lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

REBUS RIPRESA
Pubblicato il 27-03-2015


Visco-Ripresa-incerta

Numeri contrastanti arrivano dal fronte economico. Da un lato il dato del fatturato nell’industria che diminuisce a gennaio dell’1,6% rispetto a dicembre, con una flessione dello 0,9% sul mercato interno e del 3,1% su quello estero. Dall’altro l’indice destagionalizzato delle vendite al dettaglio aumenta dello 0,1% a gennaio rispetto al mese precedente. Rispetto a gennaio 2014, l’indice grezzo del totale delle vendite segna un aumento dell’1,7%. Nel confronto con dicembre 2014, le vendite di prodotti alimentari aumentano dello 0,4%, quelle di prodotti non alimentari restano invariate. Rispetto a gennaio 2014 l’indice del valore delle vendite di prodotti alimentari aumenta del 2,9%, quello dei prodotti non alimentari dell’1,0%. Le vendite per forma distributiva evidenziano, nel confronto con il mese di gennaio 2014, un aumento sia per la grande distribuzione (+3,4%) sia, in misura più contenuta, per le imprese operanti su piccole superfici (+0,2%). Insomma indici contrastanti che vanno presi con prudenza.

Per  l’Istat il fatturato nell’industria diminuisce a gennaio dell’1,6% rispetto a dicembre, con una flessione dello 0,9% sul mercato interno e del 3,1% su quello estero. Un calo che l’istituto di ricerca definisce “abbastanza importante” dopo il risultato positivo di dicembre (+1,4% su mese e +0,9% su anno). Su base annua la riduzione di gennaio è del 2,5%. Per gli ordinativi totali, si registra una diminuzione congiunturale del 3,6%, sintesi di un aumento dello 0,7% degli ordinativi interni e un calo del 9,0% di quelli esteri. Nel confronto con il mese di gennaio 2014, l’indice grezzo degli ordinativi segna una variazione negativa del 5,5%. L’incremento più rilevante si registra per i prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+3,0%), mentre la flessione maggiore si osserva nella fabbricazione di mezzi di trasporto (-9,2%). Fa eccezione il mercato dell’auto che segna a gennaio una crescita tendenziale del 18,9%.

Dati che per il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo “non sorprendono”, perché “se non c’è la ripresa del potere d’acquisto non si può essere crescita”. “Possono legiferare sul mercato del lavoro, fare sgravi e decontribuzioni, ma se non c’è chi compra le aziende chiudono lo stesso”.

È ormai evidente che ad aumento della produzione non corrisponde un equivalente  aumento occupazionale anche se i dati che sono arrivati dall’INPS sull’aumento degli occupati (+ 79 mila quelli a tempo indeterminato) qualche piccola speranza la lasciano filtrare. Una ripresa timida così come si sta presentando in Europa porta riflessi occupazionali vicini allo zero. E in Italia, dove siamo in bassa posizione nella classifica della crescita rispetto ai partner europei, questi effetti si sentono ancor meno. Non è questione di jobs act ma di soldi che non ci sono. Le aziende che volevano assumere a fine dell’anno scorso hanno aspettato qualche mese per poterlo fare nel 2015 a condizioni più vantaggiose per loro e questo ha portato a qualche decimale in più sul fronte dei nuovi posti di lavoro. Ma la situazione rimane difficile, con una ripresa ancora troppo timida e una disoccupazione europea che si attesta cronicamente intorno al 10%.

I dati confortanti arrivano dall’ufficio studi di Confcommercio che prevede per il pil italiano nel biennio 2015-2016 “un sentiero di crescita finalmente positivo, facendo segnare un +1,1% nell’anno in corso e un +1,4% nel 2016, tornando ad attestarsi sul profilo medio registrato tra il 1996 ed il 2007″. Allo stesso tempo secondo lo studio di Confcommercio l’inflazione resterà al palo. “La sostanziale immobilità dei prezzi nel 2015 (inflazione pari a zero) e il modesto incremento nel 2016 (+1,1% anche per gli effetti del Qe) dovrebbero contribuire positivamente alla tenuta del potere d’acquisto delle famiglie e, quindi, generare un profilo espansivo dei consumi, che per il 2015 viene enfatizzato dall’effetto Expo in termini di consumi sul territorio (+1,2%), effettuati cioè anche dagli stranieri”.

Per il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli “oggi finalmente, dopo sette anni difficilissimi, durante i quali ogni italiano ha perso mediamente 2.100 euro di consumi, registriamo alcuni segnali di risveglio dell’economia”. Ma, avverte Sangalli, “se vogliamo davvero la crescita si deve scacciare lo spettro dell’attivazione delle clausole di salvaguardia, che porterebbero maggiori tasse per 70 miliardi nei prossimi tre anni”. Ma “per farlo bisogna ridurre la spesa pubblica improduttiva”. La proposta di Confcommercio è che i risparmi sugli interessi sul debito” vengano destinati alla riduzione delle aliquote legali dell’irpef che vada a beneficio di tutti i contribuenti”.

Ginevra Matiz

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