giovedì, 14 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Salario minimo, il Governo
ne discute senza crederci
Pubblicato il 18-03-2015


Salario minimoTorna d’attualità – è tra i meriti di Alexis Tsipras, il neo premier greco – la questione del salario minimo garantito. Il tema è tutt’altro che nuovo, ma succede che la crisi, con la continua pressione al ribasso dei salari, aggravata da una crescente precarizzazione dei rapporti di lavoro (certificata dal Jobs Act), la fa continuamente tornare alla ribalta. Così al primo consiglio dei ministri il responsabile del ministero del lavoro di Atene, Panos Skourletis, ha spiegato che il salario minimo verrà innalzato da 580 euro mensili a 751.

Anche in Italia ogni tanto se ne parla. “Tra le proposte “a getto continuo” lanciate dal premier Renzi – scriveva ad esempio il professor Maurizio Ballistreri qualche mese fa su queste pagine –  figura quella dei minimi retributivi stabiliti per legge. Tema che, già un anno or sono, l’attuale presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker aveva posto innanzi all’Europarlamento, per recuperare la dimensione sociale dell’Unione economica e monetaria. Mentre negli Stati Uniti il presidente Obama a sua volta, ha innalzato il salario minimo garantito, da anni bloccato a 7,15 dollari, a 9 dollari l’ora”.

Nello stesso tempo, sempre su queste pagine, il professor Gianfranco Sabattini ricordava che “le ragioni per cui il salario minimo sta polarizzando, all’interno dell’UE, il dibattito sulle condizioni salariali della forza lavoro discendono da un insieme di ordini di fattori che Salvo Leonardi, ricercatore dell’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali (IRES), in un articolo apparso sul n.1/2014 del periodico “Lavoro e Diritto”, sono da ricondursi al diffondersi di situazioni che, soprattutto a causa della crisi in atto, hanno pesantemente peggiorato le condizioni di vita di larghe fasce della forza lavoro”.

Resta però a tratti sorprendente l’attendismo, venato di indifferenza sostanziale, del Governo per la questione; un atteggiamento che relega il nostro Paese ancora una volta in una posizione marginale in Europa, accanto all’Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia e Svezia con la differenza però che negli ultimi tre Paesi del nord Europa, esiste un robusto e collaudato stato sociale che difende il mondo del lavoro.

L’ultimo Paese, dal primo gennaio, a istituire un livello minimo per le retribuzioni è stato la Germania. Una decisione presa dal governo di coalizione proprio per contrastare una deriva pauperista che con la riduzione continua dei redditi da lavoro finisce per ridurre anche la domanda interna in un circolo vizioso che le esportazioni non possono compensare interamente e per sempre. Dunque non solo una scelta ‘ideale’, politica, di sinistra, ma banalmente economica.

Sintetizza efficacemente il Sole 24 Ore: la decisione è stata presa dal Governo “perché ha visto progressivamente ridursi negli anni la capacità di copertura dei contratti collettivi rispetto ai lavoratori, ma soprattutto rispetto alla nascita di nuove tipologie di lavoro la cui remunerazione sempre più si è allontanata dai minimi tabellari definiti dai contratti collettivi. Ecco quindi che ora i datori di lavoro tedeschi devono corrispondere – per legge – a impiegati e operai una retribuzione minima non inferiore a 8,5 euro l’ora”.

Salario minimo a confronto (da Il Sole 24 Ore)

Salario minimo a confronto (da Il Sole 24 Ore)

Ancora dal quotidiano della Confindustria apprendiamo che in Europa “la retribuzione oraria minima è fortemente diversa a seconda del Paese. Il Lussemburgo vanta un salario minimo legale di 11,12 euro l’ora, il più elevato a livello europeo; il Paese in questione ha fissato anche quello su base mensile che è pari a 1.922,96 euro. Segue la Francia con 9,61 euro l’ora; l’Olanda con 9,21 (al mese 1.502 euro, calcolato su 37,5 ore settimanali) e il Belgio con 9,10 euro l’ora (al mese 1.502, calcolato su 38 ore settimanali). Ripercorrendo la classifica a ritroso il salario minimo più basso lo troviamo in Bulgaria, con un valore equivalente a 1,06 euro l’ora. Poco più alto è quello stabilito dalla Romania (1,30 euro/ora), Lituania (1,82 euro/ora), Lettonia (1,96 euro/ora) e Repubblica Ceca (2,00 euro/ora)”.

Sulle ripercussioni dell’introduzione di una paga oraria minima sul mercato del lavoro, si sottolinea che in realtà bisogna tener conto non tanto del suo valore in termini assoluti, quanto dello scostamento rispetto alla linea mediana dei salari effettivi perché se più alta del 60%, questa rischia di essere controproducente.

Per tornare all’Italia, la legge delega n. 183/2014, quella meglio conosciuta come Jobs Act, ha previsto l’introduzione di un salario minimo, ma non sarebbe automatico e generalizzato, piuttosto dovrebbe applicarsi ai settori non coperti da contrattazione collettiva e questo per non disturbare il ruolo dei sindacati.

Apparentemente il Governo intenderebbe fissare il salario minimo tra i 6,5 e i 7 euro/ora, che corrisponderebbe a oltre il 60% del salario mediano. Troppo, secondo il giornale della Confindustria, perché “quando tale indice è a questi livelli, si ritiene che il salario minimo determini effetti negativi nel mercato in termini di minore occupazione, almeno ufficiale, poiché un ulteriore effetto è anche la “fuga” verso il lavoro nero”.

Comunque che almeno se ne parli è già un passo avanti.

Alvaro Steamer

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