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Opinioni e commenti
 

Mala Vita: il corto
con Argentero e Montanari
sulle carceri italiane
Pubblicato il 31-03-2015


Luca Argentero e Francesco Montanari protagonisti del cortometraggio "Mala Vita"

Luca Argentero e Francesco Montanari protagonisti del cortometraggio “Mala Vita”

Luca Argentero per la prima volta in un cortometraggio. Per parlare di carceri. Proposto in modo innovativo sulla nuova piattaforma web Ray, è arrivato anche in tv. La qualità è sancita dal fatto che ha ricevuto il patrocinio del Ministero della Giustizia, dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, e persino della Presidenza dei Ministri. Realizzato da Rai Fiction, il prodotto ha ricevuto il Premio Goliardia 2013. Si tratta di una storia di vita vera, che va dritta al punto focale della questione, in maniera chiara e semplice, ma non meno efficace. Sfruttando l’importanza di basarsi sul racconto “Pure in galera a da passa’ ‘a nuttata” di Giuseppe Rampello.

Il problema del sovraffollamento delle carceri; le scarse condizioni igienico-sanitarie in cui spesso sono costretti a vivere i detenuti; le infiltrazioni mafiose che arrivano sin dentro i penitenziari, che controllano in maniera dittatoriale, arrivando a minacciare gli altri reclusi, obbligandoli all’obbedienza fedele, sorda e cieca, connivente, fatta di omertà, per salvare i familiari che sono fuori. L’incolumità è a rischio anche per loro. Una normativa se non inadeguata, da rivedere, che molto è cambiata, ma che di altre modifiche ha bisogno. Il 41 bis, ma anche l’accenno ai processi, alle inchieste e alle indagini. Eppure c’è chi ha ancora voglia, nonostante tutto, di lottare per difendere la propria dignità, la propria libertà, ed alza la testa per rivendicare i propri diritti. Forse cambiare si può, una speranza c’è. Basta avere il coraggio di ribellarsi alla rassegnazione, di darsi da fare per far sentire la propria presenza e costruirsi, mentre si è dentro, il futuro per dopo, quando si sarà fuori. Per darsi una seconda opportunità una volta usciti.

Quello che fa Antonio (Luca Argentero), per cui ormai il carcere è casa sua. Non fa che entrare ed uscire di prigione, ma un giorno è costretto a confrontarsi con Rocco (Francesco Montanari): un vero boss che non intende rinunciare alla propria autorità; ma neanche Antonio vuole cedere il proprio spazio “vitale”, in un carcere dove la sopravvivenza passa anche dal sapersi far rispettare. Un po’ come tutelare una boccata d’aria per sè in uno spazio claustrofobico. Con astuzia, ingegno ed intelligenza, riuscirà a ricavarsi il suo posto nel penitenziario. Sin dal titolo il cortometraggio gioca col doppio senso delle parole “Mala Vita”: nel senso di malavita ovvero criminalità, e mala vita cioè cattiva vita; dunque, al contempo, quest’ultima, un’esistenza condotta compiendo atti malvagi, oppure “mala” nel senso di miserabile, sfortunata, poiché il fato, il destino ha voluto giocare un brutto scherzo, e così si vive un’esistenza pessima come quella nelle carceri.

Tra stenti, difficoltà, disagi da sovraffollamento e scarsa igiene. Ma, nonostante si sia reclusi, si può sempre aprire la finestra della propria cella per far entrare il sole che splende fuori. Ed Antonio, steso sul suo letto, nella scena più pregna di significato del film, la spalanca ed osserva il paesaggio all’esterno. Quasi a guardare fuori, al futuro, pensando a quando uscirà, a quando i tempi bui saranno finiti e potrà andare libero in giro. Sin da quando è dentro pensa al suo domani. Ed inizia a cambiare. Incomincia, così, il suo percorso di formazione, di crescita personale, di recupero anche morale ed intellettuale. Mentre l’altro sembra più miope, rimanere accecato quasi dal torpore, dal lato cupo della vita lì dentro. Quasi fosse un destino già scritto. Subito è evidente questo binomio di personalità opposte tra i due protagonisti. Non che Rocco non ricerchi il cambiamento, la libertà, ma non usa i mezzi e gli strumenti giusti.

Troppo ancorato alle carte, a situazioni predestinate, prestabilite da un fato, a tratti anche ingiusto, che fa ricadere su di lui la mala..sorte, per citare il titolo. Il boss crede profondamente alla numerologia delle carte da gioco napoletane, mentre Antonio le ignora (pur imparando ad usarle successivamente). Si fa chiamare “il Camaleonte”, ma pretende che la gente e la realtà si adattino a lui, e non viceversa. Usa le carte da gioco per imporre forzatamente il proprio dominio sugli altri, che non lo stimano né lo rispettano, lo temono soltanto. Non adopera, invece, le carte cioè i documenti legali per discolparsi: la sua liberazione la ritiene un atto dovutogli, un obbligo o un dovere, non un diritto che va guadagnato, ricercato, faticato, sudato, conquistato in una parola.

Luca Argentero e Francesco Montanari in una scena di "Mala Vita"

Luca Argentero e Francesco Montanari in una scena di “Mala Vita”

Per questo lui non evolve come Antonio. Quest’ultimo, invece, sembra piano piano imparare a padroneggiare le carte da gioco, che vediamo in una scena finale maneggiare egregiamente. Quasi fossero, metaforicamente, appunto le prove, i documenti a sua difesa, da consegnare per scagionarsi, per crearsi una seconda opportunità.

Poche battute, dialoghi serrati, lunghezza breve del cortometraggio, mimica facciale ridotta al minimo, priva di tensione quasi a causa dell’ambientazione in un carcere alienante. Eppure l’incisività è massima. Ci riporta bruscamente alla realtà, meglio quasi di un documentario. Non possiamo, infatti, non ritornare con la memoria al rapporto Antigone sulle carceri italiane (illustrato dal quotidiano Avanti!), che ben evidenziava un “sistema penitenziario al limite della decenza”. Nonostante, infatti, risultasse in calo il numero dei detenuti negli ultimi due anni, il problema del sovraffollamento si faceva notare stare divenendo sempre più consistente.

Molte strutture penitenziarie sono fatiscenti e da ristrutturare. E rischia di fare scuola il caso esploso di recente di quello di Sollicciano, in provincia di Firenze: per la prima volta qui, un giudice del Tribunale di Sorveglianza ha accolto il ricorso di un carcerato perché la sua detenzione avrebbe violato la Convenzione Europea dei Diritti Umani. L’uomo è stato scarcerato con 40 giorni di anticipo e risarcito per quasi 4 mila euro dallo Stato. Le celle sarebbero state costituite da spazi inferiori ai 4 metri quadri per ciascun recluso: “una detenzione inumana e degradante”, ha pertanto motivato nella sentenza il giudice. Sicuramente investire di più nelle carceri è un dovere, sensibilizzare sul tema un obbligo soprattutto da parte dei media. Poiché è, innanzitutto, una questione di civiltà e di umanità. Anche un cortometraggio come “Mala Vita” vuole e può dare il suo valido contributo. Soprattutto con il sostegno di due attori del calibro di Argentero e Montanari, che sono andati a girare intere scene dentro un penitenziario e si sono documentati, vivendo il carcere per un po’ di tempo a stretto contatto con chi vi è finito per davvero.

Barbara Conti 

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