martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Tangenti e magistrati,
schiaffi e carezze
Pubblicato il 17-03-2015


Premesso che Ercole Incalza è innocente fino a prova contraria (e che le sue millanterie sulla nomina di un viceministro lasciano il tempo che trovano), e premesso anche che certe fluviali ordinanze dei Gip servono solo a trasferire i processi dalle aule dei tribunali agli studi televisivi, tira comunque una brutta aria.

La aveva annusata il preveggente Gianantonio Stella, che proprio ieri sul Corriere, nel sollecitare la discussione di un ddl Grasso, faceva sua la diagnosi dell’ambasciatore americano a Roma, secondo il quale la corruzione allontana talmente gli investimenti esteri dall’Italia che, a causa del nostro “deficit di reputazione”, ne riceviamo molti meno che Francia, Germania, Belgio, Spagna, Svezia e Norvegia.

Seguendo il ragionamento di Stella, quindi, in questi Paesi il contrasto alla corruzione sarebbe molto più efficace che in Italia. Eppure a suo tempo la nostra magistratura associata andava fiera dei risultati ottenuti, tanto da esibirli per esorcizzare il rischio di modifiche all’ordinamento giudiziario (quello, per intenderci, risalente al 1942, e salvato per saecula saeculorum dalla VII disposizione transitoria della Costituzione). Elena Paciotti, per esempio, che allora era presidente dell’Anm, così dichiarava: “L’esperienza di altri Paesi ci induce la convinzione che la separazione delle carriere ha un solo scopo: sottoporre il pubblico ministero a un controllo diverso da quello dei giudici, come accade altrove. Dove infatti non si riescono a fare indagini sulla corruzione politica come da noi” (Corriere della Sera del 5 maggio 1994). Le carriere non sono state separate, ma “altrove” evidentemente si è indagato meglio che da noi.

Stia quindi sereno Rodolfo Sabelli, presidente attuale dell’Anm, il quale coglie l’occasione dell’inchiesta di Firenze per denunciare che “i magistrati sono stati virtualmente schiaffeggiati e i corrotti accarezzati”: non sarà il buffetto della legge sulla responsabilità civile ad impedire ai suoi colleghi di indagare, così come non è stata l’indipendenza dei pubblici ministeri ad impedire ai corrotti di rubare. Semmai, si potrebbe provare con la riduzione delle ferie.

Luigi Covatta

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