È QUASI ITALICUM

Italicum-fiducia-renzi

“Qui o si fa l’Italia o si muore” diceva Garibalidi. Qui più modestamente si sta facendo l’Italicum, una legge elettorale fatta su misura per il PD di Matteo Renzi. Un sistema che costringe, con il premio al partito più forte, a sottostare all’azionista di maggioranza e con il doppio turno senza apparentamento, a ridurre il panorama politico a contenitori indistinti dove confluiranno partiti grandi e piccoli mettendo in soffitta simboli e storie per lasciare il posto a una sorta di sistema anglosassone nostrano.

Per il resto nessuna sorpresa sulla seconda e la terza fiducia. Tutto come previsto. Anche i numeri sono praticamente gli stessi: 350 a favore, 193 contrari, 37 i dissidenti del Pd; nel terzo voto i sì sono 342, 15 i no e un astenuto. Insomma non cambia la fotografia. Crescono, però, le assenze nei vari gruppi con la maggioranza, che si attesta a quota 342 nella terza votazione perdendo 10 voti rispetto alla prima fiducia e 8 rispetto alla seconda.

Ma anche se i voti non collimano alla perfezione il dato politico non cambia nel suo complesso. Il voto finale arriverà lunedì, tra le 22 e le 23. L’Italicum allora sarà legge. Angelino Alfano chiede un riconoscimento alla propria fedeltà e chiede di aprire una fase nuova: “Noi chiediamo al Governo e alla maggioranza di modificare la riforma costituzionale, quella del Senato, e abbiamo una proposta che ha portato avanti il nostro senatore Quagliariello”. E avverte, “secondo me la scelta giusta del Governo e del Presidente del Consiglio dovrà essere quella di aprire veramente un negoziato sulla nuova impostazione da dare al Senato della Repubblica e anche su un altro capitolo che mi pare rilevante, ossia quello dei contrappesi”.

Ma la rottura di questi giorni tra Renzi e la minoranza Pd potrebbe provocare la prima scissione nel partito. Ne parla apertamente Pippo Civati: “A qualcuno tocca farlo per primo, e se non la fa qualcuno per primo gli altri non lo faranno”. Il deputato potrebbe lasciare il Pd la prossima settimana. “Se fossimo in 100, avrebbe avuto senso impegnarsi in una battaglia dall’interno. Io ho sperato fino all’ultimo che Renzi cambiasse, ma ora tocca prendere atto una volta di più che non è così. In settimana ci vedremo, con un gruppo di ‘coraggiosi’, e discuteremo se rimanere o meno in questo Pd”.

Civati si dice pronto anche a raccogliere le firme per un referendum abrogativo: “Quello che i parlamentari non hanno potuto fare, cioè votare i necessari miglioramenti dell’Italicum, lo potranno fare i cittadini con un bel referendum. Partire anche subito per preparare i quesiti. Visto che nel Palazzo, al chiuso (in tutti i sensi) – sostiene Civati – non si può, facciamolo all’aria aperta. La sovranità appartiene al popolo”. Analoghe proposte di referendum arrivano anche da Forza Italia, Sel e Movimento 5 Stelle.

A quattro giorni dal via libera definitivo all’Italicum, perde sempre più quota l’ipotesi del voto segreto sulla votazione finale. Le opposizioni che inizialmente lo richiedevano potrebbero cambiare idea per il timore che vada a tutto vantaggio del governo e della maggioranza. Come del resto, fanno notare esponenti delle forze di minoranza, è già successo in occasione del voto sulle pregiudiziali. Il ragionamento, viene spiegato sia da fonti FI che Sel, è che la segretezza del voto compatti ancor di più la maggioranza, ‘spaventi’ quei ‘dissidenti’ del Pd che hanno sinora mantenuto il punto sul non voto alla fiducia e lasci isolate le opposizioni.

Il Psi ha votato a favore in tutte e due le votazioni. Due gli interventi in Aula. Pia Locatelli nel dibattito e Lello Di Gioia nella dichiarazione di voto finale. Pia Locatelli ha sottolineato come “i socialisti si sono appellati affinché non fosse posta la questione di fiducia sulla riforma elettorale, in quanto ritengono più corretta la soluzione del percorso ordinario”. Stesso concetto ribadito da Lello Di Gioia: “Riteniamo che sia stato inopportuno porre la fiducia su questo provvedimento, perché pensiamo che sarebbe stato più giusto discuterlo liberamente e democraticamente in quest’Aula, anche perché c’era la possibilità di migliorarne la sua complessità. Tuttavia – ha concluso Di Gioia – noi riteniamo di poter e di dover votare la fiducia per il semplice motivo che il Paese ha bisogno di riforme”.

Ginevra Matiz

World Press Photo 2015: La fotografia oltre le immagini

Mads-Nissen-Gay

Mads-Nissen-World Press Photo 2015

Il Museo in Trastevere ha inaugurato la mostra World Press Photo 2015, in collaborazione con Contrasto e World Press Photo Foundation di Amsterdam, che resterà aperta al pubblico fino al 22 maggio.
Il premio World Press per la fotografia, è uno dei più importanti ed ambiti riconoscimenti nel settore del fotogiornalismo ed ogni anno, oramai da quasi 60 anni, una giuria di esperti internazionali è chiamata ad esprimersi su milioni di richieste di partecipazione, inviate da agenzie, fotografi e riviste di tutto il mondo. Inoltre i lavori, sono stati divisi dalla giuria in otto diverse categorie: Spot News, Notizie Generali, Storie d’attualità, Vita quotidiana, Ritratti, Natura, Sport e progetti a lungo termine.

Quest’anno la foto vincitrice è stata quella del danese Mads Niessen che ritrae Jon e Alex, una coppia gay di San Pietroburgo, in un momento di intimità, all’interno del loro appartamento. La vita della comunità LGBT, in Russia, è sempre più difficile, subendo una forte discriminazione, che, molto spesso oramai, sfocia nella violenza da parte di gruppi conservatori e nazionalistici. Ma il momento di Jon e Alex è un momento riposto e amorevole, un sentimento tanto puro quanto inevitabilmente triste, nascosto e costretto all’interno delle mura domestiche.

Fulvio Burgani

Fulvio Burgani

 

Seppur la prima classificata, quella di Niessen è solo una delle 41 immagini premiate, provenienti da ben 17 paesi e l’Italia può vantare ben nove fotografi premiati: tra di essi c’è Fulvio Burgani. Terzo classificato del WPP, Burgani ci propone l’immagine di Shinta Ratri, una trans indonesiana che siede tra gli alunni della “Pesantren Waria Al Fatah”, una scuola religiosa per waria, situata sulla costa meridionale di Giava. In Indonesia i waria, ovvero i transgender, vivono in comunità solitamente isolate, piuttosto emarginati.

“Non vi è una vera e propria discriminazione di questi individui ma, il vero problema, è che non vengono inseriti all’interno delle società”, spiega Fulvio. E lo scopo di questa comunità, creata all’interno della casa di Shinta, è proprio questo: dare a queste persone l’opportunità di integrarsi, tramite una serie di incontri organizzati con le comunità locali perchè, come ricorda il fotografo, “le waria sono persone speciali che vogliono avere una vita normale”.

Non è da meno la foto di Gianfranco Tripodo, vincitore del terzo premio della categoria “notizie generali”, che immortala un migrante che si nasconde dalla Guardia Civil a Melilla, enclave spagnola in Nord Africa. L’uomo è nascosto sotto una macchina, visibilmente impaurito: sì, perchè nonostante vi siano tre recinzioni alte più di sei metri che dividono Melilla dal Marocco, ogni anno più di 6000 persone tentano di scavalcarle per raggiungere il territorio spagnolo ed ottenere l’asilo politico. Tanti ci provano ma pochi ci riescono e gli sventurati che vengono catturati dalla polizia marocchina, sono portati nel deserto e lasciati lì. In questo caso, l’uomo, fortunatamente, nascosto sotto il veicolo, è riuscito a evitare la cattura.

Gianfranco Tripodo

Gianfranco Tripodo

O anche il lavoro di Michele Pallazzi: un set di quattro immagini con le quali il fotografo vuole mostrare la convivenza tra realtà ancestrale e realtà moderna e come questa convivenza sia possibile solo per un breve periodo: la cultura nomade degli allevatori di cammelli, in Mongolia, come anche le tradizioni locali, stanno andando via via scomparendo, divorate dalla globalizzazione. La perdita di identità storica del paese, porta i giovani a ricercarne una nuova, in quelle continuamente promulgate dai media. Nel lavoro di Pallazzi le immagini della modernizzazione si scontrano con quelle della tradizione, portandoci a capire che, inevitabilmente, quest’ultima verrà sopraffatta.

Bulent kilic

Bulent kilic

Dunque, che sia un’immagine di migranti sul barcone, come quella di Massimo Sestini o di un cadavere caduto in un campo di fieno, ancora legato al sedile dell’aereo, dopo lo scoppio del volo della Malaysia Airlines MH17, scattata dal francese Jérome Sessini; che si tratti dell’inchiesta di Lu Guang sullo sviluppo e l’inquinamento della Cina o di una ragazza ferita durante gli scontri del 12 marzo nei pressi di piazza Taksim ad Istanbul, queste non sono solo fotografie, ma sono un documento storico che permette di rivivere gli eventi cruciali del nostro tempo: sono la dimostrazione della capacità che le immagini hanno di trascendere differenze culturali e linguistiche, per raggiungere livelli altissimi ed immediati di comunicazione.

Gioia Cherubini

Expo. Tensioni a Milano per l’inaugurazione

No expo-manifestazioneÈ partito il conto alla rovescia per l’Esposizione Universale che l’Italia ospiterà a partire da domani e già sono arrivati i primi tafferugli dopo la manifestazione studentesca di oggi “No Expo”. In mezzo al corteo, partito stamane alle 10 da piazza Cairoli a Milano, si sono infiltrati i black bloc portando all’intervento della polizia. In viale Majno, davanti alla sede Manpower, la celere è intervenuta contro il lancio delle uova, fumogeni e pietre verso le vetrine dell’Agenzia di lavoro.

Dopo la carica c’è stata una lite con colluttazione nel corteo tra i ragazzi incappucciati (i famigerati black block) e gli studenti dei collettivi che avevano organizzato la manifestazione. Ma la situazione sembrava già sfuggita quando un gruppo di manifestanti è riuscito a salire su una delle torri di Expo Gate, le strutture in ferro e vetro di fronte a Piazza Castello, e ha issato uno striscione anti Expo: “Grande evento uguale grande bufala. No Expo: un altro mondo è possibile”. Dopo una marcia di tre ore, il corteo è arrivato in viale Melchiorre Gioia, termine del percorso stabilito. In testa, lo striscione “la nostra generazione rifiuta expo e il suo modello”, per fortuna il corteo si è concluso senza particolari incidenti, ma si teme ora per l’inaugurazione di domani. Nella giornata del primo maggio infatti è prevista un’altra manifestazione di protesta all’Expo in concomitanza dell’inaugurazione di un’esposizione contesa e strappata dall’Italia nel 2008.

Paura e tensione quindi per domani, quando all’inaugurazione per l’Expo arriveranno rappresentati di governo, delle Istituzioni, le massime cariche dello Stato e i principali esponenti dell’imprenditoria e dell’associazionismo italiano. Inoltre saranno presenti le rappresentanze dei Paesi partecipanti a Expo, tra i quali una ventina di capi di Stato e di Governo. A preoccupare maggiormente i responsabili della sicurezza è l’arrivo per il corteo di domani di anarchici e casseur da tutta europa, molti dei quali già presenti a Milano.

La Digos intanto continua con perquisizioni per prevenire azioni di protesta, oggi gli agenti in tenuta antisommossa sono intervenuti per perquisire tre obiettivi, tutti in zona Mac Mahon tra cui un appartamento e un centro sociale, il Mandragola che è stato passato al setaccio.

Intanto i tre tedeschi fermati ieri (per la seconda volta) per possesso di armi improprie e occupazione abusiva, saranno rimpatriati su un volo di linea, i giudici del Tribunale civile hanno deciso di convalidare il provvedimento urgente di espulsione emesso dalla questura.

Liberato Ricciardi

Erano cento, eran giovani e forti …

Com’era prevedibile. La grande guerra dei cento deputati per fare saltare l’Italicum si è trasformata nella grande ritirata della maggior parte di loro. Inutile adesso far presa con la scomunica dei trasformisti che tengono famiglia e posto assicurato. Capita e questo deve essere rischio calcolato da chi affila le armi per la resa finale. Sappiamo che chi comanda usa tutte gli argomenti a sua disposizione per evitare di soggiacere a chi lo vuole sostituire. Non è una novità.

Sappiamo anche che i contrari sono diventati perplessi e poi si sono arresi alla maggioranza perché non vogliono cambiare partito. E questo pare un ragionamento anche logico. Non riesco a comprendere infatti come sia possibile rimanere in un partito se non si vota la fiducia al governo presieduto dal suo segretario e si accusa la maggioranza di volere espropriare la democrazia in Italia. Pare che nel Pd oggi siano raggruppate non solo la maggioranza e la minoranza di un partito. Ma la maggioranza e la minoranza del paese. Tutte dentro un solo partito. Il partito della nazione. Democratico e dal cuore grande.

Eppure a ben pensarci esiste una logica in questo comportamento che porta, non solo i neo convertiti, ma anche i dissidenti a escludere la scissione. E la logica la si può rintracciare nelle conseguenze dell’Italicum. Se la minoranza del Pd uscisse dal partito e ne fondasse un altro, dovrebbe poi o presentarsi con un polo, probabilmente in fucina, di sinistra estrema, o rientrare nella lista promossa dal Pd. Che con ogni probabilità non sarà solo del Pd visto che dovrà tentare di superare il 40 per cento al primo turno.

Costoro dovrebbero a quel punto o far parte di una lista che non penso conciliabile con la politica di ciascuno di loro o rientrare dalla finestra dopo essere usciti dalla porta principale. Ammesso che la finestra sia ancora aperta. E questo costituisce il vero punto interrogativo. Perché potrebbe essersi già chiusa per i dissidenti col voto, anzi il non voto, di queste ore. E i convertiti l’hanno capito, forse, in tempo. Il resto è storia nota. L’Italicum e la disponibilità a cambiare la legge costituzionale fanno parte del contorno. Tanto quel che conta oggi è fare le riforme. Quali è decisamente secondario.

Dichiarazione di voto di Lello Di Gioia all’Italicum sulla questione di fiducia

Noi riteniamo che sia stato inopportuno porre la fiducia su questo provvedimento, perché pensiamo che sarebbe stato più giusto discuterlo liberamente e democraticamente in quest’Aula, anche perché c’era la possibilità di migliorarne la sua complessità. Si poteva migliorare, per esempio, in ordine alla questione dei capilista bloccati. Si poteva migliorare sicuramente il problema del premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione. Si poteva migliorare sicuramente la questione del genere.

Si poteva, in buona sostanza, costruire, all’interno di questo Parlamento, una legge elettorale di tutti, che, quindi, desse la possibilità di poter discuterne e di poterla migliorare. Questo non è accaduto.

Pur tuttavia, noi riteniamo di poter e di dover votare la fiducia per il semplice motivo che il Paese ha bisogno di riforme, ha bisogno di riforme incisive, che diano la possibilità di riagganciare la ripresa. I dati economici e soprattutto i dati della disoccupazione giovanile ci fanno pensare che, più che mai, oggi vi sia bisogno di riforme per fare in modo di poter dare una speranza, soprattutto a quei giovani che vedono con grande difficoltà il proprio futuro e il proprio ingresso nel mondo del lavoro.
Ecco, io credo che noi socialisti, proprio in virtù di quelle che sono le riforme che bisogna attuare, daremo il voto di fiducia a questo Governo.

Intervento di Pia Locatelli nel corso del dibattito sulla fiducia all’Italicum alla Camera

Nel ricordare ancora una volta che i socialisti si sono appellati affinché non fosse posta la questione di fiducia sulla riforma elettorale, in quanto ritengono più corretta la soluzione del percorso ordinario, entrando nel merito dell’articolo 2 di tale riforma richiamo i miglioramenti al testo rispetto alla prima lettura: l’innalzamento della soglia del premio di maggioranza al 40 per cento, l’abbassamento al 3% della soglia per l’accesso al Parlamento, entrambe proposte socialiste, così come lo sono state quelle che riguardano le norme per la democrazia paritaria, ossia: liste composte al 50% da donne e uomini pena la loro inammissibilità, collocazione delle candidature secondo un ordine alternato di genere, doppia preferenza di genere e limite massimo del 60 per cento per capolisture dello stesso genere (e dio sa quanto vorrei che il 60% riguardasse candidature femminili).

Certo non posso non ricordare con rammarico che tutti gli emendamenti volti a realizzare la democrazia paritaria erano stati respinti dalla maggioranza della Camera, nascondendo la vergogna di questa scelta dietro il voto segreto. Una vergogna alla quale il Senato ha posto rimedio accogliendo appieno gli emendamenti che tante deputate, trasversalmente, avevano proposto. Una brutta figura della Camera, cui ovviamo oggi grazie al Senato, ma difficile da cancellare.

In tema di democrazia paritaria, accogliendo la sollecitazione dell’Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, che riunisce oltre 50 associazioni, gruppi e reti di donne, sin da ora noi socialisti chiediamo che analoghe norme per garantire la democrazia paritaria vengano inserite nella Riforma Costituzionale per il Senato dove invece, vista l’attuale composizione dei Consigli regionali, si rischia di avere un nuovo Senato “per soli uomini”.

Infine, riprendo la dichiarazione di voto del capogruppo socialista Di Lello per il voto all’articolo uno: l ‘Italia ha bisogno di riforme e per vararle occorre stabilità. Tutti i dubbi e le perplessità, che non mancano, e pure qualche contrarietà di sostanza, come la cancellazione delle coalizioni , retrocedono dinanzi all’interesse dell’Italia. Votiamo a favore della fiducia, pur nella consapevolezza che l’uso delle azioni di forza quasi mai coincide con il giusto esercizio della leadership.

Start up del Psi
per le elezioni regionali

Start up regionali- PsiIl PSI si mobilita per sostenere candidate e candidati socialisti alle prossime elezioni regionali. Sette gli appuntamenti in piazza con gli elettori a cui prenderanno parte esponenti della Direzione Nazionale del partito nelle sette Regioni chiamate al voto il 31 maggio prossimo. Un appuntamento importante che si carica di nuove aspettative perché sia per il partito di maggioranza nel governo, il PD, sia per l’ex capofila dell’opposizione, Forza Italia, queste elezioni saranno anche un banco di prova per verificare ‘tenuta’ e ‘presa’ sull’elettorato. Così per SEL, dopo le recenti defezioni parlamentari, per non parlare della Lega di Matteo Salvini che dovrà dimostrare di esistere nelle urne e non soltanto negli schermi televisivi. Quanto al Movimento 5 Stelle sarà tutto da verificare se è riuscito o meno a radicarsi nel territorio o resta una fenomeno solo nazionale.

Parte sabato 2 maggio, a Venezia Mestre, la campagna elettorale del Psi con l’appuntamento – presso l’hotel Bologna, alle ore 16 – con Oreste Pastorelli, deputato e membro della Commissione Ambiente alla Camera, Bobo Craxi, responsabile esteri Psi, Giovanni Crema, membro della segreteria e già senatore, e Giovanni Giribuola segretario della Regione Veneto. Domenica mattina 4 maggio – alle 10 – l’appuntamento sarà ospitato dall’’Italiana Hotels’ di Firenze, e vedrà la partecipazione di Riccardo Nencini, segretario nazionale e vice ministro al Ministero delle Infrastrutture, Ugo Intini, già direttore del quotidiano Avanti! Angelo Zubbani, sindaco di Carrara e Graziano Cipriani, segretario regionale della Toscana. A La Spezia, alle 10, presso la federazione provinciale Psi l’incontro sarà con Mauro Del Bue, direttore del quotidiano Avanti!, Rita Cinti Luciani, responsabile nazionale Pari Opportunità, e Maurizio Viaggi, membro della segreteria; a Osimo la sezione Psi “Sandro Pertini” ospiterà la deputata, nonché presidente onoraria dell’Internazionale socialista Donne, Pia Locatelli, Massimo Seri, membro della segreteria e Lorenzo Catraro. A Barletta, domenica mattina alle 10 presso Ipanema si incontreranno Enrico Buemi, senatore e capogruppo del Psi in commissione Giustizia, Maria Pisani, portavoce del Psi, e Silvestro Mezzina, membro della segreteria Psi. Lunedì 4 maggio, alle 17.30, l’’Hotel Ramada’ ospiterà l’incontro con Marco Di Lello, deputato socialista e presidente dei parlamentari socialisti, Maria Rosaria Cuocolo, responsabile Università del Psi e Antonello Scuderi, segretario Federazione Psi Campania.

Presentazione atto unico lavoro

Le ‘campagne’ di Orban:
pena di morte e immigrati

Viktor Orban-pena morteSempre più a destra. Viktor Orban, primo ministro ungherese, ha ufficialmente dato il via a una campagna per reintrodurre la pena di morte nel Paese che era stata abolita nel 1990. La decisione ha provocato immediatamente una serie di proteste, in testa quelle degli eurosocialisti e del presidente della commissione Claude Juncker.

Il Partito socialista europeo ha “fortemente condannato” la proposta di reintrodurre la pena di morte e ha invitato il Ppe “a prendere una posizione severa” nei confronti di Orban e ad espellere Fidesz. “L’Ue ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per il suo lavoro per il mantenimento e la promozione della pace e quindi è molto triste che questa proposta regressiva, che è contraria alla sua carta dei diritti fondamentali, arrivi proprio da un suo Stato membro”, ha dichiarato il presidente del Pse, Sergei Stanishev.

“Non c’è bisogno di discutere ovvietà. Siamo – ha detto il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker – forti oppositori della pena di morte”. Orban “chiarisca subito che non è sua intenzione. Se lo fosse, ci sarebbe uno scontro”.

Sulla questione è intervenuto anche il primo vicepresidente dell’esecutivo Ue, responsabile per i diritti civili, Frans Timmermans, secondo il quale “non c’è dubbio che la reintroduzione della pena di morte sarebbe contraria ai valori fondamentali dell’Ue. La sua abolizione è stata una pietra miliare nell’evoluzione dei diritti fondamentali in Europa, conferendo al nostro continente l’autorità morale di fare campagna in tutto il mondo”.

Timmermans è poi intervenuto anche su un’altra inquietante iniziativa del premier ungherese, quella che dovrebbe portare a un’iniziativa referendaria con un questionario rivolto ai cittadini, per sostenere la politica governativa che punta a un blocco dell’immigrazione. “Una consultazione pubblica basata su pregiudizi verso gli immigrati non può essere considerata una base equa e oggettiva per la progettazione di politiche sane” ha detto Timmermans censurando una recente intervista dello stesso Orban riportata dal sito ‘Informare per resistere’. “Dobbiamo proteggere – diceva il premier ungherese – i nostri confini e anche l’Europa se ne sta rendendo conto”. “Abbiamo inoltre bisogno di portare avanti una politica che assicuri che gli immigranti possano stare dove sono nati”. Ci saranno consultazioni a livello nazionale dove sarà chiesto ai politici se sono d’accordo con la deportazione forzata nei loro Paesi d’orgine con l’immediato arresto dei clandestini, o se ritengono dovrebbero essere costretti a lavorare. Gli immigrati che arrivano in Ungheria, ha proseguito Orbán, non sempre saranno in grado di raggiungere l’Occidente, ad esempio l’Austria e la Germania, in quanto – a suo avviso – i tedeschi ne avrebbero già abbastanza. “Occorre chiedere se ci occorrono immigrati, in generale. Ed io non credo, e per questo non darei sostegno all’immigrazione”.

Ma quello di Juncker è stato comunque un intervento che è rimasto, finora, in splendido isolamento all’interno del Partito popolare, di cui Orban è membro con il suo FIDESZ, visto che il PPE continua a non esprimersi sulla vicenda. Critiche invece sono state espresse da altri gruppi politici del Parlamento europeo.

Anche il leader dei liberali Alde, Guy Verhofstadt, punta il dito contro i popolari: “Per quanto tempo continueranno a negare i propri principi continuando a sostenere Orban?”. La vicepresidente del gruppo, Sophie in ´t Veld, si chiede “come fa il Ppe a continuare a difendere Orban e pensare di avere credibilità su questioni di tipo morale?”.

Per il capogruppo dei Verdi, Philippe Lamberts, “la Commissione ha il dovere di intervenire”, e il Ppe “deve rivedere la sua strategia di alleanze”.

Intanto la Conferenza dei presidenti dei gruppi del Parlamento europeo ha deciso di convocare urgentemente la commissione per le libertà civili per esaminare quanto sta avvenendo in Ungheria.

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Primo maggio. La festa del lavoro che manca

Primo maggioNon è con nuove leggi che si creano nuovi posti di lavoro, ma il vero motore dell’occupazione è la crescita economica, la ripresa dei consumi e degli investimenti. Così recitano unanimemente le dichiarazioni rese dai più importanti centri di ricerca economici nazionali in vista del Primo maggio e delle celebrazioni e del lavoro che non c’è, ricordando tutti all’unisono che la Festa del Primo Maggio non deve essere solo l’occasione di una affabulante retorica sull’importanza del lavoro e sui diritti dei lavoratori, ma una solenne, corale opportunità per riflettere sulle azioni indispensabili per rilanciare l’economia. Continua a leggere

Scrive Flavio Bonardi:
Unione per il Mediterraneo,
una risorsa

Egregio Direttore, la situazione nel Mediterraneo sta degenerando ogni giorno di più. La non politica del Governo ma soprattutto l’indifferenza di buona parte dei Paesi Europei, porta migliaia di persone a riversarsi sulle nostre coste, senza prospettive concrete, con la sola speranza di poter avere un futuro migliore.

Il vero problema è che nessun rappresentante politico riesce oggi ad avanzare proposte che possano in qualche modo garantire sicurezza a chi arriva in Italia né tanto meno ai cittadini italiani. Politica del non fare…questo è quanto sta accadendo in questi mesi (o anni?). Voglia di non prendersi delle responsabilità, di non avere il coraggio di fare delle scelte politiche chiare che possano consentire di creare uno spiraglio di pace nel Mediterraneo. E’ vero, rispetto ad alcuni anni or sono, non abbiamo a che fare con dittatori ma con una sigla che richiama ad un fantomatico “stato islamico”, che non esiste né geograficamente né politicamente. Non si può trattare con persone che fanno dell’odio, della violenza, della guerra, della morte, della distruzione il proprio senso di vita e di appartenenza. Perché non si ha il coraggio di fare una scelta politica forte? Perché il Ministro degli Esteri non interagisce direttamente con tutti i Paesi del Mediterraneo? Perché non si utilizza il tavolo dell’Unione del Mediterraneo?
Nel 2008, l’allora Presidente della Francia, Nicolas Sarkozy, fece approvare all’UE l’istituzione di una realtà (Unione per il Mediterraneo) che potesse interagire nel “mare nostrum”, e che rappresentasse in modo forte le voci di tutti i Paesi che “vivono” nello stesso mare. Oggi, tale realtà, potrebbe essere una risorsa, in grado di dare risposte concrete ai vari Governi del mondo Arabo, sempre più in difficoltà.
Non occorre inviare truppe militari, occorre aiutare i vari Paesi ad avere le attrezzature e la formazione militare necessaria per difendere i bambini, le famiglie i territori da coloro che vogliono solo sangue e disperazione. Perché non pensiamo di immaginare che l’Unione per il Mediterraneo, non sia solo un luogo nel quale fare convegni, incontri, seminari, ma che possa creare la strategia futura di risoluzione di conflitti e di aiuto alle popolazioni?
Si potrebbe pensare di istituire un fondo economico che consenta di aiutare queste persone nel proprio Paese, non obbligandole a scappare dalla propria terra, dalle proprie origini, dalla propria famiglia… Se oggi vogliamo iniziare a risolvere le problematiche di quella zona seriamente, dobbiamo avere la forza come Italia di insistere affinché la struttura esistente e le nazioni coinvolte in prima persona inizino seriamente a dialogare, e si concretizzino aiuti economici e politici per affrontare e debellare il problema terrorismo e miseria.
Non possiamo tirarci indietro sapendo che, purtroppo, non possiamo esimerci dall’inviare le nostre truppe a difesa dei confini italiani, non per attaccare ovviamente, ma per preservare la nostra sovranità. Dobbiamo avere il coraggio di fare delle scelte di politica estera che vadano sì nella direzione della mediazione, ma anche nella decisione di aiutare e sostenere i Governi della Libia, dell’Egitto, dell’Iraq…
Non c’è pace nei luoghi in cui si muore di fame! Se è vero che ogni Stato è libero di scegliersi i propri ordinamenti è vero anche che deve rispettare i diritti umani e il principio della libertà di ogni individuo. Oggi come nazione Italia non possiamo esimerci dal contribuire concretamente! Ecco perché spero, e mi permetto di scriverlo sul “nostro” giornale, che si possa istituire all’interno dell’Unione per il Mediterraneo, una realtà co-progettata dalla UE e da tutti i Paesi dell’area del Mediterraneo volta a realizzare investimenti economici mirati nei vari Paesi, concretizzando la costruzione di scuole, ospedali, abitazioni, alberghi, industrie … portando la cultura della sana economia e dell’imprenditorialità.
Accanto a questo, però, si dovranno formare gli eserciti regolari delle varie zone interessate, aiutandoli ad essere sempre più realtà di difesa e non di invasione, consentendo ai Governi, legittimati dal voto popolare, di costruire un futuro nuovo, un futuro che non debba obbligare gli abitanti ad abbandonare il proprio Paese in cerca di una vita “migliore”… sapendo che spesso non lo è!

Flavio Bonardi