martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

‘Operazione tempesta’. Riad all’offensiva nello Yemen
Pubblicato il 26-03-2015


Yemen-operazione TempestaÈ guerra aperta nello Yemen dopo che da ieri notte l’Arabia Saudita, sostenuta da un vasto schieramento di forze regionali, ha deciso di passare all’offensiva mettendo in moto una macchina da guerra – battezzata ‘Operazione Tempesta’ – forte di 150 mila uomini e 100 caccia per stroncare l’attacco dei ribelli houthi, decisi a prendere il controllo totale del Paese. Gli houthi, sciiti, con le forze fedeli all’ex presidente Alì Abdullah Saleh, dopo aver conquistato la capitale Sanaa, hanno preso anche Aden, la seconda più importante città del Paese. Qui, in fuga da Sanaa, si era rifugiato il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, Abed Rabbo Mansur Hadi, che ora sarebbe in salvo su un’imbarcazione al largo di Aden.

Lo scontro per il controllo del Paese, culla di Al Qaeda, non è solo nel contrasto ai ribelli houthi, ma anche nella antica guerra interreligiosa che sta dilagando in tutto il mondo arabo tra le due principali famiglie musulmane, quella sunnita, largamente maggioritaria, e quella sciita, una guerra che ha ripreso vigore dal momento dell’auto proclamazione a Califfo dello Stato islamico, di al-Baghdadi, e delle iniziative militari e terroristiche dell’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria).

Nello scontro tra sunniti e sciiti – a loro volta divisi in fazioni e sette – ci sono però anche le radici dello scontro per la leadership regionale tra sauditi e iraniani. Attorno a Teheran e Riad si sono coagulati due fronti contrapposti, gli stessi che dietro le quinte agiscono nei conflitti civili in Siria, Libia, Iraq.

Gli Usa, costretti a lasciare lo Yemen dopo il triplice attentato della scorsa settimana, hanno fatto sapere che sono pronti a fornire “supporto logistico e di intelligence” per le operazioni militari guidate da Riad. Bernadette Meehan, un portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Usa, ha detto in una dichiarazione che gli “Stati Uniti condannano con forza le azioni militari in corso adottate dagli houthi contro il governo eletto dello Yemen”. “Esortiamo vivamente gli houthi – ha aggiunto – a fermare immediatamente le loro azioni militari destabilizzanti e tornare ai negoziati nel quadro del dialogo politico. “La conquista violenta dello Yemen da parte di una fazione armata è inaccettabile e una transizione politica legittima – a lungo cercato dal popolo yemenita – può essere realizzata solo attraverso negoziati politici e con l’accordo e il consenso di tutte le parti”.

Gli Usa si sono quindi ufficialmente schierati al fianco dell’Arabia Saudita, con gli alleati di Riad in questa guerra, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Kuwait, il Bahrain, l’Oman, la Giordania, il Marocco, l’Egitto, la Turchia e forse anche il Pakistan.
Sull’altro fronte l’Iran, una potenza regionale che non può accettare facilmente di cedere il suo ruolo all’Arabia Saudita, e che ha definito i bombardamenti un ‘passo pericoloso’ che peggioreranno la crisi. “Questa è un’azione pericolosa – ha detto il ministero degli Esteri iraniano –  e ricorrere a operazioni militari contro lo Yemen, che è alle prese con una crisi interna ed è occupato ad affrontare il terrorismo, rende la situazione più complicata, fa precipitare la crisi e porta a perdere le opportunità per ricomporre le divergenze interne dello Yemen in modo pacifico”.

Teheran, il principale alleato dei ribelli houthi, ha denunciato l’aggressione come un tentativo eterodiretto da Washington per “per fomentare la guerra civile in Yemen o disintegrare il Paese”. Bisognerà ora vedere se la mossa di Riad porterà a un’escalation militare con un più forte coinvolgimento iraniano a sostegno degli houthi con armi e denaro.

Dietro il conflitto religioso e la guerra regionale per procura, c’è anche il ruolo singolare di Ali Abudullah Saleh, ex uomo forte del Paese. Saleh è stato costretto a lasciare il potere nella stagione delle cosiddette ‘primavere arabe’ – tutte fallite – nel quadro di un piano di transizione mediato da Arabia Saudita e dagli altri Stati del Golfo Persico. Nonostante egli appartenga alla stessa setta sciita degli houthi, da presidente, li aveva anche combattuti, non disdegnando alleanze transitorie con i sauditi contro l’Iran. Oggi vede però nell’offensiva dei ribelli, un’occasione per tornare in sella e spodestare il suo successore, Hadi. Secondo gli analisti di Washington, Saleh avrebbe svolto un ruolo molto più importante di quello iraniano nell’avanzata degli houthi.

In questi giorni i ribelli propongono l’elezione del figlio maggiore dell’ex presidente, come prossimo leader dello Yemen; una mossa propagandistica per non riproporre direttamente l’uomo che ha governato per 22 anni consecutivi – fino al 2012 – lo Yemen e che prima dell’unificazione aveva già governato per dodici anni – dal ’78 al ’90 – lo Yemen del Nord. Così il volto del giovane Saleh, che è stato ambasciatore negli Emirati Arabi Uniti e comandante della Guardia Repubblicana yemenita, è apparso all’improvviso sui cartelloni pubblicitari attorno alla capitale, proposto come nuovo capo dello Stato.
A fianco dell’Iran si è schierato il presidente siriano Bashar al Assad. È un attacco che “viola tutte le leggi internazionali e la sovranità yemenita”, ha commentato il ministero degli Esteri siriano. L’agenzia governativa Sana, ha commentato l’intervento militare guidato da Riad contro i ribelli sciiti, affermando che nei bombardamenti compiuti finora sono stati uccisi “13 civili, compresi bambini e donne”. Il presidente siriano Assad appartiene alla branca alawita dello sciismo ed è alleato da tempo dell’Iran.

L’Italia è stata informata per telefono dell’iniziativa militare saudita. Il nostro ministro degli esteri Gentiloni ha espresso comprensione per le preoccupazioni dell’Arabia Saudita. Il ministro ha sottolineato la necessità che l’evoluzione della crisi non pregiudichi il delicato impegno negoziale sostenuto dall’Onu, che resta la via maestra per impedire un’ulteriore diffusione del terrorismo e per assicurare un’effettiva e duratura stabilità allo Yemen.

Secondo l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, “l’azione militare in Yemen non è una soluzione. Solo un ampio consenso politico attraverso i negoziati può fornire una soluzione sostenibile, ripristinare la pace e preservare l’integrità dell’unità territoriale del Paese”. “In caso contrario la capacità dei gruppi estremisti e terroristi di approfittare della situazione è destinata ad aumentare drammaticamente”.

Intanto i prezzi del petrolio sono cresciuti di circa il 4 per cento in seguito ai timori che i combattimenti possano pregiudicare il passaggio delle petroliere attraverso lo stretto di Bab el Mandeb, un collo di bottiglia tra lo Yemen e l’Africa, porta d’ingresso per il Mar Rosso.

Alvaro Steamer

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