fine dei socialisti con una lunga parentesi buia.

Ugo Intini

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