lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Reddito di cittadinanza,
un aiuto alle pari opportunità
Pubblicato il 24-03-2015


In questi ultimi tempi il femminismo sembra aver smarrito completamente la sua originaria natura: da movimento liberatorio, qual era, o come veniva prevalentemente percepito all’origine, esso si è trasformato in movimento rivendicativo essenzialmente sessista. Il fenomeno non è circoscritto all’Italia, per quanto nel nostro Paese abbia assunto posizioni forse tra le più estreme, risultando comune alla generalità dei contesti sociali in cui ha avuto modo di radicarsi e di svilupparsi.

All’inizio della prima metà del secolo scorso il femminismo poteva essere connotato in termini di movimento per la liberazione dell’“uomo”, senza alcun segno corporeo distintivo; ora, a causa del suo lento degrado verso forme di protesta rivendicativa, esso è esposto al rischio di perdere l’adesione a suo sostegno di tutti coloro, maschi compresi, che hanno sempre avuto a cuore il problema della liberazione della società da ogni forma di rapporti di sudditanza, per l’affermazione, in loro vece, di rapporti di uguaglianza, non solo formale, e di solidarietà.

Il femminismo, com’è noto, è nato dalla presa di coscienza di una asimmetria, ovvero di una disuguaglianza affermatasi a livello sociale tra i due sessi; esso è nato quindi come rifiuto dei rapporti di potere e di gerarchia, che l’asimmetria valeva ad instaurare nella società, e dei conseguenti processi di esclusione fatti pesare da una classe o gruppo sociale ai danni di un’altra classe o gruppo. Le varie interpretazioni di quell’asimmetria, unitamente alle soluzioni di tempo in tempo teorizzate ed attuate per la sua rimozione, hanno dato vita alla diversificazione del femminismo, in funzione dell’evoluzione delle istanze avanzate dal movimento sul pieno economico e sociale: basti pensare al proliferare di specificazioni e varianti terminologiche che hanno designato il femminismo lungo tutto l’arco di tempo compreso tra la seconda metà del secolo scorso e l’inizio di quello attuale. Così, il femminismo degli anni Settanta ha potuto essere marxista, socialista, radicale, a seconda del legame che esso aveva con le prevalenti tradizioni ideologiche e politiche; o anche in femminismo dell’autocoscienza, del salario per il lavoro domestico o della salute della donna, a seconda dell’esperienza che esso aveva avuto modo di vivere all’interno dei diversi contesti sociali.

Dalla proliferazione dei femminismi sono nate così argomentazioni spesso contrastanti riguardo alla soluzione del problema della liberazione delle donne, ma anche riguardo al tipo di percorso da compiere per realizzare la liberazione: se lottare solo per eliminare alla radice i ruoli sociali considerati la causa prima dei rapporti di subordinazione, realizzando le pari opportunità tra uomini e donne nel pieno rispetto biologico del loro segno corporeo, oppure se criticare radicalmente l’identità del genere in cui le persone potevano identificarsi (se donna, uomo, o qualcosa di diverso da queste due polarità), per rivendicare, come sta avvenendo in Italia, la soddisfazione di istanze formulate su basi sessiste, con la pretesa di riservare “quote rosa” nell’assegnazione degli status-ruoli istituzionali, oppure di rendere sempre più complessa una legislazione unicamente orientata a favorire il “carrierismo” delle donne. Alle rivendicazioni delle “quote rosa” e del carrierismo vanno ad aggiungersi quella formulata dalla “Presidentessa” della Camera, Laura Boldrini, che si provveda all’adeguamento dell’uso della grammatica della lingua italiana alle esigenze di genere (la ministra, la deputata, ecc), nonché, a livello internazionale, quella di attivare un movimento di opinione volto ad assicurare al Palazzo di Vetro dell’ONU l’ascesa di una donna dopo la fine del mandato di Ban Ki-moon.

Contro il “degrado” del femminismo a pura e semplice attività rivendicativa a fini carrieristici si sono levate molte critiche; una delle più tranchant è quella formulata da Nancy Fraser, filosofa e teorica femminista militante statunitense. In un articolo uscito su “The Guardian” alcuni mesi or sono (“Come il femminismo divenne ancella del capitalismo”), ciò che appare interessante della critica che la Fraser americana porta alle deviazioni subite dal movimento per la liberazione della donna, è l’accusa d’essere diventato “servo” del capitalismo neoliberista.

“Come femminista – afferma la Fraser – ho sempre pensato che, combattendo per l’emancipazione delle donne, stavo anche costruendo un mondo migliore – più egualitario, più giusto, più libero. Ultimamente ho cominciato a temere che gli ideali ai quali le femministe hanno aperto la strada vengano utilizzati per scopi molto diversi”. In particolare, la Fraser si dichiara preoccupata che la critica della disuguaglianza tra i sessi a livello sociale fornisca oggi una giustificazione a nuove forme di disuguaglianza e di sfruttamento: il movimento per la liberazione delle donne “sembra essersi avviluppato in una relazione pericolosa con gli sforzi neoliberisti nel costruire la società del libero mercato”. Ciò sarebbe avvenuto per l’affermarsi nel movimento liberatorio delle donne attraverso tre “blocchi di idee”.

Il primo è rappresentato dalla critica che il femminismo ha portato contro il “salario familiare”, così com’era venuto a consolidarsi all’interno dello Stato welfarista nei primi decenni del dopoguerra; questa critica ha portato – secondo la Fraser – alla legittimazione del “capitalismo flessibile” neoliberista, che ha consentito alle donne di riversarsi sul mercato del lavoro, sostituendo il modello organizzativo del welfare basato sul salario familiare con quello della famiglia a due percettori di reddito. Il capitalismo neoliberista si è servito della critica femminista del salario familiare per sfruttare il sogno dell’emancipazione delle donne come “motore dell’accumulazione capitalistica”, grazie al basso livello dei salari causato dall’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e ad un peggioramento dei servizi sociali.

Il secondo blocco di idee strumentalizzato dal capitalismo neoliberista è consistito nel fatto che le donne, radicalizzando la critica al salario familiare, hanno anche radicalizzato le loro pretese identitarie su basi sessiste ed individualistiche; ciò che l’ideologia neoliberista ha utilizzato per rimuovere le antiche aspirazioni all’uguaglianza sociale e per togliere al movimento femminista il carattere di movimento di massa con respiro internazionale, come è stato messo in evidenza da Janet Saltzman Chafetz e Anthony Gary Dworkin in “Female revolt”.

Il terzo blocco di idee critiche portate dal femminismo contro il modello del salario familiare, nella prospettiva di migliorare la crescente partecipazione della donna al lavoro, è consistito nel supportare la tendenza del capitalismo neoliberista a realizzare la disgregazione dello Stato sociale, facendosi promotore di iniziative legislative finalizzate ad istituzionalizzare provvedimenti utili a favorire il carrierismo al femminile.

Il consolidarsi a livello culturale dei tre blocchi di idee illustrate ha fatto sì che l’ambivalenza del femminismo si risolvesse nello smarrimento del valore dell’uguaglianza e della solidarietà sociale tra i sessi. Allo stato attuale, tuttavia, secondo la Fraser, il ricupero del movimento femminista alle sue istanze originarie può risultare possibile, solo con la rottura della “relazione pericolosa” che il femminismo ha stabilito con il neoliberismo, utilizzando ai propri fini i tre blocchi di idee prima descritti. Come? La Fraser non ha dubbi al riguardo. Il femminismo potrebbe ricuperare la propria autonomia di azione, solo riuscendo a conformare il movimento ai valori originari del movimento stesso.

Innanzitutto, il femminismo dovrebbe rompere “il falso legame” cha ha concorso a stabilire tra la critica al salario familiare e ciò che sono diventati gli attuali approdi del capitalismo del lavoro precario. In secondo luogo, esso dovrebbe superare il discorso identitario condotto su basi sessiste per finalità di carriera, sostituendolo con il potenziamento di quello basato sulla realizzazione di una generalizzata giustizia sociale. Infine, esso dovrebbe ricuperare “il concetto di democrazia partecipativa come un mezzo per rafforzare i poteri pubblici necessari a vincolare il capitale a finalità di giustizia”.

Alcuni, tra coloro che condividono l’analisi della Fraser, senza nel contempo concordare sulle conclusioni, osservano che la femminista americana sembra suggerire un completo ritorno al modello welfaristico affidato totalmente allo Stato. Sono senz’altro legittimi i dubbi sull’opportunità di un ritorno al modello dello Stato-assistenza del salario familiare; in alternativa, per ricuperare la propria autonomia dal capitalismo neoliberista, il movimento femminista potrebbe finalizzare la propria azione alla realizzazione delle condizioni utili all’“auto-valorizzazione di pratiche autonome di welfare e di cooperazione sociale produttiva”, con l’istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza; un tema quest’ultimo che in Italia è da sempre trascurato e banalizzato. Se fosse introdotto, senza essere ridotto a misura assistenziale, il reddito di cittadinanza consentirebbe di realizzare una condizione generalizzata di pari opportunità per tutti, affrancando il movimento delle donne dal vincolo risibile delle “quote rosa” e del carrierismo, che sa solo il “vincolo di manodopera” a tutela dei portatori di handicap!

Gianfranco Sabattini

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