mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Claudio Mella:
‘No’ alla proclamazione
di un’entità statale palestinese
Pubblicato il 03-03-2015


Ritengo impensabile appoggiare la proclamazione di un’entità statale palestinese senza essere in malafede. Ciò che si vorrebbe come Stato di Palestina infatti sarebbe l’ennesimo stato-mafia del Medio Oriente fondato sulla guerriglia e il terrorismo, oltre che una minaccia persistente all’unica democrazia della regione, Israele.

Eppure, con le mozioni presentate e discusse in queste settimane su questo tema, una delle quali porta la firma dall’on. socialista Pia Locatelli, anche il Partito Socialista Italiano pare volersi adeguare alla nuova moda del riconoscimento unilaterale nei parlamenti delle nazioni europee del fantomatico Stato palestinese. Allinearsi a posizioni anti-sioniste sconfessa sia i profondi legami tra la storia di Israele e quella del movimento socialista internazionale sia la fama del Partito Socialista quale voce razionale e moderata nel panorama politico italiano.

La rivendicazione della dirigenza palestinese (se ve n’è una: Al-Fatah che controlla la Cisgiordania non è Hamas che amministra Gaza) di essere riconosciuta come stato è insensata, oltre che pericolosa: essa si scontra non solo con le norme del diritto internazionale, ma anche con gli elementari principi di ragionevolezza sulla base dei quali la comunità internazionale dovrebbe prendere decisioni così gravide di conseguenze.

Veniamo alle questioni di diritto: affinché un’organizzazione, se lo richiede, ottenga l’attribuzione della personalità giuridica internazionale di Stato, essa deve poter dimostrare di soddisfare i criteri stabiliti dall’art. 1 della Convenzione di Montevideo del 1933: (a) una popolazione permanente, (b) un territorio definito, (c) un potere di governo esclusivo e (d) la capacità di intrattenere rapporti con altri Stati. Non serve erudizione nelle relazioni internazionali per comprendere che ciò che si vorrebbe come stato di Palestina non soddisfa nessuno di questi criteri; una breve analisi può comunque chiarire le idee.

Per quanto concerne il primo criterio, dunque, non vi è chiarezza né sull’entità della popolazione palestinese, né sui territori che questa dovrebbe occupare. Devono essere annoverati tra le sue file anche gli arabi che vivono al di qua della Linea Verde, ossia quelli con cittadinanza israeliana? Più in generale, vi sono delle differenze linguistiche-culturali tali da distinguere una nazione palestinese dalle altre nazioni arabe circostanti? In realtà, gli arabi di Palestina dispongono già di due patrie, se vogliono: la Giordania, che fino agli anni ’80 era anche rappresentante legale del popolo palestinese, e Israele stesso – non dimentichiamo che già vivono ca. 1.413.500 arabi entro i confini di Israele (pari al 20 per cento della popolazione), pacificamente e con piena cittadinanza israeliana.

La seconda questione, il territorio nazionale, è capziosa: mentre ufficialmente la dirigenza palestinese chiede a Israele di cederle Gaza e Cisgiordania (appartenute a Egitto e Giordania fino al 1967), in realtà essa non ha mai nascosto di pretendere l’intero territorio di Israele, dal Giordano al Mediterraneo. Quanto al terzo principio, non vi è la minima certezza neppure su chi dovrebbe amministrare questo Stato”: Hamas o Al-Fatah, che quando non sono occupati a fare la guerra contro Israele si combattono tra di loro? Da ciò dipende anche il quarto parametro: è evidente che l’incertezza investirebbe anche gli eventuali rapporti internazionali del nuovo Stato.

Inoltre, per essere realmente indipendente, uno Stato deve avere una solida economia nazionale. Senza di essa, è costretto a vivere di aiuti stranieri e le decisioni di natura economica rilevanti sono prese da altri enti. Sappiamo già che l’Iran e altri nemici dell’Occidente finanziano abbondantemente organizzazioni terroristiche come Hamas e Hezbollah. Uno stato di Palestina vivrebbe solo di tali finanziamenti, con l’unico obiettivo di condurre una guerra continua contro Israele – e, perché no, altri Stati musulmani: conosciamo le vicende del Medio Oriente troppo bene per definire tale ipotesi irreale. Abbiamo bisogno di un altro Stato del terrore? Solo un cieco, o chi è in malafede, potrebbe negare che non solo i finanziamenti da oriente, ma anche quelli dell’Unione Europea e da Israele stesso finiscano sempre nell’acquisto di armi e nell’autoriproduzione dell’attuale dirigenza palestinese – che del resto assomiglia molto più ad un’organizzazione mafiosa che ad un presunto governo. E intanto la vera vittima di tale folle politica è proprio la popolazione palestinese, oppressa innanzitutto da coloro che si accreditano come suoi rappresentanti.

Infine, resta da valutare l’opportunità di concedere così tanto senza chiedere nulla in cambio: nessuna promessa di fine delle ostilità (del resto, la guerra di Gaza dell’anno scorso è stata scatenata da Hamas e nulla ci dice che non possa scoppiarne un’altra), nessuna garanzia di democraticità, nessuna dichiarazione di intenti, se pur minima. Vi è davvero il rischio che la dirigenza palestinese veda realizzata qualsiasi sua richiesta senza promettere nulla in cambio, un gioco a somma zero dove solo Israele perde tutto. È questa la politica del compromesso  democratico che l’Unione europea e i suoi Stati membri vorrebbero rappresentare, magari in opposizione al militarismo americano?

Dimentico che forse l’unico esperimento di socialismo reale della storia si applicò nei kibbutz israeliani e dell’appoggio che l’Internazionale socialista diede allo stato israeliano alla sua nascita, il Partito socialista vorrebbe dunque sostenere la fondazione sulla carta di uno stato palestinese che in realtà non esiste. Palese la scarsa conoscenza del diritto internazionale: volere essere uno stato non basta per diventarlo. Senza considerare che l’approvazione da parte di un parlamento estero di una spartizione del territorio israeliano senza il consenso del diretto interessato sarebbe come se un parlamento estero approvasse e riconoscesse unilateralmente come stato autonomo la presunta Padania o il Veneto.

Insomma, se vuole essere coerente, la sinistra dovrebbe appoggiare l’unico stato democratico, multiconfessionale e pluralista del Medio Oriente. Se vuole la pace, la sinistra dovrebbe schierarsi nettamente contro quelle fazioni che desiderano e proclamano il conflitto a tutti i costi e cercare di promuovere un dialogo razionale tramite i canali nazionali e internazionali di cui dispone (l’Internazionale e il PSE per esempio), non seguire mode dettate da un terzomondismo accattone e irresponsabile, spaventata dal terrorismo islamista e forse viziata da un antisemitismo mai sopito.

Claudio Mella 

Trieste, 03.03.2015

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