martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Antonello Longo:
I socialisti e la vecchia casa
Pubblicato il 13-03-2015


Quando, nel luglio del 1969, caduta dalla “bicicletta” l’unità socialista, i dirigenti scissionisti andarono da Pietro Nenni per chiedergli di guidare il rinato partito socialdemocratico, l’anziano nume del socialismo italiano confessò tutta la sua stanchezza, la delusione per essere stato sconfitto. “Ma”, disse, “io non posso abbandonare la vecchia casa”.

Il mondo è cambiato, niente più assomiglia all’Italia di quegli anni. Meno due cose: c’è ancora un partito che porta il nome della “vecchia casa”, non tutti i socialisti vi si sentono a casa loro. Si viveva allora immersi nella sensazione di vivere una “grande” storia, tale da giustificare, rendere comprensibili le divisioni tra socialisti. Io non credo che ai nostri giorni la temperie storica sia meno inquietante, anzi, per molti aspetti, stiamo vivendo una fase più drammatica. Ma niente più giustifica una divisione tra i socialisti italiani.

Veniamo da una crisi spaventosa del capitalismo finanziario. E vediamo che il prezzo della crisi non è stato pagato da chi l’ha provocata (speculazione finanziaria e malgoverno), ma dalla stragrande maggioranza dei cittadini. In questi giorni, finalmente, arriva qualche segnale di ripresa. La recessione è finita? Sembra così. Anche in Italia si possono cogliere segnali di inversione del ciclo del PIL, mi riferisco in particolare all’incremento degli ordinativi per l’industria dei manufatti, alla vendita di automobili e ad un timido risveglio dell’edilizia. La fase consente, nel comparto industriale, di trasformare un certo numero di rapporti di lavoro precari in contratti “a tempo indeterminato a tutele crescenti” con gli sgravi fiscali e la regolamentazione dettati dagli industriali al governo.

La politica della BCE rafforza la fiducia delle imprese perché immette una massa enorme di liquidità sui mercati a tassi irrisori, abbassa il valore di cambio dell’euro rispetto al dollaro ed alle altre monete forti, favorendo le nostre esportazioni, sorregge il livello dei prezzi al consumo nel mercato interno portando l’inflazione su livelli minimi indispensabili. Le banche, che si vedranno regalare grandi masse di titoli, dovranno (dovrebbero) necessariamente erogare credito per ricavare margini di guadagno dal capitale così facilmente accumulato.

L’Unione Europea è messa alle strette dalla necessità di non mandare a fondo la Grecia, chiunque la governi, dalle scelte monetarie della BCE (risvegliare le economie reali dei paesi più indebitati attraverso le banche), dall’assurdità, sempre più palese, dei vincoli di bilancio imposti dai trattati e della materiale impossibilità (con una politica che paralizza l’investimento pubblico) di rientrare dal debito a marce forzate.

Questo rimbalzo, da tempo atteso ed annunciato nell’economia europea, verrà sbandierato, anzi cinguettato, come effetto miracoloso della frenetica iniziativa, in Italia e nell’UE, del premier Renzi. Ciò è vero solo in parte, ma poco importa, ciò che conta, adesso, è che la tendenza si rafforzi, che vada oltre le percentuali da prefisso telefonico, che, soprattutto, riesca a creare nuovi, veri posti di lavoro per i giovani.

Detto questo, accanto a questi (per ora) fiochi bagliori, rimangono le ombre di questa stagione di governo. Le riforme costituzionale e del sistema politico in chiave oligarchica e centralista, l’accettazione dell’equazione più lavoro meno diritti, la cessione dei più importanti asset pubblici, possono creare, nel breve-medio periodo, condizioni di ritrovata fiducia da parte del “padronato” (così si diceva una volta) industriale e degli investitori finanziari. Ma non sono questi, secondo me, i progetti coi quali, in prospettiva, si costruisce un paese giusto, moderno, democratico, libero.

Gli indicatori economici vanno letti, poi, in modo disarticolato nel territorio. I segnali di ripresa non sono arrivati affatto nel Mezzogiorno e l’Italia è sempre più un sistema a doppia velocità, con una forbice destinata ad allargarsi ancora, senza i correttivi adeguati, tra un Nord a livelli europei (pur nella crisi) di reddito e di occupazione ed un Sud sempre più distante. Sono convinto che nessuna politica che non metta al centro il riequilibrio territoriale può definirsi riformista, progressista, di sinistra, né può aprire una reale prospettiva di risanamento e di crescita dell’intero Paese.

In questo contesto di luci ed ombre, il mondo socialista non si può appiattire sulle forze dominanti e, ridotto com’è ai minimi termini, non deve, non dovrebbe, lacerarsi ancora. Avverto, in questa fase, un vivace dibattito attorno alla necessità che i socialisti riprendano in pieno un loro ruolo attivo, coraggioso e autonomo nel sistema politico italiano. Penso che il PSI, la “vecchia casa” dei socialisti, non debba estraniarsi da questo dibattito ma, al contrario, farsene promotore.

Il nodo vero non sta, a mio modo di vedere, nella scelta operata dal PSI, legittimamente, a maggioranza, anche con qualche utilità, di fare parte della maggioranza di governo con l’intento di contribuire ad una forte iniziativa riformista. La questione riguarda i contenuti (delle riforme che effettivamente si portano avanti) di una politica socialista, in Italia come in Europa, sui temi della democrazia politica, della giustizia sociale, del federalismo europeo, della visione euro-mediterranea, dei diritti civili e di cittadinanza, del welfare, della rivisitazione del concetto di economia sociale di mercato, del ruolo dei corpi intermedi nella società.

Così, non mi sembra opportuno rimandare una discussione serena e aperta sull’affermarsi nel Paese di una nuova, grande area centrista attorno al PD di Renzi e sul rapporto tra i socialisti e questa nuova, importante realtà politica che, com’è stato lungamente nella nostra passata storia repubblicana, può essere (quando si concorda sui programmi) di alleanza e collaborazione, non mai di collateralismo.

Se la difesa, così difficile, così strenua, dell’identità socialista è il tratto distintivo della nostra azione politica, nei confronti della forza neo-centrista (o comunque si voglia altrimenti qualificare l’attuale PD), ma soprattutto rispetto alla società italiana, va rilanciata, io credo, la funzione di interlocutore a (e di) sinistra, anche nell’ambito del PSE, senza fughe in vanti, estremismi, massimalismi e girotondi che non assomigliano a nessuno di noi.

Un interlocutore socialista, ecco il punto più importante, capace di confrontarsi in modo autonomo con il corpo elettorale, con tutti i rischi ed i sacrifici che questa scelta potrà comportare. Non è tempo di recriminare sulle scelte fatte, ma forse è proprio questo il momento giusto per discutere a fondo del nostro futuro di socialisti democratici, con la passione di sempre ed una serenità da ritrovare. “In politica si discute sempre”, Nenni diceva. Nel rispetto di tutte le posizioni.

 Antonello Longo

 

 

 

 

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