lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Sogin. Verso un deposito
nazionale per la sicurezza
Pubblicato il 09-03-2015


gestione_scorie_nucleari_90 mila metri cubi di rifiuti radioattivi da sistemare da qualche parte. In Italia. All’interno di un deposito nazionale di superficie. E’ la missione che lo Stato Italiano ha affidato a SOGIN, società pubblica che ha il compito di smantellare gli impianti nucleari e gestire i rifiuti radioattivi.

Di questi, circa 75 mila metri cubi saranno rifiuti di bassa e media attività, cioè di seconda categoria. Per intenderci, quelli che decadono in un arco massimo di 300 anni. Provengono dal pregresso esercizio degli impianti nucleari e dalle attività di smantellamento che SOGIN sta portando avanti, ma vengono continuamente prodotti anche dagli impieghi della radioattività nei settori della ricerca, della medicina sanitaria e dell’industria. I restanti circa 15.000 metri cubi di rifiuti sono invece quelli ad alta attività (la cosiddetta terza categoria) la cui radioattività decade nell’ordine di migliaia di anni, per i quali si prevede invece solo il loro stoccaggio temporaneo nel deposito nazionale, in attesa della loro sistemazione definitiva in un deposito geologico.

I rifiuti radioattivi di prima categoria, che hanno invece un basso contenuto di radioattività che decade in un breve arco di tempo nell’ordine massimo di mesi, non sono destinati al deposito ma vengono eliminati attraverso le tradizionali vie di smaltimento.

I rifiuti radioattivi italiani sono attualmente depositati in 24 siti sparsi su tutto il territorio nazionale, con tutti i rischi che ne possono conseguire.  Diversa è la situazione nel resto d’Europa,  dove molti paesi si sono dotati già da tempo di depositi di superficie, come ad esempio quelli che si trovano nelle vicine Francia e Spagna.

SOGIN, per cominciare a parlare di questo tema, ha recentemente avviato una campagna informativa sul web, in linea con il suo impegno di basare tutto il percorso che porterà alla realizzazione del deposito sulla trasparenza, la più ampia informazione e partecipazione nelle scelte. Ciò potrà limitare gli effetti della cosiddetta sindrome Nimby (not in my back yard, non nel mio cortile). Con tale espressione viene indicata, infatti, la tendenza dei cittadini ad opporsi e protestare contro progetti di opere ed infrastrutture, pubbliche o private, che si teme possano avere degli effetti negativi per i territori in cui verranno realizzate (es. discariche, termovalorizzatori, grandi vie di comunicazione, impianti energetici o industriali, depositi).

SCORIE NUCLEARI E SICUREZZA – La Direttiva del Consiglio dell’Unione Europea 2011/70/Euratom del 19 luglio 2011, istituisce un quadro comunitario per la gestione sicura del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi. Per “combustibile esaurito” si intende quello generato dal funzionamento dei reattori nucleari, quando questo perde la sua potenza e viene rimosso dal reattore. A questo punto il combustibile può essere “ritrattato”, cioè si possono estrarre da esso materie fissili e fertili per essere riutilizzate per farne nuovo combustibile, mentre gli scarti di questa lavorazione diventano quelle che, propriamente, si chiamano scorie radioattive.

La direttiva europea obbliga gli Stati membri, e quindi anche l’Italia, a dotarsi di un “programma nazionale” per l’attuazione della politica di gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi. Il “programma nazionale” deve contenere, tra le altre cose, un inventario di tutti i tipi di rifiuti radioattivi soggetti alla giurisdizione nazionale (quantità e stime) e disciplinare tutte le fasi di gestione, dalla generazione fino allo smaltimento.

Oltre ai rischi sanitari per la salute dei cittadini, le scorie radioattive se non sono correttamente gestite, e controllate in condizioni di massima sicurezza, possono rappresentare un potenziale rischio anche per la sicurezza dello Stato e dell’intera Comunità Internazionale. Infatti uno dei principali rischi legati alle minacce terroristiche consiste nella possibilità che qualche organizzazione entri in possesso di materiale radioattivo per costruire armi radiologiche (le cosiddette bombe atomiche “sporche”) con le quali colpire aree densamente popolate. Anche per queste ragioni è perciò necessario che i rifiuti radioattivi vengano messi in sicurezza in un unico sito nazionale progettato per consentire nei prossimi 300 anni il decadimento della radioattività. Nel deposito nazionale i rifiuti radioattivi saranno sistemati all’interno di apposite barriere, le une dentro le altre, così da evitare qualsiasi problema. Vediamo come. La prima barriera è composta da un’apposita malta cementizia dentro la quale saranno inglobati i rifiuti radioattivi che verrà chiusa all’interno di speciali contenitori metallici (manufatti). Questi contenitori metallici saranno quindi inseriti, e cementati, in altri contenitori, chiamati moduli, anch’essi di calcestruzzo speciale, delle dimensioni di 3 m x 2m x 1,7 m, (seconda barriera). I moduli, saranno poi a loro volta inseriti in celle, anch’esse di cemento armato, di dimensioni 27 m x 15,5 m x 10 m (terza barriera). Una volta riempite, le celle saranno sigillate e ricoperte con più strati di materiale per prevenire eventuali infiltrazioni d’acqua.

PROCEDURE IN CORSO E LOCALITA’ TOP SECRET – Non si conoscono ancora le località individuate perché la lista delle aree è al vaglio delle Autorità competenti. In questi giorni l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) dovrebbe aver esaminato la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI), presentata dalla SOGIN lo scorso 2 gennaio.

Nel caso in cui le aree proposte da SOGIN dovessero risultare conformi ai criteri indicati dall’Istituto stesso nella Guida Tecnica 29, la Carta sarà validata e passerà al giudizio dei Ministeri competenti  (Ambiente e Sviluppo Economico) che avranno un mese per effettuare il loro esame e dare quindi il loro nulla osta alla pubblicazione della CNAPI, assieme al progetto preliminare del deposito nazionale e parco tecnologico.

A seguito della pubblicazione della lista delle aree potenzialmente idonee, SOGIN coordinerà una serie di confronti e discussioni pubbliche con tutte le parti interessate (Istituzioni, Enti Locali, Associazioni, mondo scientifico, cittadini…) che culmineranno in un seminario nazionale al quale parteciperanno tutti i soggetti interessati. Si prevede che, a seguito del seminario nazionale, la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee venga aggiornata con la pubblicazione a questo punto della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI) ad ospitare il deposito nazionale e il parco tecnologico. I tempi previsti dalla legge, che ha introdotto, per la prima volta in Italia, un processo partecipativo per un’infrastruttura strategica per il Paese, consentono di avere la struttura pronta nel 2024. Per la sua realizzazione è previsto un investimento complessivo di circa 1,5 miliardi di euro. Si stima che la realizzazione del centro genererà circa 1500 occupati l’anno per 4 anni e che la sua gestione produrrà circa 700 posti di lavoro. Questo percorso se sarà fondato, come intende fare SOGIN, su trasparenza e partecipazione dal basso dei territori interessati consentirà di individuare in Italia un sito dove costruire questo deposito nazionale, che metterà in sicurezza i rifiuti radioattivi, garantendo l’ambiente e la sicurezza dei cittadini e delle future generazioni.

Pier Paolo Palozzi 

 

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