martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Libia. Tra gli interessi della pace c’è il petrolio
Pubblicato il 03-03-2015


Libia-petrolio-paceLa Libia lasciata sola con sè stessa torna al centro degli interessi occidentali, dopo mesi di disattenzione sulla guerra civile che attanaglia il mesi ormai da anni. Oggi il capo della missione dell’Onu in Libia ha annunciato che nel fine settimana le Nazioni Unite riprenderanno i colloqui di pace con le parti in conflitto in Libia, che annovera due governi uno riconosciuto dalla Comunità internazionalecon sede a Tobruck, l’altro di Tripoli. L’incontro si terrà in Marocco, e l’Onu chiederà un cessate il fuoco immediato.

Il parlamento libico riconosciuto dalla comunità internazionale ha votato ieri per confermare la propria partecipazione ai colloqui, anche per merito di Bernardino Leon che è andato ieri a Tobruk e sta lavorando per una pace duratura nel Paese. L’annuncio di una ripresa dei negoziati coincide anche con la nomina del generale Khalifa Belqasim Haftar a capo dell’esercito fedele al Parlamento riconosciuto, l’ex ufficiale gheddafiano che nel febbraio del 2014 aveva dichiarato un colpo di Stato, è riuscito a farsi nominare capo delle forze armate dal capo del Parlamento, ma l’assemblea deve ancora ratificare la decisione. Haftar ieri ha lanciato attacchi aerei contro l’aeroporto Miitiga, l’unico in servizio a Tripoli. Questi attacchi rischiano però di affievolire le possibilità di raggiungere un accordo previsto per domani. Lo stesso Leon ha infatti richiamato la Comunità internazionale sull’invio di armi in Libia che “va prosciugata dalla armi, non si può continuare ad alimentare un flusso di armi in entrata. L’embargo navale – dice Leon – pone questioni tecniche e politiche notevoli, ma è una opzione che deve essere valutata: bisogna bloccare le armi, bisogna convincere le fazioni a scegliere il negoziato”.

Eppure la Comunità internazionale non sembra pronta a rinunciare alla guerra in Libia, in prima linea l’Egitto: secondo il quotidiano panarabo Alquds Alarabi proprio il generale Haftar, protetto di Leon, sarebbe stato di recente almeno due volte al Cairo, per ottenere le armi necessarie all’offensiva di Derna. La città sarebbe nel mirino di un nuovo assalto via terra del presidente egiziano Abdel-Fatteh El-Sisi perché roccaforte dei jihadisti dello Stato islamico (Isis). Solo che appena pochi giorni fa pare che la città sia stata abbandonata dagli islamisti.

Proprio i miliziani dell’Isis in Libia hanno colpito i campi petroliferi di Al Bahi e Al Mabrouk, provocando seri danni. Anche le forze dei ribelli hanno colpito i punti strategici del Petrolio in Libia, un aereo da guerra appartenente alle milizie che controllano la capitale libica, Tripoli, hanno bombardato i porti petroliferi di Ras Lanuf e Es Sidra. Il primo effetto è stato quello del prezzo del petrolio che rimbalza, dopo mesi di quotazioni in calo, sopra i 60 dollari al barile.

Il problema si sposta quindi sulla questione energetica, lo sa bene l’Italia che ha mobilitato la flotta militare e anfibia italiana, partita da La Spezia e da Taranto e puntando verso la costa libica. Le navi si sono fermate al confine con le acque territoriali di Tripoli, ma restano pronte a intervenire se la situazione dovesse precipitare. L’Italia, come la Francia, non è disposta a rinunciare ai suoi interessi commerciali nel territorio africano. La missione è stata definita di “addestramento”, ma la realtà è che c’è un gasdotto da proteggere. In particolare sulla costa, dove passa il Greenstream, il gasdotto subacqueo dell’Eni che si snoda fra la stazione di compressione di Mellitah, ed il terminale di ricevimento del gas di Gela, in Sicilia.

Maria Teresa Olivieri

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