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Opinioni e commenti
 

Riforme, via libera alla Camera. Caos Forza Italia
Pubblicato il 10-03-2015


maria-elena-boschiIl terzo sì alla Camera, con 357 sì, 125 no e 7 astenuti, al ddl Boschi che torna all’esame del Senato per l’avvio della seconda lettura, fa la prima vittima: Forza Italia. Avendo ottenuto ‘solo’ 375 sì, e dunque al di sotto del quorum dei due terzi previsti dalla Costituzione per evitarlo, il cammino delle riforme prevede anche un referendum cui Renzi guarda già come ‘parola ai cittadini’ a conferma del cammino riformatore.

Hanno votato a favore Pd, Ap, Per l’Italia, Scelta civica e Minoranze linguistiche; hanno votato contro Forza Italia, Lega, Fdi-An, gli ex 5 stelle di Alternativa Libera e Sel. I deputati M5S, invece, non hanno partecipato al voto.

Folta la pattuglia dei deputati che hanno marcato la loro differenza rispetto alla linea del gruppo di appartenenza: da Stefano Fassina (Pd), che non ha partecipato al voto, a Gianfranco Rotondi (FI) che ha invece votato sì. Critici anche i deputati dem Gianni Cuperlo, Rosy Bindi e Alfredo D’Attorre che hanno ammonito che se non ci saranno modifiche al testo, questo sarà il loro ultimo sì. Come dice ironico Civati la battaglia è sempre la prossima. “Cambi o non lo votiamo”, ripetono in coro da Pierluigi Bersani e Gianni Cuperlo fino a Stefano Fassina e Pippo Civati, i quali però, a differenza del resto della minoranza e insieme ad altri sei deputati Pd, non hanno partecipato al voto .

La discussione sulla legge elettorale, che arriverà a Montecitorio solo dopo le regionali di maggio, è il campo di battaglia indicato dalla minoranza Pd, ora che sulla riforma del Senato è finita. In mattinata Bersani è anche salito al Colle da Sergio Mattarella per esporre le sue perplessità su un impianto riformatore che tra nuovo Senato e Italicum costruisce “un modello iper-maggioritario con parlamentari per lo più nominati e senza che si capisca chi li nomina. Così si entra nel campo dell’impensabile e non ci può essere disciplina di partito che tenga”, ha spiegato l’ex segretario Dem parlando coi giornalisti.

Soddisfatto Matteo Renzi che affida a twitter il suo commento a caldo: “Voto riforme ok alla Camera. Un Paese più semplice e più giusto. “L’importante è non interrompere il percorso delle riforme. E oggi abbiamo fatto un altro passo in avanti”, ha detto invece il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi.

Il Psi ha votato a favore. Nella dichiarazione di voto ha preso la parola il presidente del gruppo Marco Di Lello che ha parlato di “prima e parziale vittoria dei riformisti. Non ci sfuggono i limiti del testo – ha detto ancora Di Lello – non c’è nulla sulle macroregioni, sul presidenzialismo o sul premierato, sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ma il benaltrismo non ci appartiene, noi socialisti vogliamo valorizzare il precorso riformista. Altre forze politiche si arroccano sul terreno della conservazione”.

E’ dentro FI che si consuma un clamoroso strappo. Con la lettera di 18 parlamentari indirizzata a Silvio Berlusconi in cui si difende il patto del Nazareno ma cui si critica anche, e duramente, la gestione del gruppo alla Camera e dell’intero partito. I 18 parlamentari che hanno firmato il testo rimpiangono il patto che “ci aveva rimesso al centro della vita politica” e mettono nel mirino Renato Brunetta e la “conduzione del nostro gruppo parlamentare” che mostra quotidianamente un deficit di democrazia”. “Caro Presidente – si legge ancora nella lettera – desideriamo rappresentarti il nostro profondo disagio e dissenso rispetto alla decisione di votare contro le riforme istituzionali all’esame della Camera”. Sono i deputati, in larga parte vicini a Denis Verdini, rivendicano il lavoro sulle riforme e chiariscono di aver votato no solo “per affetto” verso il Cavaliere.

Ma alla fine è lo stesso Cavaliere ad intervenire: “Le cassandre che sui giornali descrivevano il nostro come un movimento politico lacerato, diviso in mille fazioni e pronto ad esprimersi in ordine sparso, sono state smentite dal senso di responsabilità dei nostri rappresentanti”. E ancora: “Chi oggi ha ritenuto di dover esprimere le proprie riflessioni, avrebbe fatto meglio a farlo allora, condividendo con tutti noi i suoi spunti di dibattito. Oggi si apre una nuova era di centralità per il nostro movimento politico. Mi auguro che tutti lavorino per portarla avanti con armonia, rinunciando a qualche protagonismo di troppo e a qualche distinguo dal sapore un po’ strumentale”.

Insomma un voto che lascia molte vittime sul campo, sia a destra che a sinistra.

LE RIFORMA IN PILLOLE

(Fonte Ansa)

Un Senato composto da 100 senatori eletti dai Consigli regionali, con meno poteri nell’esame delle leggi; nuovo Federalismo, con abolizioni delle materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni, con alcune competenze strategiche riportate in capo allo Stato. Ecco i punti principali della riforma che la Camera si accinge a votare in seconda lettura.

CAMERA – Sara’ l’unica Assemblea legislativa e anche l’unica a votare la fiducia al governo. I deputati rimangono 630 e verranno eletti a suffragio universale, come oggi.

SENATO – Continuerà a chiamarsi Senato della Repubblica, ma sarà composto da 95 eletti dai Consigli Regionali, più cinque nominati dal Capo dello Stato che resteranno in carica per 7 anni. Avrà competenza legislativa piena solo sulle riforme costituzionali e le leggi costituzionali e potrà chiedere alla Camera la modifica delle leggi ordinarie, ma Montecitorio potrà non tener conto della richiesta. Su una serie di leggi che riguardano il rapporto tra Stato e Regioni, la Camera potra’ non dar seguito alle richieste del Senato solo respingendole a maggioranza assoluta.

SENATORI-CONSIGLIERI: I 95 senatori saranno ripartiti tra le regioni sulla base del peso demografico di queste ultime. I Consigli Regionali eleggeranno con metodo proporzionale i senatori tra i propri componenti; uno per ciascuna Regione dovra’ essere un sindaco.

IMMUNITÀ: I nuovi senatori godranno delle stesse tutele dei deputati. Non potranno essere arrestati o sottoposti a intercettazione senza l’autorizzazione del Senato. Autorizzazione obbligatoria anche per processare un senatore per un reato d’opinione.

TITOLO V: Sono riportate in capo allo Stato alcune competenze come l’energia, infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto. Su proposta del governo, la Camera potrà approvare leggi nei campi di competenza delle Regioni, “quando lo richieda la tutela dell’unita’ giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA: Lo eleggeranno i 630 deputati e i 100 senatori (via i rappresentanti delle Regioni previsti oggi). Nei primi quattro scrutini servono i due terzi dei voti, nei successivi quattro i tre quinti; dal nono basta la maggioranza assoluta.

CORTE COSTITUZIONALE: Cinque dei 15 giudici Costituzionali saranno eletti dal Parlamento: 3 dalla Camera e 2 dal Senato.

REFERENDUM: Serviranno 800.000 firme. Dopo le prime 400.000 la Corte costituzionale darà un parere preventivo di ammissibilità. Potranno riguardare o intere leggi o una parte purché essa abbia un valore normativo autonomo.

DDL INIZIATIVA POPOLARE: Salgono da 50.000 a 250.000 le firme necessarie per presentare un ddl di iniziativa popolare. Pero’ i regolamenti della Camera dovranno indicare tempi precisi di esame, clausola che oggi non esiste.

GIUDIZIO PREVENTIVO CONSULTA SU ITALICUM – Nelle nome transitorie del provvedimento è previsto che, prima che vada a regime il testo, su richiesta di almeno il 25% dei parlamentari, la Corte Costituzionali esprima un giudizio preventivo sulla costituzionalità delle leggi elettorali in corso di approvazione (ovvero l’Italicum).

Ginevra Matiz

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