martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Pensionati fatti passare per benestanti
Pubblicato il 30-03-2015


I dati forniti ieri dallo SPI CGIL – che purtroppo non sembrano interessare molto il sistema informativo del nostro Paese – rappresentano un serio campanello d’allarme. Un punto di partenza o se volete un pretesto per attivare riflessioni di più ampio respiro. Ho parlato di sistema informativo poiché considero la reazione dei giornali, e quindi dei giornalisti ormai un dato negativo stabilizzato ogni qualvolta si parla di pensione e di pensionati. Ammesso ovviamente che se ne parli.

I dati forniti dallo SPI si riferiscono ad una parte dei pensionati, a circa cinque milioni e mezzo di essi, i quali hanno perso, solo a causa del meccanismo attuale che disciplina la rivalutazione delle pensioni, la ragguardevole somma di nove miliardi di euro in quattro anni.

Per capire meglio a cosa e a chi ci riferiamo, quando parliamo di danni subiti dai pensionati, occorre avere presente quanto sia forviante la classificazione ormai in uso dei pensionati in due grandi aggregati, quelli che superano un importo pari a tre volte al minimo e quelli che sono al di sotto.

Per importo minimo, si è inteso per anni un reddito che garantisse la sopravvivenza. Parlavamo infatti di pensione minima o di integrazione al minimo quando il reddito del pensionato non avrebbe raggiunto il minimo fissato per legge. Oggi, siamo ben lontani da un ragionamento del genere ed è assolutamente campata in area la convinzione che con una pensione minima si possa vivere. È ovvio che chi ha dubbi su ciò possa ritenere che con una pensione tre volte superiore si possa, come direbbe Pazzaglia, vivere sicuramente meglio. Una pensione minima non supera i cinquecento euro al mese e che ciò non assicuri la sopravvivenza appare assolutamente scontato.

La mitica soglia dei tre minimi significa un reddito di mille-quattrocento euro lordi al mese. E lapalissiano che tre minimi sono meglio di uno purché non si usi la condizione davvero disperata dei milioni di pensionati con cinquecento euro al mese per sostenere che i millequattrocento dei tre minimi rappresentano una autentica fortuna. Chiunque abbia voglia di farsi una mano di conti e di considerare l’incidenza su quel reddito da mille-quattrocento euro al mese delle tasse  nazionali e locali, per non parlare di tutto il sistema dei ticket, si renderà conto che parliamo comunque di redditi del tutto insufficienti a garantire, come sarebbe indispensabile, una esistenza dignitosa.

Sarebbe però molto riduttivo concentrare la nostra attenzione sulla soglia dei tre minimi perdendo di vista il fatto che i redditi da pensione, intesi complessivamente, hanno perso dal venti-cinque al trenta per cento del loro valore.

Augurandomi che nessuno rispolveri subito la questione pensioni d’oro, mi piacerebbe che si discutesse invece di alcune questioni concrete. È ovvio che la questione pensioni d’oro esiste ma come è dimostrabile, sono proprio coloro che ne parlano spesso a non volerle mettere minimamente in discussione.

Ritornando alle considerazioni più generali che ci sono riproposte anche dai dati dello SPI, dovremmo cercare di organizzare una riflessione ponendo e ponendoci alcune domande: è vero o no che la perdita di valore reale di una pensione negli ultimi dieci anni ha superato il venticinque percento? È vero o no che tale riduzione ha inciso duramente sul potere d’acquisto dei pensionati?

Se è vero che siamo in presenza di un abbattimento tanto rilevante del potere d’acquisto, non è forse il caso di prendere atto che è venuto il momento di analizzare a fondo e senza intenti propagandistici le conseguenze sociali di tale fenomeno? Un fenomeno che indiscutibilmente ha avuto effetti concreti sugli aiuti alla famiglia e sulla compartecipazione al mantenimento dei figli e dei nipoti.

Per noi, ad esempio, è ben visibile l’aria di coloro che hanno ridotto drasticamente le spese per la salute, e che sta crescendo in modo allarmante la quota dei cittadini che non potendo sopportare il costo delle cure rinuncia anche a prestazioni essenziali.

Ci rinuncia anche perché l’accesso ai servizi, la compartecipazione alle spese – vedi ticket – sembrano studiati ed attuati con lo scopo di scoraggiare le persone a farvi ricorso. Sulla questione della salute, verifichiamo ogni giorno come poco efficaci risultino le misure per combattere lo spreco dei farmici, come sia spesso equivoca e manipolata, sia l’utilizzazione dei farmaci equivalenti e quindi meno costosi, oltre che il modo di gestire le liste d’attesa e più in generale il non risolto rapporto tra pubblico e privato.

Se sei triste, tendi ad ingigantire la tristezza che leggi sui volti di chi ti circonda, ma basta camminare per strada o salire sul l’autobus per capire che oggi le persone si curano di meno e mangiano di meno e cibo di scarsa qualità. Sarebbe davvero interessante che ci si interrogasse maggiormente su quali effetti il combinato disposto meno cura della salute e peggiore qualità dell’alimentazione, può produrre sul fenomeno di costante allungamento della vita media che nessuno può ormai considerare irreversibile.

Bisognerebbe chiedere al Ministro del lavoro di utilizzare anche l’occasione dei dati forniti dallo SPI per tentare di tornare ad essere il Poletti che abbiamo conosciuto, premesso che non chiederei mai ad un riformista di assumere atteggiamenti pseudo rivoluzionari dei quali oltre tutto non c’è affatto bisogno. Poletti è stato uno degli animatori di “rete impresa” che ha rappresentato un tentativo, purtroppo non coronato da successo, di rilanciare in chiave moderna e niente affatto ideologica il rapporto tra forze sociali e governo. Mi sembra lecito chiedere al ministro di mettere mano e da subito alla cancellazione della legge Fornero a partire dalla revisione delle norme che disciplinano la rivalutazione delle pensioni in essere. Ciò andrebbe fatto e per chi ritiene di essere riformista, non lo ritengo affatto impossibile, rifiutando la logica del quanti sono i beneficiari, e di quanto costerebbe la scelta richiesta, privilegiando per una volta le persone.

Il discorso sui costi esiste, ma non può essere usato come una clava per continuare a giustificare atteggiamenti negativi come quello che ha portato il governo a tradire l’impegno dell’estensione degli ottanta euro ai pensionati, il che ha rappresentato un grave danno per i cittadini e per l’economia, oltre che uno sberleffo per milioni di italiani che avevano diritto ad un trattamento diverso.

Silvano Miniati
Network Sinistra Riformista

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Commenti all'articolo
  1. In verità ai tende alla velocizzazione dell’uscita dei pensionati dal “sistema di vita”, quello che assicura il venir meno dell’esborso da parte dell’INPS. Non dimentichiamoci poi che iniziò Prodi a congelare le pensioni negando la rivalutazione.
    Infine attenti a Boeri: lui vuole tosare quelle intermedie, che sono tante e che assicurano un notevole risparmio di spesa (paradossalmente le pensioni d’oro potrebbero essere quelle che risentono meno del calcolo contributivo-retributivo)

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