lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

“Sarto per Signora” lo spettacolo che non parla
il linguaggio della satira
Pubblicato il 16-03-2015


"Sarto per Signora" di Georges Feydeau

Lo spettacolo teatrale “Sarto per Signora” di Georges Feydeau

Georges Feydeau resta per lo più conosciuto come un grande autore di commedie brillanti e di vaudeville dal ritmo iperrealistico dell’azione, fatte di entrate e di uscite regolate da un’energica geometria che non ammette incertezze né tantomeno errori di sincronismo. Anche le situazioni comiche partorite dalla sua creatività funzionano come le lancette di un orologio,  con dialoghi cristallini e serrati sempre pronti a scandire il meccanismo della risata, anche nei silenzi riempiti da una prevista e intenzionale comunicazione gestuale dell’attore.

Ma Feydeau non fu solo un autore, ma un uomo di teatro a trecentosessanta gradi, coinvolto anche negli altri aspetti creativi e produttivi della messa in scena. La sua professionalità si estendeva su di un abile e complementare utilizzo delle scene, dei costumi e perfino delle luci; proverbiali le sue scenografie che calzavano a pennello sulla funzionalità del testo e che proponevano complicati cambi a vista ed al buio, astutamente realizzati con porte, finestre e armadi in numero calcolato ed angolazioni millimetriche per suscitare effetti esilaranti.

A distanza di tanti anni (Feydeau compose “Sarto per Signora” a soli ventitré anni, nel 1886) è difficile affrontare questo copione con convincente professionalità. Oltre alle citate problematiche legate al ritmo scenico, “Sarto per Signora” sembra quasi animato da un doppio binario: quella sagacia di battute e di riflessioni che apparentemente potrebbero apparire come superficiali e superate dai tempi rivelano invece in filigrana uno strato profondo dove si annida una spietata satira all’ipocrisia della morale e dell’apparenza sociale che dalla Belle Epoque parigina di fine ‘800 possiede le potenzialità per proiettarsi anche in luoghi e tempi diversi, affermandosi nella sua strabordante universalità.

Nell’allestimento proposto da Solfrizzi, curato dalla regia di Valerio Binasco, non tutto sembra scivolare nel verso giusto: a volte il gioco degli equivoci pare non ben oliato e la scelta di vestire la recitazione di alcuni personaggi con le cadenze regionali appartenenti rispettivamente all’Emilia Romagna, alla Sicilia, alla città di Napoli toglie al testo quell’eleganza letteraria che invece è una sua componente inscindibile. I personaggi di Susanna e Anatolio Aubin, Rosa Pichennette acquistano lo spessore di macchiette che non aggiungono niente alla loro comicità, anzi, nella loro ridondante caratterizzazione, l’ironia viene fortemente provincializzata e si cade nel trabocchetto di snaturare quella portata universale di cui invece il testo è depositario. Un maggior rigore interpretativo a mio modesto avviso avrebbe giovato ad una messa in scena che non ha lesinato in quanto a dedizione ed energie spese sul testo, che comunque si evincono da una generosità attoriale riscontrabile non solo in Solfrizzi ma anche nella restante compagnia.

Carlo Da Prato

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