martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Pochi giorni alla chiusura
della retrospettiva
dedicata a Van Gogh
Pubblicato il 12-03-2015


Paesaggio con covoni e luna che sorgeCentoventicinque anni fa, Vincent Van Gogh sciolse le membra all’ombra solare, dedicando un silenzioso addio ai colori e gli odori della propria culla terrestre. La memoria di una tale scomparsa umana ed artistica è confluita nella mostra milanese “Van Gogh – L’uomo e la terra” che, dopo un auspicato prolungamento, si concluderà fra pochi giorni. Con l’inaugurazione del programma internazionale “Van Gogh 2015” da parte della Van Gogh Europe Foundation, affiancato dalla lieta partnership di Expo e del Gruppo Unipol, il capoluogo lombardo ha ammannito una particolare quanto essenziale lettura della vita dell’artista, in un viaggo che ne ripercorre le esperienze artistiche soffermandosi sulla costante intersezione con la Natura e con il torvo tepore della terra.

La curatrice principale della mostra, la critica d’arte anglosassone Kathleen Adler, ha disposto ben quarantasette opere, perlopiù ereditate dal Kröller-Müller di Otterlo, scandite in sei sezioni suggestive e tematicamente suddivise fra attenzioni ritrattistiche, nature morte e potenti paesaggi. Il percorso nella poetica del pittore olandese attraversa la totalità della sua esperienza: dagli studi embrionali con la propria terra sotto le vocazionali pressioni religiose del padre, fino alla crescita artistica e l’adorante influenza della scuola impressionista francese, per confluire, infine, nella tarda maturità timidamente allucinata presso la clinica di Saint-Remy de Provence; qui il libero rapporto consolatorio con l’arte getta Van Gogh nella sana ossessione che lo riporta ad una lontana naturalezza di cui il mondo è dimentico.

È possibile, così, scorgere la maturazione artistica dell’artista, assistendo ai suoi primi oscillanti studi dal vero, segnati da colori limacciosi e linee ancora approssimate alla visione, fino ad ammirare la svolta cromatica e il potente arricchimento della tavolozza dopo il contagio parigino, interiorizzato e reinterpretato da Van Gogh in modo assolutamente personale ed inedito.

Il celebre "Autoritratto" di Van Gogh, 1887

Il celebre “Autoritratto” di Van Gogh, 1887

Come emblemi costellanti una vita dedita alla fatica artistica, la mostra espone opere quali “Il ritratto di Joseph Roulin”, che, insieme all’introduttivo “Autoritratto” dell’ ’87, testimonia la significativa quanto influente presenza vangoghiana nella storia della ritrattistica pittorica; spiccano, inoltre, alcune prove del fascino provenzale come “La Veduta di Saintes Marie de la Mer”, oltre al celebre “Paesaggio con covoni e luna che sorge”, realizzato un anno prima della morte.

Conclusivamente, l’attraversamento della tortuosa vita dell’artista è arricchito da un commovente carteggio intrattenuto con il premuroso fratello minore Théo: una poderosa quanto indispensabile risorsa per l’accesso al complesso quanto sensibile pensiero dell’artista olandese. Le parole di Van Gogh, scrittoriamente molto raffinate, narrano con naturalezza e profonda umanità le esperienze vissute in prima persona, fra l’ingenua fascinazione di fronte alla pittura francese, la candida ammirazione per Millet e tutte quelle serpeggianti insicurezze, gli ardimenti sofferti ed i silenzi ossessivi. La mostra, così, ricostruisce sensibilmente quello che è il fragile idillio di Van Gogh, un ombelicale candore artistico che, confrontandosi con la minacciosa umanità, con una garrula natura che abortisce ambiguamente le membra fragili del proprio osservatore, si fa sempre più timoroso ed allucinato. La fine è l’affannoso rifugio nel rapporto maniacale con la pittura, il solo autenticamente artistico, in un eterno dondolio delirante fra la libera oscurità del pensiero e la luminosa prigionia del mondo.

Cristiano Vidali

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