martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Tunisi. La porta del caos libico
Pubblicato il 20-03-2015


Tunisia corteo-antiterrorismoSecondo le ultime ricostruzioni sull’attentato al Museo del Bardo, due degli attentatori tunisini erano stati addestrati in Libia. Così torna a farsi sentire, da parte italiana, l’occasione per tornare a parlare di un Paese che si affaccia sul mediterraneo, che vive nel caos dalla cacciata di Gheddafi e in cui l’Italia ha molti interessi, non solo strategici: nel territorio libico l’Eni produce 350mila barili di petrolio al giorno e dove solo lo scorso anno ha estratto 4,3 miliardi di metri cubi di gas che potrebbero arrivare a 6,2 miliardi entro la fine di quest’anno.

La vicenda di Tunisi ha sconvolto l’opinione pubblica ma la Tunisia non fa parte dell’Europa e difficilmente l’Ue si impegnerà su un fronte che considera secondario, o più di quanto stia facendo con l’Ucraina e il fronte orientale.
Diversamente la Tunisia e la stessa Libia fanno parte del mediterraneo, così come l’Italia che (quasi) da sola cerca sponde e appoggi per un intervento. Lo ha ribadito il presidente Sergio Mattarella alla Cnn, esortando ad “affrontare urgentemente” il “serio pericolo del terrorismo fondamentalista” di fronte al quale “non abbiamo molto tempo”. E presto, serve intervenire anche in uno dei Paesi più ‘fragili’ di fronte alle infiltrazioni dello Stato Islamico: la Libia.
“Occorre urgentemente che la comunità internazionale appoggi gli sforzi dell’Onu per un cessate il fuoco e la costituzione di un vero governo libico”.

Lo ha ribadito anche oggi il ministro degli Esteri, Gentiloni, sostenendo al necessità di un accordo tra i due governi libici, uno sforzo portato avanti anche dall’Italia perché è “impensabile una pacificazione della Libia imposta da fuori senza alcuna intesa tra i libici”.

Un accordo tra le parti, ovvero tra il Governo di Tobruk, laico e quello di Tripoli, islamista è tuttavia impensabile, visto che gli islamisti non solo non credono nella democrazia ma non sono stati riconosciuti dalla comunità internazionale e difficilmente deporranno le armi in favore di uno Stato laico.

L’Italia sta lavorando da mesi sulla Libia. Diplomaticamente ha fatto più di una mossa, dall’incontro con Putin per avere un appoggio alle Nazioni Unite e riuscire così ad avviare un impegno militare in Libia sotto l’egida dell’Onu, riuscendo infine a garantire la sicurezza dei pozzi petroliferi targati Eni. Ma l’impresa risulta ardua, specie se si considera che per l’Onu, l’Africa settentrionale non è un luogo strategico, gli Stati europei, gli Usa e la Russia guardano a Est mentre la Cina non è interessata.
Così l’Italia si è mossa anche sul versante europeo per tentare un appoggio, in queste ore la questione libica è stata inserita tra le discussioni a Bruxelles, nel Consiglio europeo. Ma il primo ministro belga, Charles Michel, ha rimesso la questione nelle mani Onu: “Sosteniamo gli sforzi delle Nazioni Unite per stabilire un governo di unità nazionale in Libia”, aggiungendo comunque che “l’Europa deve stare attenta perché è direttamente interessata alle potenziali conseguenze di un deterioramento della situazione”.

Lady Pesc, Federica Mogherini, da parte sua, ha ricordato che la maggioranza delle vittime degli attentati del Museo del Bardo di Tunisi, i cui autori sono stati addestrati in Libia, sono europei. Mogherini ha ricordato comunque l’importanza della questione libica: “È anche un attacco contro l’Europa e dobbiamo rispondere. Mi aspetto di ricevere dai leader europei una risposta forte al fine di esaminare tutte le opzioni attraverso le quali l’UE può sostenere il dialogo in Libia, così come l’istituzione di un governo di unione nazionale”.
Dal punto di vista europeo il problema italiano è quello di evitare che la Francia, giochi in anticipo come in passato o conduca i giochi. A febbraio, dopo l’attacco egiziano in Libia, il ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian, era volato a Il Cairo per firmare un accordo con l’Egitto sulla vendita di 24 aerei da guerra Rafale, una fregata e missili, per un ammontare di circa 5 miliardi e 200 milioni di euro.

Non a caso Renzi ha anche incontrato, pochi giorni fa il presidente egiziano Al-Sisi, per trovare un fronte comune sulla Libia. Renzi è arrivato a Sharm el Sheikh, una settimana fa, dove si sono riunite 1.800 delegazioni di oltre 70 paesi per siglare importanti accordi economici (come quello dell’Eni), proprio per incontrare il presidente egiziano e proseguire nei colloqui dedicati alla Libia. Isis e terrorismo islamico a parte, l’Italia è pronta da giorni a difendere i suoi interessi economici nel Mediterraneo, la flotta militare e anfibia italiana, è partita da La Spezia e da Taranto ferma al confine con le acque territoriali di Tripoli, ma pronta a intervenire se la situazione dovesse precipitare.

Ieri il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti ha illustrato, alle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato, lo stato delle missioni in corso: “a seguito dell’aggravarsi della minaccia terroristica si è reso necessario un potenziamento del dispositivo aeronavale nel Mediterraneo centrale” con l’obiettivo di “tutelare i molteplici interessi nazionali, oggi esposti a crescenti rischi determinati dalla presenza di entità estremiste, e assicurare coerenti livelli di sicurezza marittima”. Il tutto integrato nell’operazione Mare Sicuro.

A fronte di un progressivo peggioramento del quadro di sicurezza in Libia, e del perdurante caos istituzionale, il Ministro ha annunciato la sospensione dell’attività in territorio libico, aggiungendo che “l’Italia è pronta a tornare a giocare un ruolo di rilievo in una futura, eventuale iniziativa della comunità internazionale che fosse volta alla stabilizzazione e alla ricostruzione istituzionale della Libia”.

Restano comunque le manovre navali avviate non  “in rapporto alla crisi in atto, ma un loro obiettivo dichiarato è quello di accrescere la sicurezza dell’area dove cospicui sono gli interessi italiani negli impianti estrattivi di Bouri gestiti dall’Eni, da cui parte, sino a Gela, il gasdotto Greenstream”, secondo quanto scrive la newsletter dell’Istituto Affari Internazionali e riportato da Contropiano.org.

Maria Teresa Olivieri

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