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Opinioni e commenti
 

Usa e Israele ai ferri corti
sul nucleare iraniano
Pubblicato il 04-03-2015


nethanyauNew York, 3 marzo 2015 – Troubles in Paradise oggi a Washington DC, dove i due super alleati, Stati Uniti e Israele stanno venendo ai ferri corti sulla questione del nucleare iraniano. Nonostante ambo le parti stiano cercando disperatamente di salvare almeno le apparenze, da salvare è rimasto ben poco e le imbarazzate dichiarazioni dei leader dei due Paesi non fanno che confermarlo.

A due settimane dalle elezioni in Israele, invitato dai Repubblicani e senza aver dato comunicazione, o aspettato l’approvazione, della Casa Bianca, il presidente israeliano Benjamin Netanyhau ha oggi riferito sull’argomento di fronte al Congresso Americano. Un gesto che non è piaciuto affatto al presidente Obama, e che ha creato grande imbarazzo anche fra gli ebrei democratici (circa il 70% dell’elettorato di origine ebraica).

Grandi assenti il vice presidente Joe Biden (anche segretario del Senato) e ben 50 parlamentari democratici, tra cui una dozzina di ebrei. Al discorso di Netanyhau, che ha sottolineato che “il nucleare in Iran minaccia l’esistenza stessa di Israele”, Obama ha ribattuto che, dal presidente Israeliano, non è venuta “alcuna nuova idea, ma solo una retorica opposizione”.

Al centro delle tensioni fra i due Paesi l’accordo sul nucleare iraniano, sul quale Obama ha speso buona parte della sua credibilità e del suo secondo mandato. A parole l’obiettivo finale, un Iran denuclearizzato, è lo stesso; ma le differenze sostanziali sono nelle modalità con le quali condurre le negoziazioni. Se, infatti, la posizione di Israele contro il proprio nemico principale non è mai cambiata, gli Stati Uniti hanno invece, da circa due anni, aperto ad un riavvicinamento con la diplomazia iraniana che ha portato a delineare una linea di intervento che prevede l’interruzione degli esperimenti nucleari solo per un periodo di 10-15 anni.

Quello che gli Stati Uniti credono e sperano, sostanzialmente, è che in questi 15 anni l’Iran veda affacciarsi una nuova leadership più progressista e democratica, che non riterrà più necessaria la costruzione di una bomba nucleare. Anche se questa dovesse rivelarsi un’utopia, tuttavia, Obama preferisce mantenere aperti i rapporti con l’Iran, e cercare di trovare una soluzione comune, piuttosto che opporsi a priori come ha sempre fatto, a fianco dell’alleato israeliano, perché, come ha dichiarato in un’intervista di risposta all’intervento del presidente israeliano, “se un accordo non sarà raggiunto, l’Iran continuerà i propri esperimenti, sui quali però non avremo più nessun controllo”. Israele, continua il presidente americano, non offre alternative, ma chiede solo che non si faccia alcun accordo; una posizione che gli americani decisamente non intendono sottoscrivere.

A poco sono servite le dichiarazioni di ieri dell’Ambasciatore USA presso le Nazioni Unite, Samantha Power, che in un discorso di fronte all’Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee (la più grande lobby di ebrei americani), ha sostenuto che il rapporto fra Stati Uniti ed Israele non deve mai confondere le differenze di policies con l’appoggio incondizionato all’alleato medio orientale. “La partnership USA-Israele” ha continuato la Power, “trascende la politica, e lo farà sempre”. Come a poco sono servite le rassicurazioni di Netanyhau stesso, che ha paragonato i rapporti con l’alleato americano a delle discordie in famiglia, assicurando, però, che i rapporti non siano mai stati più solidi.

Mentre due giorni fa il segretario di Stato Americano John Kerry, di fronte allo Human Rights Council delle Nazioni Unite a Ginevra si spendeva a difendere Israele dai supposti “pregiudizi” della comunità internazionale, spostando l’attenzione verso Paesi “meno rispettosi dei diritti umani”, e affermando che questi pregiudizi non fanno altro che minare la credibilità dell’organizzazione stessa (salvo poi incontrarsi subito dopo con il ministro degli Esteri iraniano), l’imbarazzo con cui veniva accolta la visita del Presidente israeliano raccontava un’altra verità. I rapporti USA-Israele non sono mai stati così tesi e, per il momento, non sembra che nessuno dei due sia disposto a fare passi verso l’altro. Per avere un’idea più chiara della situazione futura bisognerà, allora, aspettare almeno due settimane, almeno fino alle elezioni israeliane.

Costanza Sciubba Caniglia

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