lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Fabio Fabbri: un progetto
da proporre alla nazione
Pubblicato il 18-03-2015


Reco il mio contributo al dibattito promosso dal nostro direttore con l’articolo del 24 febbraio, intitolato: “Le due vie che ci stanno davanti”. Lo faccio tenendo conto dei commenti che lo hanno seguito, del dibattito che si è sviluppato nel Consiglio Nazionale del PSI, riassunto nei due editoriali di Del Bue (La sfida del 3 per cento e Salvare e rilanciare il liberalsocialismo) che condivido interamente.

Non c’è dubbio che l’alternativa secca è quella indicata da Mauro: collocarci all’interno del PD o costruire un’alleanza dotata di un progetto politico in grado di parlare a una parte, sia pure minoritaria, del Paese, nella speranza ragionevole di forzare il blocco del 3 per cento alla prossima consultazione elettorale: un traguardo che ci permetterebbe non solo di entrare in Parlamento, ma in molte delle assemblee elettive di cui si nutre la nostra democrazia.

Scartata la prima ipotesi, quella del getto della spugna, argomento sulla seconda.

Dico subito che i due think tank, i pensatoi dotati della forza maieutica necessaria per l’elaborazione del progetto liberalsocialista sono l’Avanti! e Mondoperaio.

Naturalmente tutti i dirigenti del PSI, dai parlamentari all’ultimo iscritto, sono chiamati a concorrere a questa prova di sopravvivenza, con l’intesa che le determinazioni risolutive saranno compito degli “stati generali” prima e del congresso, poi. Da questo lavacro democratico usciranno la nostra rinsanguata fisionomia e una rinnovata leadership.

Prima di enucleare alcuni capisaldi programmatici, è opportuna una breve esegesi del nostro attuale sistema politico. L’annientamento dei partiti storici della prima Repubblica per via giustizialista ha reso precario – anzi, patologico – il funzionamento della nostra democrazia, terremotata anche dalla fine mondiale del comunismo, cui ha fatto riscontro l’incapacità-impossibilità della conversione dei comunisti italiani al socialismo liberale.

In questo vuoto sono rampollati alcuni surrogati dei partiti: Forza Italia di Berlusconi, la Lega di Umberto Bossi, l’Ulivo di Romano Prodi, il partito delle manette di Antonio di Pietro poi di Antonio Ingroia, la Margherita di Rutelli, l’Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini, l’UDEUR di Clemente Mastella e il PRC di Fausto Bertinotti.

Il bilancio del ventennio è davanti ai nostri occhi ed è disastroso, con la fibrillazione permanente del sistema politico che sembra una maionese impazzita.

E cosi, la vita politica ed economica della Nazione è precipitata nel baratro della depressione.

Ed è proprio questa condizione fallimentare dell’Italia del ventennio alle nostre spalle che ha consentito al Sindaco di Firenze, dotato di coraggio e di grinta comunicativa, ma privo di un suo retroterra ideale (per il quale non bastano i richiami a La Pira o a Nelson Mandela) di conquistare prima il PD, poi Palazzo Chigi.

Prima o poi dovremo fare una discussione franca sul fenomeno Renzi, consapevoli che non possiamo cavarcela dichiarandoci a-renziani, come Riccardo Lombardi a suo tempo si dichiarò a-comunista, introducendo nel lessico politico la valenza dell’alfa privativo. Discuteremo in tale occasione anche sull’idea del partito della nazione, ricordando che il PSI di Craxi era un partito interclassista, sorretto da “chi vive del proprio lavoro”. Quanto alla spregiudicatezza e all’opportunismo di Renzi, basta per ora questa osservazione: ha rotto gli indugi pluriennali e ha portato il PD nell’alveo del socialismo europeo, ma non ha mai trovato il tempo di organizzare una sola assise di confronto con gli altri partiti-fratelli del PSE.

Ho fatto questa lunga digressione per convalidare la riflessione che segue: in questo “deserto dei tartari” c’è bisogno estremo di presentare un progetto politico ad un tempo nuovo ed antico, nutrito dei nostri valori storici.

In occasione del Convegno di Città di Castello, ho proposto alcune “campagne d’azione” in un lungo articolo ospitato dall’Avanti!. Provo a motivare meglio alcune di queste “idee forza”, consapevole che esse andrebbero sviluppate ed inserite in un più completo affresco progettuale.

1.- Lo stentato ed episodico procedere delle riforme istituzionali, ivi compresa quella elettorale, rende prioritaria l’elezione con sistema rigorosamente proporzionale di un’Assemblea Costituente. In quel crogiolo si potranno gettare le fondamenta della Terza Repubblica, giacché ha ragione da vendere Enrico Cisnetto quando, sulla sua newsletter, osserva che quella che stiamo vivendo è la ‘Seconda repubblica bis’. Lo conferma il ruolo di protagonista che sta assumendo il capo della FIOM Maurizio Landini.

È gran tempo di ripensare alcuni “fondamentali” del nostro tessuto istituzionale, usando, in primis, il bisturi sull’intero ordinamento regionale. Diciamolo subito: il bilancio di cinquant’anni di regionalismo è disastroso. Le Regioni le vollero soprattutto i comunisti, perchè sapevano di non potere partecipare al governo dello Stato;

2.- Ma non basta. Fin da ora dobbiamo dichiararci eredi legittimi di Leo Valiani, di Piero Calamandrei ed anche di Randolfo Pacciardi, che patrocinavano l’elezione popolare del Presidente della Repubblica, sicura fonte di un’efficace genesi bipolare del sistema politico. La sindrome del tiranno alle porte è oggi archiviata;

3.- Noi siamo anche gli eredi di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Chiediamo che l’Italia sia promotrice degli Stati Uniti d’Europa: dunque elezione diretta da parte dei popoli europei del Presidente del governo europeo, con tutto quanto ne consegue: non solo una moneta unica, una sola politica estera, ma anche un solo esercito europeo, con il ripristino della leva obbligatoria. Il nuovo progetto Erasmus della Difesa Europea dislocherà i coscritti del neonato Esercito unico d’Europa (dunque: niente coesistenza con gli eserciti dei governi dei singoli Stati) in nazioni diversi da quella d’origine;

4.- E ancora: una nuova politica mediterranea, capace di affrontare in chiave europea il sottosviluppo di quello che Francesco Compagna chiamava ”Il Mezzogiorno d’Europa”. Nelle nostre file e nelle Università del Sud esistono le energie intellettuali, eredi di Compagna, di Guido Dorso e di Manlio Rossi Doria, in grado di tracciare le linee-guida del meridionalismo del nuovo secolo;

5.- Serve, ora e subito, un dialogo con quel che ancora vive della cultura ambientale. Ho già scritto che la priorità delle priorità è il varo di un piano nazionale per la difesa del suolo, concepito anche come progetto di sviluppo sostenibile della montagna italiana, compatibile con l’attivazione di nuove fonti energetiche, l’estensione delle aree protette, la diffusione del turismo naturalistico;

6.- Occorre dar vita subito, con una riforma anticipatrice della futura soppressione delle Regioni, ad un rinnovato Ministero del Turismo e dello Spettacolo, al servizio di un Paese che possiede una parte rilevante delle bellezze artistiche e naturalistiche del pianeta;

7.- La riforma della giustizia è un nostro obiettivo storico. Grazie anche al lavoro del nostro Buemi siamo solo ai primi passi. Dobbiamo batterci perchè vengano affrontate la questioni cruciali: la separazione delle carriere, la riforma del CSM e l’introduzione di nuove regole per il reclutamento dei magistrati, anche con l’innesto di energie nuove espresse dall’avvocatura e dalla cultura giuridica. A suo tempo ho tentato questa via con un disegno di legge redatto insieme al senatore repubblicano Giorgio Covi. Ci accusarono di volere la turbatio sanguinis (l’incertezza sulla paternità dei figli)!

Altrettanto preminente è la riforma del sistema carcerario e della correlata normativa riguardante i tribunali di sorveglianza;

8.- In campo economico viene in rilievo la proposta avanzata proprio dall’Avanti! di una legge “alla tedesca”, introduttiva della co-gestione nelle imprese, raccogliendo una antica aspirazione socialista: la partecipazione dei lavoratori al governo delle imprese. I tempi sono maturi per questa provocazione. E vedremo come reagiranno i nostri sindacalisti; ed anche la Confindustria e la Confartigianato;

9.- È già sgorgata dall’Avanti! la proposta di una riforma profonda del nostro sistema bancario, destinata ad affrontare anche il rapporto fra banche e imprese, dettando nuove regole relative al costo del denaro e alla partecipazione delle banche al capitale sociale delle piccole e medie imprese, sulla base di un giudizio positivo sull’impianto finanziario, tecnologico e commerciale delle PMI. Servono anche nuovi criteri per la ripartizione del flusso del credito, specialmente a beneficio dei distretti industriali che producono per il mercato internazionale;

10.- Dovremo farci promotori di una assise programmatica dei Partiti del socialismo europeo: a Milano, la città di Bettino Craxi, vice-presidente dell’Internazionale Socialista, nella città in cui fu firmato l’Atto unico dell’integrazione europea.

Mi fermo qui. Sono consapevole che si tratta soltanto di alcuni primi e parzialissimi orientamenti.

È dunque tempo di mettere al lavoro un gruppo di esperti (fortunatamente non ne siamo sprovvisti) per la redazione di una bozza di programma da proporre ai nostri potenziali alleati, per scrivere insieme il manifesto dell’alleanza liberalsocialista.

Affronto così lo scenario delle alleanze possibili e desiderabili.

I radicali in primo luogo. Ho dato conto su queste colonne della disponibilità della pattuglia che ha accompagnato Marco Pannella al Convegno di Parma. Poi le organizzazioni ambientali del nuovo e vecchio ecologismo.

Si dovrà inoltre aprire il dialogo con quel che resta delle organizzazioni che si richiamano al PLI, al PSDI e al PRI, comprese le rispettive Fondazioni. Ma l’area che vuole uscire dal pantano della seconda Repubblica Bis è molto più vasta ed in larga misura da scoprire.

È infine necessario un attento monitoraggio delle liste civiche che si sono presentate alle elezioni comunali e regionali in ogni parte d’Italia, spesso vittoriose.

I protagonisti di queste battaglie sono i nostri partner naturali, perché la fonte del loro impegno civico è il rifiuto di riconoscersi nell’attuale sistema politico fatiscente. Dopo tutto, la recente esperienza emiliana, incentrata su una lista civica regionale, non è stata scoraggiante.

C’è molto lavoro da fare nella nostra bottega, se non vogliamo limitarci alla contemplazione e all’elogio, peraltro meritato, del nostro glorioso passato.

Costruito il progetto, iniziato il giro d’Italia per farlo conoscere, si può anche non escludere un accordo dignitoso con il PD, con un vero patto federativo, diverso dalla attuale finzione cartacea. Ma dobbiamo essere pronti a sfidare il barrage del 3 per cento, proponendoci come l’unica vera novità della vita politica.

Non c’è davvero tempo da perdere, compagni, per attrezzare il cantiere.

Sono consapevole della modestia e della frammentarietà di questo mio contributo alla discussione. Ma voglio rimarcare che esso fa perno sulla dicotomia indicata da Mauro Del Bue: i corni del dilemma sono due, e soltanto due: l’adesione in ordine sparso e con il cappello in mano dei singoli al PD o la prospettiva del nuovo liberalsocialismo che si misura nelle urne.

Non mi pare che i compagni rimasti in minoranza nel recente Consiglio Nazionale abbiano indicato una terza via percorribile.

Per quanto mi riguarda non ho dubbi. Non farò mai il “socialista sfuso”, ospite tollerato del PD, magari alla ricerca della protezione dell’antica Ditta, reduce da una sconfitta storica (la fine del comunismo) e da una debacle elettorale. Non ho alcun desiderio di sperimentare “quanto sa di sale lo pane altrui”.

Fabio Fabbri

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