martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Una piano Marshall
Usa-UE per il Medioriente
Pubblicato il 02-03-2015


Cooperazione-Medio OrienteUn nuovo “Piano Marshall”, USA-UE, per lo sviluppo economico e della cooperazione nel Mediterraneo, e specialmente nel Medio Oriente. Questo il progetto che alla Farnesina hanno cercato di focalizzare le due giornate organizzate dall’ Associazione “Prospettive Mediterranee”, ente di ricerca, presieduto da Enrico Molinaro, che dal 2000 realizza iniziative per il dialogo interculturale e interreligioso nel Mediterraneo. Presso le sale “Aldo Moro” e “Gaja” del Ministero degli Esteri, in collaborazione appunto col MAECI, la Fondazione Friedrich Ebert (FES- Italia), l’EURISPES ( il qualificato ente di ricerca sociale presieduto da Gian Maria Fara), l’Università della Calabria e altri enti, esperti di vari settori hanno portato contributi concreti (“Concretizzare” era proprio la “keyword” dell’iniziativa) alla definizione di questo progetto. In un dibattito al quale hanno partecipato, con spirito costruttivo, tecnici e uomini di governo israeliani e palestinesi.

“Con le primavere arabe – ha precisato Fabio Cassese, Vicedirettore generale per la Cooperazione allo sviluppo al Ministero – e attraverso l’ apposita legge di riforma, che assegna un ruolo importante alla Cassa Depositi e Prestiti, l’Italia ha rivisto molto la sua politica di cooperazione allo sviluppo: ora ci stiamo concentrando, nel Mediterraneo, soprattutto su Tunisia, Egitto, Libano e Palestina (per la quale abbiamo un programma d’aiuti pari a 100 milioni di euro per i prossimi 3 anni), cercando di favorirvi la nascita d’un tessuto imprenditoriale valido”.”Attuare un progetto come questo che stiamo delineando”, ha ribadito Enrico Molinaro, “inserito a sua volta nel piano di ricerca “Identità e sviluppo nel Mediterraneo”, e volto a promuovere uno sviluppo globale e sostenibile, significa anche ridurre fortemente il pericoloso appeal dell’integralismo islamico, a vantaggio di tutti”.

“Quello che sui massmedia da anni viene dipinto come uno scontro tra Occidente e Islam – ha osservato Lucio Caracciolo, direttore di “Limes” – in realtà è uno scontro interno al mondo arabo: nel quale, però, l’Occidente ha precise colpe, soprattutto per l’appoggio, economico e anche militare, in nome della democrazia, a movimenti volti a rimpiazzare i regimi da decenni al potere (in Irak, Egitto, Libia, ed ora anche Siria) con altri certo non più democratici”. “In questo quadro”, ha aggiunto Marco Ricceri, segretario generale EURISPES, “segnato da un impegno diretto degli USA molto minore che ai tempi di Bush Jr., la BEI e altri istituti finanziari internazionali ora non pensano certo a un Piano Marshall per il Medio Oriente. Allora è il Governo italiano che dovrebbe prendere l’iniziativa, creando un’apposita Agenzia come ente mediatore e collettore dei vari progetti, capace di realizzare anche le necessarie strutture di servizio”.

Umberto Triulzi, docente del Dipartimento di Scienze Sociali ed economiche della “Sapienza”, e Daniele Frigeri, direttore del Centro Studi di Politica Internazionale (CESPI), hanno analizzato, rispettivamente, gli ultimi dati sulla composizione sociale degli immigrati in Italia ( con un aumento, dal 2011 in poi, degli extracomunitari divenuti imprenditori) e sul loro progressivo accesso anche agli strumenti finanziari più moderni. Paola Giucca, direttrice del Servizio supervisione sui mercati e i sistemi di pagamento della Banca d’Italia, ed Elena Restano, responsabile dell’International Money Transfer di Poste italiane, hanno evidenziato l’impegno italiano per ridurre del 5% i costi dei trasferimenti internazionali di denaro (come deciso, a suo tempo, dal G-8 del 2009 a l’ Aquila) e per una vera “inclusione finanziaria” degli immigrati.

Focalizzata sul Medio Oriente, la seconda giornata: tenutasi proprio mentre il Parlamento, con tipica ambiguità italica (e… secondorepubblicana) votando finalmente sul riconoscimento diplomatico dello Stato di Palestina, approvava però due mozioni abbastanza diverse, una del PD ( votata anche da SEL e dai firmatari dell’altra mozione presentata tempo fa dalla deputata socialista Pia Locatelli), per il riconoscimento immediato, e l’altra, di Area popolare (NCD + UDC) e Scelta civica, che subordina invece tale riconoscimento al raggiungimento ( alle calende greche) d’un’intesa tra le due contrapposte forze alla base del governo palestinese, Al Fatah e Hamas. Dopo l’apertura da parte di Marco Carnelos, della Direzione generale Affari Politici del MAECI, Saeb Bamya, già Viceministro dell’ Economia dell ‘Autorità Nazionale Palestinese, ha evidenziato lucidamente l’impossibilità d’un vero decollo dell’economia palestinese, sino a quando l’ ANP non avrà il pieno controllo della propria terra ( di cui il 60% è attualmente sotto controllo israeliano), delle sue risorse naturali, dei commerci e dei confini.

Lhou Lmarbouh, senatore marocchino Vicepresidente dell’ Assemblea Parlamentare del Mediterraneo (Forum di discussione tra i Parlamenti di 28 Paesi mediterranei, con ruolo di osservatore esterno presso l’ONU), ha lanciato l’obbiettivo d’una grande area mediterranea di libero scambio. Mentre Yarom Ariav, già Direttore generale del ministero delle Finanze israeliano, ha ricordato il ruolo di vero e proprio volano di sviluppo democratico, per tutta l’area mediorientale, che può avere la crescita economica, Nader Al Khateeb, Direttore palestinese del FOEME (Friends Of the Earth Middle East, organizzazione che raccoglie gli ambientalisti palestinesi, giordani e israeliani), ha messo l’accento sul ruolo naturale, in tutto questo, di un’Europa comunitaria che voglia essere anche vero soggetto politico. Dopo un rapido battibecco tra Bamya e l’israeliano Oded Eran, già ambasciatore d’Israele presso l’Unione Europea, Omar Kittaneh, ministro per l’Emergia e le Risorse naturali dell’ANP, s’è soffermato sulla disastrosa situazione di Gaza dopo l’operazione israeliana “Margine protettivo” dell’estate scorsa, che ha causato, tra l’altro, la distruzione quasi completa della centrale elettrica locale.

“Gaza, però”, ha proseguito Kittaneh , “in realtà è ricca di risorse energetiche naturali ( come i giacimenti marini di gas scoperti nel 1999), e dall’energia deve partire qualsiasi piano di ricostruzione della Striscia; e non sarebbe difficile, in futuro, connettere tutta la rete elettrica palestinese con la Giordania, ad esempio, e con la stessa Israele”. Parzialmente d’accordo Oded Eran: che ha ricordato, però, anche il mancato sfruttamento di queste stesse risorse, in passato, da parte dei palestinesi.

Fabrizio Federici

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