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Opinioni e commenti
 

Yemen nel caos rischia la guerra civile
Pubblicato il 25-03-2015


Yemen_guerriglieriVenerdì scorso la strage di fedeli in tre moschee sciite, due a Sanaa, la capitale dello Yemen, e una a Saada, nel nord del Paese, rivendicate dall’ISIS, con un bilancio di 137 morti e 345 feriti, subito dopo l’evacuazione delle forze speciali USA da una base aerea, e oggi il precipitare del Paese nel caos più completo. Sullo sfondo lo scontro interreligioso interno all’Islam, ma anche il confronto militare indiretto tra l’Iran (sciita) e l’Arabia saudita (sunnita) per il controllo strategico della penisola, del Golfo di Aden e del Mar Rosso, la porta d’ingresso per il Mediterraneo.

Il Presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi, secondo la tv di stato avrebbe lasciato la sua residenza di Aden, ma il ministro degli Ester Ryad Yassin smentisce la notizia. Secondo il capo della diplomazia yemenita, Hadi è ancora a Aden, “in un luogo sicuro”, dopo essere stato costretto a lasciare la sua residenza. La città da un momento all’altro potrebbe essere attaccata dai ribelli Houthi, appartenenti alla minoranza degli sciiti zaidi. Questi, che hanno al loro fianco l’ex Presidente Saleh, da settembre controllano la capitale Sanaa e ora sembrano intenzionati a completare la marcia di conquista dell’intero Paese contro la maggioranza sunnita.

Il Presidente Hadi si è rivolto all’Onu: “Serve un intervento armato – ha scritto in una lettera indirizzata al Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro – per salvare lo Yemen dai ribelli houthi” e ha chiesto l’autorizzazione a un intervento armato dei Paesi sunniti. Si pensa che intenda riferirsi principalmente all’Arabia Saudita che ha già effettuato i preparativi per inviare un corpo di spedizione e che da giorni sta ammassando truppe al confine. L’ex Presidente Saleh ha intanto annunciato che si batterà contro un eventuale ingerenza nel Paese di eserciti sunniti, anche perché tra lo Yemen e l’Arabia Saudita esiste uno storico contenzioso relativo alle linee di confine. Dietro gli houthi si intravede l’Iran che intende rafforzare la presenza sciita nell’area.cartina Golfo di Aden

Tre giorni fa, il 22 marzo, gli Usa avevano evacuato 100 uomini delle forze speciali da una base aerea utilizzata per gli attacchi con i droni nella penisola araba contro Al Qaida. La decisione era stata presa a causa del deterioramento delle condizioni di sicurezza subito dopo il triplice attentato alle moschee e subito dopo la base è stata occupata da i guerriglieri houthi, secondo quanto riferito dalla tv via satellite Al-Masirah gestita dai ribelli.

Il triplice attentato della scorsa settimana è stato rivendicato dall’ISIS, ma i primi sospetti erano caduti sui miliziani yemeniti di Al Qaida, che gli Usa considerano come l’ala più pericolosa della rete terroristica creata da Osama Bin laden.

Quanto alla rivendicazione, l’Isis, ha scritto il sito ‘Site Intelligence Group’ che monitora l’attività terroristica sul web, ha rivendicato “cinque attentati suicidi a moschee houthi nei governatorati yemeniti di Sanaa e Saada”. Poco prima, anche Rita Katz, la direttrice di Site, aveva scritto in un tweet che account Twitter collegati all’Isis avevano affermato che lo Stato islamico era “dietro le cinque operazioni suicide”.

L’evacuazione delle forze speciali americane rappresenta un duro colpo alla strategia di contenimento del terrorismo di matrice islamica, soprattutto contro Al Qaeda. Sei mesi fa, il presidente Obama, aveva citato proprio la strategia utilizzata nello Yemen come modello vincente: “Questa strategia di uccidere i terroristi che ci minacciano, mentre sosteniamo i partner sul fronte di battaglia è quella che abbiamo perseguito con successo per anni in Yemen e in Somalia”. Oggi però il governo di Hadi, il presidente yemenita sostenuto da Washington, è accerchiato dopo aver lasciato la capitale ed essersi rifugiato ad Aden mentre le Forze speciali che guidavano gli attacchi con i droni hanno dovuto lasciare il Paese in preda al caos.

Il rischio, adombrato apertamente dall’inviato dell’ONU, è che dal caos il Paese finisca direttamente in una guerra civile come avvenuto già in Somalia, in Iraq, in Libia, in Siria, creando il terreno fertile per lo sviluppo e il radicamento del fondamentalismo sunnita, che non è solo quello di Al Qaeda, ma oggi purtroppo del più agguerrito e temibile ISIS.

Alvaro Steamer

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