lunedì, 11 dicembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Vince Netanyahu, Israele sempre più a destra
Pubblicato il 18-03-2015


Isarele_elezioni_2015Al contrario di quanto prevedevano i sondaggi, anche se gli ultimissimi davano una possibile parità tra destra e sinistra, il Likud ha vinto le elezioni politiche di ieri conquistando 30 dei 120 seggi della Knesset. I rivali del centrosinistra, l’alleanza denominata “Unione Sionista” e formata dai laburisti di Isaac Herzog e fuoriusciti di centro con Tzipi Livni, ne hanno conquistati 24. Dunque un risultato esattamente capovolto rispetto ai sondaggi che attribuivano fino alla scorsa settimana un vantaggio di almeno 4 seggi sulla destra di Netanyahu. Importante e significativo il risultato della Lista araba unita che ha ottenuto la cifra record di 14 seggi.

Il leader del Likud Benyamin Netanyahu si è dunque aggiudicato la conferma alla carica di primo ministro e bissato il record della permamenza al vertice del Governo che conquista oggi per la quarta volta.
Il nuovo esecutivo, così come promesso in campagna elettorale, avrà un profilo marcatamente di destra, conservatore e ultrareligioso. Netanyahu è in grado infatti di mettere insieme una coalizione con i partiti nazionalisti e confessionali confermando e accentuando la sua politica di sostanziale chiusura nel dialogo con i palestinesi, ma anche di neoisolazionismo rispetto alle novità che si annunciano nella regione mediorientale sulla scorta della ripresa del dialogo degli Stati Uniti con l’Iran e la Siria, ‘nemici storici’ di Israele.

“Formerò un governo entro due- tre settimane” ha preannunciato il vincitore delle elezioni che ha già ricevuto le congratulazioni del leader dell’opposizione. Il premier – ha spiegato in un comunicato il suo partito, il Likud – parlerà subito con “gli altri leader che prenderanno parte alla coalizione”. Secondo alcuni osservatori Netanyahu vorrebbe allargare la maggioranza al partito Kulanu, guidato da Moshe Kahlon, che ha ottenuto 10 seggi. Col suo sostegno la coalizione sarebbe forte di 67-68 deputati e gli assicurerebbe dunque un buon margine di manovra nella Knesset anche perché aveva scelto di andare alle elezioni anticipate nel novembre scorso proprio per venire a capo di una coalizione frammentata e a tratti “ingovernabile”.

Nei primi commenti, in molti riconoscono la straordinaria capacità dimostrata da Netanyahu di recuperare negli ultimi giorni lo svantaggio che aveva nei confronti di Herzog mentre nell’opposizione ci si interroga sugli errori commessi e in particolare nell’aver assecondato la linea impostata da Netanyahu che ha trasformato le elezioni in un referendum su di lui e in una sorta di ‘vita o morte’ per Israele di fronte alla minaccia che si nasconderebbe dietro le ipotesi di una pace con i palestinesi secondo la linea dei ‘due Stati’.
Tocca ora al presidente dello Stato, Reuven Rivlin, dopo aver avuto i dati ufficiali delle elezioni, affidare a Netanyahu in quanto ‘primo arrivato’ l’incarico di formare il nuovo governo.Isarele_elezioni_2015_torta

Rispetto alle elezioni precedenti, il rafforzamento di Netanyahu non è tanto numerico quanto politico.

L’Esecutivo che era uscito dalle elezioni del 2013 era difatti imperniato sul Likud (18 seggi) di Netanyahu che si era presentato con in una lista insieme a ‘Yisrael Beiteinu’ (Israele è la nostra casa), partito più a destra del Likud, (13 seggi), guidata dall’attuale Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. L’Esecutivo si reggeva poi sull’appoggio di ‘HaBayit HaYehudi’ (La Casa Ebraica, 12 seggi), guidato da Naftali Bennett, con una marcata connotazione religiosa ortodossa e sempre a destra ancora del Likud. Nella maggioranza inoltre c’era anche ‘Yesh Atid’ (C’è un futuro, 19 seggi), fondato l’anno prima dall’ex anchorman Yair Lapid, e ‘Hatnuah’ (Il Movimento, 6 seggi) di Tzipi Livni, ex Ministro degli Esteri. Questi ultimi due partiti, su posizioni di centro, sono stati al centro della crisi politica del precedente escutivo, quelli che agli occhi di Netanyahu hanno reso “ingovernabile” la coalizione.

La rottura definitiva con Lapid e Livni si è avuta sulla proposta di legge, portata alla Knesset dal Premier, che mirava a definire Israele come “Nazione ebraica”. Secondo Lapid e Livni questa misura avrebbe intaccato i diritti delle minoranze (che rappresentano circa il 20% della popolazione) e nello specifico quella araba, ma soprattutto avrebbe sancito la volontà chiara di rendere sempre meno praticabile la convivenza e qualunque soluzione dei ‘due popoli e due Stati’. La rottura, forse voluta proprio da Netanyahu, si concretizzò con il ‘licenziamento’ dei due ministri dal governo e le conseguenti dimissioni di tutti gli altri esponenti di Yesh Atid, rendendo così di fatto obbligatorio il ritorno alle urne.

Alla luce della campagna elettorale e delle ultime mosse di Netanyahu sulla scena internazionale come sul piano interno, si può pensare che il leader del Likud abbia razionalmente ricercato l’ulteriore sterzata a destra convinto che la radicalizzazione delle posizioni e in particolare del confronto con i palestinesi e il mondo arabo, gli avrebbe consegnato un assist perfetto per continuare a guidare un Paese sempre più diviso e impaurito. E i risultati senza dubbio coinfermano il suo grande fiuto politico. Resta ora da vedere se, e come, potrà mantenere una linea politica all’insegna dell’oltranzismo e dell’isolazionismo, un piano inclinato da cui potrebbe essere davvero difficile tornare indietro.

Per Luca Cefisi, responsabile del PSI per l’Internazionale socialista “la vittoria della destra israeliana non è purtroppo faccenda interna di Israele. Si apre, e anzi si aggrava dopo le dichiarazioni elettorali di Netanyahu, la questione della mancanza di un partner israeliano che creda nel negoziato. Il presidente palestinese Abbas è ora tra due fuochi, tra il governo israeliano ancora più sbilanciato a destra e Hamas. Appare evidente la ragionevolezza della posizione di quei deputati socialisti italiani, ma anche democratici, che hanno chiesto con forza che l’Italia, come un numero crescente di Paesi europei, riconosca pienamente lo Stato di Palestina. Senza un’internazionalizzazione del processo di pace, si aprono scenari inquietanti, dalla crescita degli estremismi, all’estensione delle occupazioni, alla riduzione del soggetto statale palestinese in enclave separate e ingovernabili. Il governo italiano dovrebbe abbandonare le incertezze e dire ad alta voce che la pace in Medioriente è questione di interesse nazionale di tutti i popoli del Mediterraneo, e quindi anche italiana, facendosi parte attiva e non spettatore, come troppo spesso sinora è stato”.

Perplessità sulla politica di Israele con la conferma di Netanyahu  arrivano anche dai 5. “Il risultato delle elezioni israeliane – afferma il senatore Stefano Lucidi, portavoce dei grillini a Palazzo Madama – ci consegna un Paese spaventato e ancora posizionato su posizione nazionaliste ed identitarie. Permarrà per i prossimi 4 anni il veto del Governo israeliano al riconoscimento dello stato di Palestina. Il risultato è netto e chiaro, e vede Netanyahu in posizione ancora più forte del dicembre scorso quando ha rimesso il suo mandato lanciandosi in una incerta campagna elettorale. La crisi di governo fu dettata anche dalle tensioni interne legate al discusso disegno di legge Netanyahu sul riconoscimento di Israele quale stato ebraico” un progetto che secondo logica dovrebbe essere ripresentato, ma per il M5S resta centrale anche la “questione sociale” che ha “caratterizzato la campagna elettorale della sinistra”. Resta da vedere se ora il premier sceglierà si “lanciarsi ancora, come ha fatto nel 2013 all’ONU e pochi giorni fa al congresso USA, contro IRAN e il suo piano nucleare o tendere la mano alla questione sociale interna”.

L’Olp ha commentato così: “Gli israeliani hanno scelto l’occupazione e gli insediamenti e non i colloqui di pace -ha dichiarato Abed Rabbo -. Siamo di fronte a una società malata di razzismo, e a una politica di occupazione e di colonizzazione. Davanti a noi c’è una lunga e difficile strada di lotta contro Israele. Dobbiamo completare i nostri passi per fermare il coordinamento sulla sicurezza con Israele e andare al Tribunale dell’Aja per denunciare gli insediamenti e i crimini di guerra israeliani”.

Armando Marchio

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento