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Opinioni e commenti
 

ONU. Netanyahu rischia il totale isolamento
Pubblicato il 24-03-2015


Benjamin 'Bibi' Netanyahu

Benjamin ‘Bibi’ Netanyahu

New York, 24 marzo – Stati Uniti ed Israele, causa l’apertura dei primi verso l’arci nemico storico del secondo, non sono mai stati tanto ai ferri corti come in questo momento. E l’inaspettata vittoria di “Bibi” Netanyahu alle elezioni della settimana scorsa, arrivata pochi giorni dopo un’apparizione al Congresso americano del primo ministro israeliano molto poco gradita alla Casa Bianca, non sembra certo aver migliorato la situazione. Soprattutto perché spinge ancora una volta più indietro la possibilità di un avanzamento dei negoziati per la pace, sui quali gli Stati Uniti hanno speso la faccia da decenni e su cui non sembrano avere più lo stesso tipo di atteggiamento comprensivo e di supporto che hanno mantenuto fino a questo momento.

Oggi, tuttavia, gli Stati Uniti hanno deciso di smorzare la tensione con l’alleato medio orientale, prendendosi però dall’altra parte, il biasimo della comunità internazionale, e specialmente degli alleati europei.

Così come avvenuto l’anno scorso, infatti, gli Stati Uniti hanno deciso, in appoggio ad Israele, di non partecipare al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, in aperta opposizione con l’ormai famigerato punto 7 dell’agenda, la risoluzione che biasima Israele per i suoi comportamenti, definiti veri e propri crimini di guerra. Israele, infatti, vanta un poco lusinghiero primato, quello di essere l’unico Paese al mondo ad avere un punto specifico dell’agenda esclusivamente dedicato, quello sulle ripetute violazioni dei diritti umani (tra cui l’occupazione stessa dei territori) compiute da Israele nei territori palestinesi. Proprio in ragione dell’esistenza di questo punto, gli Stati Uniti non partecipano alle sedute del Consiglio dal marzo del 2013, facendo seguito ad un accordo ufficiale con Israele di ottobre 2013.

Così, mentre l’Unione Europea ribadiva “L’urgenza di rinnovati, strutturati e sostanziali sforzi verso la pace”, e gli Stati arabi, uniti sotto la dichiarazione del rappresentante del Bahrein, dichiaravano che le violazioni dei diritti umani compiute da Israele durante la guerra di Gaza del 2014 (dove hanno perso la vita 2.230 palestinesi, di maggioranza civili e 70 israeliani, per la maggior parte soldati) sono talmente gravi da costituire crimini contro l’umanità, l’ambasciatore americano presso il Consiglio dei diritti umani, Keith Harper, sceglieva di non partecipare alla seduta, impegnato in un tempestivo viaggio a Washington, e di rilasciare invece una dichiarazione nella quale si rende noto l’appoggio ad Israele.

“L’atteggiamento degli Stati Uniti verso la risoluzione 7” si legge nella dichiarazione “non è cambiato”; come l’anno scorso, difatti, tanto Israele quanto gli Stati Uniti non hanno partecipato al Consiglio, considerando che l’esistenza stessa del punto 7 “manca di legittimità” e così “qualunque risoluzione del Consiglio dei diritti umani che da questa potrebbe derivare o deriva”.

Nel frattempo l’indonesiano Makarim Wibisono, rappresentante speciale per le Nazioni Unite per la guerra a Gaza, sta per presentare il proprio rapporto, dal quale non c’è certo da aspettarsi niente di buono per Israele, vista la durezza delle dichiarazioni che ha rilasciato oggi in consiglio. “La ferocia della distruzione e l’altissima proporzione di vite di civili perse a Gaza causa seri dubbi sull’aderenza di Israele alle leggi umanitarie internazionali”, riporta infatti Wibisono.

Israele quindi, e ancora di più dopo la vittoria di Netanyahu, non è mai stata così isolata; apertamente osteggiata dalla comunità internazionale e non potendosi più poggiare ad una sponda americana, il rischio è che si richiuda su se stessa, aumentando da una parte la propaganda securitaria e dall’altra l’aggressività verso i territori palestinesi. Per quanto riguarda gli americani, fatta salva una certa cautela nei confronti di un alleato che continua ad annoverare notevolissimi appoggi all’interno degli Stati Uniti, non sembra che la situazione abbia a risolversi a breve.

Il sussistere dell’appoggio verso questa battaglia di Israele, infatti, non è necessariamente da leggersi come un segnale di distensione fra i due alleati né tanto meno fa necessariamente presagire un miglioramento nei rapporti nel breve termine, ma si configura, piuttosto, come un tentativo di non gettare ulteriore benzina su di un fuoco già molto esteso e che al momento non sembra affatto prossimo a spegnersi.

Costanza Sciubba Caniglia

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